Presentato in anteprima nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia 2024 arriva nella sale distribuito da No.Mad. Entertainment L’attachement – La Tenerezza di Carine Tardieu con Valeria Bruni Tedeschi. De L’attachement – La Tenerezza abbiamo parlato proprio con Valeria Bruni Tedeschi, protagonista del film nei panni di Sandra.

Valeria Bruni Tedeschi ne L’attachement – La tenerezza
Per me L’attachement – La Tenerezza è uno dei film più belli della stagione.
Grazie, sono molto contenta e fiera di aver partecipato a questo film. Per me è stato un lavoro molto significativo e anche un incontro importante.
Negli scorsi giorni Pietro Marcello mi diceva di come Eleonora Duse fosse una donna capace di cavarsela da sola. Penso che di Sandra, il personaggio che interpretati nel film di Carine Tardieu, si possa dire la stessa cosa. Pur con tutte le differenze del caso parliamo di due donne indipendenti che si muovono in un mondo che non vede di buon occhio quella forma di resistenza femminile.
È vero, sono due donne molto femministe nel vero senso della parola: sono libere, indipendenti e forti e perciò mettono un po’ in discussione il mondo patriarcale che hanno intorno a sé. Lo fa la Duse nel secolo scorso, lo fa Sandra nei tempi di oggi.
All’inizio il film è come se volesse far pesare a Sandra il suo modo di vivere. Le parole del bambino che riporta i pensieri dei suoi genitori assumono la forma di una requisitoria all’esistenza di Sandra.
Assolutamente, è quello che le dicono dietro le spalle. Le parole di Elliott sono quelle di un’intera società, ma Sandra non ne è destabilizzata. È molto tranquilla. La sua vita le va bene così com’è. Interpretarla è stato molto interessante. Mi ha permesso di guardare dietro a questa apparente serenità per scoprire se si trattava per davvero di una pace interiore oppure della corazza che si era costruita per non soffrire.

L’inizio del film
L’attachement – La Tenerezza si apre con una scena che ci porta di colpo dentro la vicenda. Abituata ad avere il controllo della situazione Sandra è travolta dalla vita degli altri, quella che si preoccupa di tenere fuori dalla porta. Improvvisamente non è più padrona della sua esistenza.
Sì, a volte succede che anche persone sicure di sé come lo è Sandra vengano destabilizzate dagli eventi per poi ritrovarsi ad andare verso una direzione che non avevano immaginato. Il bello del film è che tutti i personaggi vanno in direzioni nelle quali non si aspettavano di andare. Perché poi la realtà è che non siamo così padroni delle cose come pensiamo.
Come la vicenda del film che parte dalla morte per diventare un inno alla vita, L’Attachement – La Tenerezza racconta di come una perdita diventa occasione di rinascita. Spinti da quel lutto i personaggi del film, nessuno escluso, sono costretti a mettersi in discussione con i giovamenti che questo comporta.
Assolutamente. Penso che il film sia veramente un inno alla vita, un’esperienza dalla quale si esce pieni di speranza. L’Attachement fa bene come una medicina, per questo in Francia ha avuto grande successo. La gente ha bisogno di speranza come di una medicina.
Valeria Bruni Tedeschi e o spazio ne L’attachement – La tenerezza
Nel film le relazioni di Sandra sono scandite dal rapporto tra lei e lo spazio. Barricata dietro la porta di casa, quest’ultima nella prima parte diventa sinonimo di incomunicabilità. Salvo poi assumere segno contrario nella scena in cui Alex e Sandra riescono a comunicare pur separati dalla porta a vetri dell’ospedale. Ancora una volta è la relazione con lo spazio a informare lo spettatore sullo stato d’animo dei personaggi.

