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Cult

‘Belle de Jour’ – L’anatomia del desiderio

Il piacere diventa castigo, la libertà è barattata per la prigionia, la sacralità si tinge di tinte erotiche; ed ecco che sorge una domanda: può la debolezza umana edificare una forza emotiva?

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Belle de Jour

Il 1967 è un’annata che ha segnato permanentemente la politica e le arti di così tante frontiere. Tra conflitti tutt’oggi irrisolti e il brulicare di movimenti culturali a fondamento della genesi della cinematografia come la conosciamo oggi, si erge il film cult Belle de Jour. L’opera, vincitrice dell’ambito Leone d’Oro e del premio dedicato a Francesco Pasinetti dalla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è un’esplorazione delle reliquie del trauma della violenza sessuale, una denuncia del perbenismo borghese che esorta a risolvere l’enigma più antico dei tempi: chi siamo realmente?

Il regista Luis Buñuel si lancia nell’ardua sfida di trasformare un materiale letterale che non gli piace, credendo di riuscire a raccontare la storia di un altro autore meglio dell’autore stesso. Ci sarà riuscito?

Il dramma nell’erotismo, l’erotismo del dramma

Buñuel usa infatti come materiale l’omonimo romanzo del 1929 di Joseph Kessel. Con sagace ingegno origina un film scandalo impregnato nell’erotismo senza alcun velo di sensualità né volgarità. I personaggi, così pensati dal regista, si mettono a nudo fotogramma dopo fotogramma senza doversi spogliare. L’erotismo della pellicola sta nella castità adottata nel sfiorare l’oppressione dei personaggi. Il modo in cui allo spettatore è richiesto di sedere in silenzio e osservare con ossequiosa vulnerabilità. No, nessun richiamo alla “pornografia del dolore”. Sono proprio la sua raffinatezza e asetticità a renderlo intellettualmente un film sensuale.

Chi, cosa, perché?

Apparentemente la classica storia di un matrimonio qualunque arrivato alla siccità. Lei, Séverine (Catherine Deneuve), bionda dalla pelle luminosa. Di poche parole ma dalla lingua tagliente e dai modi crudeli, a detta del marito. Drenata dalle sue attenzioni e del tutto restia all’intimità fisica, una puritana modello – o forse ancora troppo pudore dal rivelare la sua vera natura. Lui, Pierre (Jean Sorel), è la personificazione della perfezione. Un fedele compagno, premuroso e rispettoso delle remore della moglie e retto dottore dai modi gentili e sorriso rasserenante.

In realtà, Belle de Jour coglie l’eredità surrealista di Luis Buñuel e si prefigge il compito di testimoniare il vortice irrazionale dell’inconscio che ognuno si trascina, pur mantenendo apparenze e aspettative. Con immagini simboliche e allegoriche, l’autore indaga il fenomeno di quello che molti anni dopo sarà definito escapism. Senza nomenclatura né una fitta letteratura, il regista mette in scena i meccanismi di difesa alla quale una vittima di abusi sessuali potrebbe incombere. Belle de Jour diviene dunque un’esplicita e franca  rappresentazione del comportamento di fuga dalla realtà che porta lo spettatore alla fuga della sua realtà, rifugiandosi nella fantasia architettata dalla protagonista per scampare alla verità delle sue pene.

Belle de Jour

Come?

Il film si apre – e si conclude – con un sogno contorto e disturbante della nostra giovane Séverine. Seduti su di una carrozza Pierre la accarezza timidamente e si lascia andare a un romanticismo ingannevole. Lei lo incontra con freddezza– tema ricorrente – e si sottrae alle suo tocco. Così la perdizione e le macchie di feticismo prendono forma sullo schermo. I due cocchieri la trascinano fuori dal veicolo in questa foresta dai colori limpidi e dall’aria irenica. Il paesaggio di direbbe quasi il giardino dell’Eden peccato che di misericordioso non vi sia nulla: qui verrà punita della sua frigidità con lo stupro a opera dei due uomini e sotto il comando di un nefasto Pierre. 

È una trappola per il pubblico. L’orrore non sta nella depravazione del gesto che suggerisce un incubo per Séverine, l’orrore giace nel silenzio della protagonista, interrotto da Pierre, che si rivela essere una risposta al suo sogno erotico a occhi aperti. 

“A cosa pensavi?”

“Pensavo a te.”

Apatia ed eros

Consumata dall’immagine del desiderio che non ha mai le sembianze del marito, Séverine si perde nei pertugi più cupi della sua psiche, e con lei anche la morale è smarrita negli abissi della perversione e dissolutezza. Si aprono quindi i walzer di dicotomie che la pellicola tesse nella sua composizione: pudore e immoralità, freddezza e passione, castità e feticismo, trauma e masochismo, corpo e anima. La protagonista si è dunque svelata a noi, si è messa a nudo. Il distacco fisico, la sua frigidità sono solo un meccanismo automatico che soccombono la sua voracità sessuale repressa.

Il preludio di Belle de Jour anticipa la dicotomia strutturale della pellicola: si alterneranno sempre frammenti di realtà a sequenze di sogno, in cui starà all’audience interpretare in quale dei due universi Séverine sia autentica – sempre che lo sia affatto. Nel sogno idealizza forse chi vorrebbe essere? Nella quotidianità veste i panni che la società ha cucito per la donna? O semplicemente entrambe sono versioni che coesistono in lei? Séverine sarà spettatrice di uno spettacolo da lei orchestrato, ostaggio del suo stesso sogno, vittima della sua realtà.

La premessa

L’ouverture di questa opera smaschera fin da subito la labile e fraudolenta messa in scena di Pierre e Séverine. I due infatti lamentano i segni del tempo, la stanchezza della familiarità, la staticità di una coppia navigata eppure ben presto sarà rivelato che i due sono novelli sposi, in procinto di festeggiare il primo anno di anniversario. Informazione effimera per occhi poco attenti, ma questo dato da solo sa condurre lo spettatore a conclusioni risolute.

La ragazza, appena ventitreenne, si è promessa alle mani di un uomo prima di aver avuto il tempo di riconoscere propriamente le sue. Cullata in un castello di vetro, Séverine è ingenua. Oltre all’alta sartoria, non ha alcun tipo di conoscenza. Fa di suo marito il suo mentore, quasi morbosamente lo porta a comportarsi da padre. Si appiglia alle virtù cristiane per liberare la sua coscienza. Lancia giudizi al vetriolo come fossero un giavellotto, con precisione e potenza. Pierre e i suoi occhi buoni, invece, proprio non sanno vedere, o meglio vederla. Nel primo anno una coppia dovrebbe ancora risentire dell’incantesimo della luna di miele, delle famose farfalle nello stomaco. Eppure distanza è tutto ciò che li unisce. Lui è troppo preso dalla carriera, intento a salire la scala sociale e affermare il suo nome. La sua pazienza non è altro che incuranza e disattenzione.

Belle de Jour

L’enigma

In vacanza in montagna incontriamo un personaggio fondamentale per lo sviluppo della storia: Henri Husson, interpretato brillantemente da Michel Piccoli nelle sfumature di un uomo segnato da un ego ipertrofico, e tutta la superbia di un tipico affermato dell’alta borghesia degli anni ‘60. Annoiato dalla vita, inghiottito dal culto di una misoginia blanda e vanitosa, ricorda la saccenteria acida dipinta da Eric Rohmer in Adrien ne La collezionista (1967). Ebbene sarà lui a condurla al peccato. 

Tra una chiacchiera e un’altra, la giovane e ingenua Séverine rimane inorridita alla notizia di una conoscente passata a frequentazioni losche e l’attività di prostituzione per necessità economiche – che a detta delle donne nel film, sarebbe l’unica ragione per la quale una donna potrebbe esplorare la propria sessualità. La nostra protagonista accoglie con sgomento e sentenziosità le sorti dell’ormai dimenticata amica. Il pensiero però echeggia nella mente e la solletica. Lei è sedotta ed ecco il serpente nel Giardino delle Delizie pronto a convincere la piccola Eva a mordere il frutto proibito. 

“Non ci si annoia mai in un bar, non è come in chiesa dove uno resta solo col proprio animo.”

Il seme della discordia

Dall’alto della sua esperienza, Henri riconosce nello sguardo di Séverine interesse e cedimento. Pianta così il seme della discordia e le fornisce informazioni sul bordello, da lui frequentato tempo addietro, che ha accolto quell’anima in pena datasi alla prostituzione. In questa scena chiave, la composizione, tra audio e immagine, è impeccabile. La ripresa si stringe su di lei, assalita dalla tentazione e intrappolata dal rigore della morale. La voce di lui riempie il silenzio, le sue parole le tormentano la mente. Il volto di Henri non è mostrato, il regista gioca con gli spettatori: sarà stato un sogno o è accaduto veramente?