È vero, nel film porte, vetri e muri sono simboli della nostra difficoltà a comunicare, del barricarci nel nostro piccolo mondo. Partendo da lì tutti i personaggi escono piano piano dal loro guscio per cui è vero quello che dici, non ci avevo mai pensato: la porta a vetri obbliga Alex e Sandra a fare dei gesti che dicono molto più delle parole. Talvolta la comunicazione arriva in modi strani e inaspettati; nel film anche attraverso i bambini. In generale ne L’attachement c’è una meravigliosa e allegra evoluzione di tutti i personaggi, non solo nel mio. In fondo il film dice che c’è sempre qualcosa che possiamo cambiare come quello di aprirci agli altri e conoscerci. L’importante è fare attenzione gli uni agli altri.
Quello che stai dicendo e di cui parla il film è una posizione vicina al pensiero di Camus ne La peste e a quello di Leopardi ne La Ginestra. Entrambi affermavano la necessità di restare uniti di fronte al destino comune.
Penso che il film sia in perfetta sintonia con questo pensiero. Se facciamo attenzione all’altro arriva l’empatia che ci porta a stare insieme. Come succede nel picnic della scena finale in cui si sta insieme come degli amanti, degli amici delle zie oppure delle tate. Qualsiasi nome diamo a quei rapporti in tutti c’è la tenerezza. Penso che questo sostantivo dovrebbe essere anche il titolo del film in Francia perché è esattamente il denominatore comune di tutti i rapporti presenti all’interno del film.
Il tema del film
Proseguendo su questo tema L’attachement ci invita a superare le categorie sociali guardando agli altri per quello che sono. All’inizio Sandra è “solo” la vicina di casa, la femminista altezzosa, poi, un poco alla volta, diventa una persona che gli altri iniziano a guardare per quello che veramente è, e quindi a scoprire e ad avvicinarsi a lei.
Esattamente. Ognuno di noi ha un’etichetta che lo cristallizza in un’immagine fissa. Siamo la vicina, siamo la madre, siamo l’amante. In realtà non ci possiamo definire essendo solo esseri umani davanti ad altri esseri umani. Lo si vede nel rapporto che Sandra instaura con il bambino. La relazione con lui non è di tipo materno e neanche quella di un surrogato genitoriale, ma solo il rapporto tra due esseri umani in cui la differenza d’età conta poco. In fondo sono due persone che si parlano con rispetto, con attenzione. Si aiutano e questo crea un rapporto che permette al bambino di non sentirsi in colpa come succede se Sandra fosse sua madre o come tale si comportasse. Se lei si fosse posta in modo più materno, il bambino forse non avrebbe potuto avvicinarsi a lei. Si sarebbe sentito in colpa. Ponendosi come amica, dà modo a Elliott di avvicinarla con più libertà.

È proprio la mancanza di retorica delle prime parole del film, quelle scambiate tra Sandra ed Elliott, a stabilire il tono generale della storia. Con un argomento del genere il rischio era quello di scadere nello stereotipo e nell’enfasi emotiva. Al contrario con il passare dei minuti il film si carica di una forza vitale molto contagiosa.
La forza vitale è stata la ragione per cui in Francia il film ha attirato tanta gente nelle sale. È stata una cosa incredibile perché si tratta di un piccolo film psicologico. A scombinare le carte a suo favore è stata proprio proprio la forza vitale, quella di cui la gente ha bisogno per nutrire speranze nell’essere umano e nel fatto che la famiglia non deve per forza seguire i canoni previsti. Come tutti i rapporti penso che anche quelli famigliari possono essere inventati ex novo.
La Sandra di Valeria Bruni Tedeschi ne L’attachement – La tenerezza
La potenza del film deriva anche dal mettere in scena l’umano senza alcun tipo di mediazione tecnologica. L’assenza dallo schermo di computer e cellulari è supplita dalla voglia di stare insieme di uomini, donne e bambini. In tale contesto assistiamo al progressivo ricollocamento della protagonista. Dall’isolamento iniziale Sandra acquista una centralità che ne fa il punto di riferimento degli altri personaggi.
Assolutamente. Incontrarsi e riuscire a parlare uno di fronte all’altro è un bisogno che la società ci nega ed è questo a rendere il film bello e cinematografico. Al di là di questo la qualità de L’attachement non è tanto nel messaggio ma nell’energia che lascia alla gente.
Sandra è una che riesce a dare il giusto nome alle cose. Mi riferisco per esempio al rapporto con Alex. Quando lui la bacia di colpo Sandra capisce immediatamente da dove viene quel gesto. Non si tratta di una violenza nei suoi confronti ma della disperazione di un uomo alle prese con un lutto difficile da gestire.
Sandra riesce a vedere la complessità dell’essere umano; a non giudicarlo immediatamente ma a vedere la fragilità che si nasconde dietro l’invadenza di certi gesti. Tutti i personaggi sono complessi e anche di questo che parla il film, della complessità di tutti noi. Comunque ciò che dici a proposito del ricollocamento di Sandra è vero. Ti ringrazio perché non ci avevo mai pensato.
Il modo di lavorare
Con una sceneggiatura scritta così bene ti chiedo che spazio c’è per creatività e improvvisazione. In questo caso hai seguito il testo per filo e per segno o hai avuto modo di intervenire con il tuo punto di vista.
La sceneggiatura era scritta molto bene però come mia abitudine all’inizio ho proposto a Carine le mie idee cercando di inserire un punto di vista ironico e magari anche divertente. La maggior parte delle volte lei mi ascoltava dicendo che le trovava interessanti ma non adatte al personaggio. Per questo nelle prime due settimane di set ho vissuto una grande frustrazione che mi ha portato a essere molto nervosa. Un giorno le ho chiesto perché non avesse preso un’attrice un po’ più contenuta perché di fatto lei voleva che non facessi niente. Se azzardavo a togliermi gli occhiali mi diceva di non farlo troppo e così via. Solo dopo qualche settimana ho capito che le sue costrizioni erano molto creative; assomigliavano a una pentola che bolle di cui non si può alzare il coperchio. Di questo sono grata a Carine perché mi ha permesso di fare un passetto in avanti rispetto a come lavoro di solito. Peraltro in Francia molte persone con cui ho parlato mi hanno detto di essere state molto felici di vedermi recitare con questa nuova tonalità. D’altronde per un attore è sempre molto interessante mettersi in discussione lavorando fuori dalla propria zona di confort. Immaginando il proprio corpo come uno strumento è bello scoprirvi nuove melodie.
La presenza nelle sale di Duse e de L’attachement permette di vederti all’opera con le differenze che hai appena detto. Le diversità caratteriali dei due personaggi ti permettono di produrti in due performance agli antipodi.
Davvero agli antipodi, tanto mi sono sentita accolta, spinta e spronata come un cavallo selvaggio da Pietro Marcello, tanto mi sono sentita costretta, controllata e frustrata da Carine. Detto questo penso di essere molto fortunata di aver partecipato a lungometraggi così diversi con due registi tanto differenti anche perché alla fine quello che mi resta del mio lavoro non sono tanto i film ma gli incontri. Ne ho fatti di molto importanti nella mia vita sia con gli attori ma soprattutto con i registi che poi sono diventate persone amiche, talvolta amori. Più vado avanti e più credo che la cosa essenziale nella mia vita è l’amicizia: come quella importante che adesso ho con Pietro.

Valeria Bruni Tedeschi oltre L’attachement – La tenerezza
Come regista racconti il mondo rifacendoti a esperienze personali. Ti chiedo se ti succede altrettanto anche come attrice e cioè se e quanto il tuo privato concorre alla costruzione del personaggio?
Completamente. Sono totalmente privata anche se faccio un personaggio in apparenza lontano da me. È successo ne L’arte della Gioia dove faccio la principessa Gaia o anche ne La pazza gioia in cui interpreto una donna ricoverata in un istituto psichiatrico. Questo perché il privato non ha a che fare con il fatto che in apparenza un personaggio può sembrare più o meno vicino alla mia persona. Sandra ad esempio è vestita come me, a parte gli occhiali su cui ho lavorato come fossero una maschera che mi mettevo e mi levavo ogni volta che li indossavo oppure no. Tornando alla tua domanda anche a teatro il mio lavoro è sempre molto privato. Una delle conseguenze è che non creo personaggi con cui non posso anche divertirmi. Mi ricordo quando avevo vent’anni e dovevo interpretare una vecchia signora che chiedeva le elemosina per strada. Era un personaggio molto lontano da me. Per farla mi ero deformata la faccia, camminavo gobba, ero tutta strana, eppure in lei c’era molto del mio privato. Per cui ad esempio, avevo fatto sì che nel chiedere i soldi facesse gesti di ballo in cui le trasmettevo il mio sogno di diventare una ballerina. Questo per dire che nelle mie interpretazioni il privato è così forte che ci sarebbe anche se dovessi fare un uomo o un bebè. Nel metodo di Strasberg c’è un esercizio che si chiama “Il momento privato”. Non è un lavoro che uno fa per gli altri ma per se stesso, chiuso in camera sua. Per me è quello che mi restituisce l’essenza del mio lavoro.
Parliamo del cinema che ti piace.
Amo da sempre il tragicomico perchè riuscire a ridere della tragedia della nostra esistenza mi fa amare di più la vita, mi fa essere più gentile, mi fa venire voglia d’amare e di lavorare. Qualche giorno fa assieme a mio figlio ho rivisto Il grande dittatore che è l’apice del tragicomico. Tra i miei preferiti ci sono anche film di altro tipo come lo sono quelli di Bergman e tra gli ultimi visti Sentimental Value di Joachim Von Trier.