Proprio come quella voce stridente del diavoletto posto sulla nostra spalla sinistra pronta a istigare i peccati più nefasti, Henri strappa a Séverine l’innocenza che scopriremo essere stata deturpatale anni addietro. Le inquadrature, la voce fuori campo: tutto collabora per creare un film in cui onirico e reale si inseguono, si rasentano e si somigliano. I personaggi sono rivelati dopo essere stati uditi, così da confondere lo spettatore e convincerlo di essere voyeur di un altro dei suoi perversi sogni erotici. Invece no. 

Iconografia del film

La cinematografia rivela messaggi occulti alla narrazione. L’ambientazione, così come i costumi, rivela tutto ciò che i personaggi sono troppo timorosi di rivelarci. Belle de Jour è incorniciato nelle strade mondane parigine tra alti edifici e strade trafficate. Ogni scena è intrinsecamente radicata al luogo in cui viene rappresentata. In montagna, il suolo ricoperto di neve testimonia la freddezza e distanza che scorre visceralmente in questo amore abbandonato a se stesso.

Candida, fresca e tanto fragile come un fiocco di neve, la nostra Séverine lascia che gli uomini della sua vita la calpestino lasciando impronte indelebili, e così è persa per sempre. L’ombra di quello che è stata è ormai persa. Nei primi atti del film, la protagonista adorna la sua bellezza di bianco. Avverte l’audience della sua purezza, del suo animo infantile, poi il cambio. Grigi scuri fanno la loro comparsa: la sua innocenza è corrotta per sempre.

Belle de Jour

Prima del peccato originale vi era il giardino dell’Eden

Ogni sogno, ogni esplorazione della sua perversione si apre con il suono di campane. Luis Buñuel accosta un suono così solenne che evoca sacralità alla grottesca indole animalesca umana. Così ad ogni rintocco vi è l’annuncio: Séverine è sfuggita alla reclusione dei suoi giorni e si è persa nei meandri del suo inconscio.

I sogni della nostra eroina sono tutti – o quasi – ambientati in paesaggi rurali. La cinematografia annaffia la narrazione con le luci calde autunnali. Il panorama cattura la taciuta e sottomessa malinconia interiore e una raffinata suspense. Luminosi e mozzafiato, le distese di campi e il fogliame sono un’allegoria culturale, uno scorcio nel cupo e desolato trauma di Séverine ed è triste come esso appaia tanto sublime nella sua memoria. In queste scene verde, rosso e marrone sono i colori dominanti che parlano chiaro, più dei protagonisti. Le tinte marroni autunnali simboleggiano una stagione di rinascita per Séverine. La giovane sposa acquisisce nuova consapevolezza di sé, il suo manto bianco è ormai macchiato sudicio, infangato come la sua immagine. Il richiamo della terra, della carne è troppo forte per resistergli. L’autunno e le sue piogge però suggeriscono l’epurazione dei peccati, siano essi l’infedeltà o il senso di vergogna per la violenza subita, che preme nelle sue memorie come una campana.

Il surreale Decameron secondo Luis Buñuel

La direzione favorisce le lunghe riprese. I vasti paesaggi richiamano l’idea di libertà eppure soffocano e materializzano il castigo. In ogni sogno Séverine è infatti umiliata, abusata e aggredita – questo è ciò che è suggerito ma con molto gusto, Buñuel non ritrae mai quei momenti. Gli spazi immaginari tra gli eventi del racconto diventano importanti tanto quanto gli eventi stessi. Nella sua fantasia, la protagonista indossa sempre capi rossi, così da delineare la vena carnale della sua passionalità ma al contempo segnalare la violenza e aggressione in maniera lampante.

L’immensità della natura contro il silenzio delle lotte dei personaggi declinato nelle sfumature di verde, aspira a sedimentare Séverine in uno stato di lucidità e serenità. Il tutto è controverso vista la sua sfera onirica irrazionale e masochista. Mostrati come se fossero il Giardino dell’Eden promesso ad Adamo ed Eva, Séverine li trasforma in una prigione eppure li vive come fossero il suo santuario.

Il seme trattenuto è veleno

È calata la sera a casa. Pierre è seduto al suo tavolo, con ancora addosso l’orologio e una fatua compostezza. Séverine invece, con i capelli raccolti all’insù, indossa un pigiama bianco e sopra una vestaglia rosa, somiglia ad una bambina e ciò non è casuale. È morsa dalla curiosità. Implora il marito di raccontarle della vita a luci rosse. Del resto il concetto di femminismo è ancora acerbo e quello di libertà sessuale del tutto un tabù, come potrebbe quindi una ragazza come lei averne alcuna nozione?

“Passi mezz’ora da solo con lei, e una volta uscito sei triste per il resto della giornata. Ma cosa puoi farci? Semen retentum venenum est.”

“Il seme trattenuto è veleno”. La citazione di questo proverbio cela significati liminali e apodittici. Un’interpretazione comune del proverbio si riferisce al dovere antropologico di mettere al mondo figli e coltivare una propria posterità. Non “trattenere il proprio seme” però può essere letta come una forma elegante per dare sfogo ai propri desideri lascivi e rispondere ai propri istinti carnali. Rincorrere l’appagamento sessuale; esattamente ciò che Séverine ha respinto fino a quel momento.

Più che per il messaggio, questa interazione, per quanto labile, è un’altra dimostrazione della distanza che intercorre tra i coniugi. L’uso del latino infatti riflette la loro incapacità di comunicare, la lontananza intellettuale che li delinea e confina nella società e dietro le porte di casa. Lei accucciata al lato della scrivania e lui seduto retto. La cinepresa la riprende mentre pone la domanda e poi inquadra lui spingendola sempre più al fondo della composizione dell’immagine. Lui, uomo, insegna. Lei, donna, ascolta e non comprende. Così si ripete nuovamente la dinamica padre-figlia che macchia le loro interazioni e, nell’agonia, Séverine prende una decisione: non tratterrà il seme.

Belle de Jour

Belle de Jour: l’alter ego prende forma

Nella liturgia ludica della protagonista, lei è sottomessa e si concede solo quando trattata con rude assertività. Beh, la fantasia si materializzerà nell’appartamento di Madame Anaïs, 11 cité Jean de Saumur. Sotto la sua guida Séverine inizierà a prostituirsi ma serve un alias, un nome per questo alter ego – che somiglia molto di più al suo stato naturale più di quanto le sue pretese da borghese altolocata rappresentino il suo vero io.

Il titolo del film, omonimo del libro dal quale è adattato, è un brillante gioco di parole. In francese, il termine prostituta è spesso sostituito dal più raffinato “belle de nuit” (bellezza della notte). Poiché Séverine eserciterà la nuova professione dalle due del pomeriggio alle cinque per non destare sospetti al marito, Madame Anaïs le dona lo pseudonimo Belle de Jour. Curioso che in botanica il nome designi appunto un peculiare fiore che sboccia di giorno, Morning Glory, aprendosi al mattino, e appassisce, chiudendosi di sera, proprio come la nostra Séverine. Così la devota moglie inizia la sua routine: entra nel bordello alle due ed esce alle cinque, torna nella sua lussuosa casa, si fa la doccia e brucia i vestiti e la sua biancheria nel camino. Può la carnalità, l’intimità fisica realmente portare la comprensione dell’altro e di sé? Quella distanza tanto agognata da Pierre riuscirà ad accorciarsi?

Piacere e castigo

Ogni sua concessione del corpo a sconosciuti la porta a ottenere prossimità a suo marito. Più il suo corpo si allontana e vaga di letto in letto, più vi è vicinanza fisica col marito; si sente pure a suo agio abbastanza da dormire con lui nel letto. Poi tutto s’interrompe. Ecco un’altra fantasia con Husson, come se non riuscisse a essere presente senza ancorarsi tra le braccia di qualcun altro nella mente. Lui la tormenta, la perseguita nel subconscio come un demone fa con i suoi prescelti.

Finalmente Séverine dà sfogo alle sue fantasie sessuali eppure i suo sogni non cessano di presentarsi. Il suo senso di colpa fa da sceneggiatura ma stavolta non è lei la protagonista. Il marito Pierre e il serpente tentatore Henri Husson sono rassegnati al tentativo persistente di riscaldare una zuppa. Ancora una volta, onnipresente, è riproposta una metafora sulla passività, sulla mancanza di passionalità e dominanza del marito. Questo però è ora contrapposto all’esplorazione di un nuovo stato d’animo: il senso di colpa. Nell’immaginario di questa fantasia infatti vi è un pascolo di cui due bestie sono chiamate rispettivamente rimorso ed espiazione. In questa sequenza Luis Buñuel restaura il genio di Jean-Francois Millet imitando la composizione fotografica del dipinto a olio su tela di L’Angelus (1859), legato a simbolismi religiosi nonostante le vere intenzioni e ispirazioni dell’artista. Il bestiame viene soppresso così come la protagonista vestita di bianco viene punita, ma lei ad ogni colpo geme. 

Belle de Jour

Feticismo allo specchio

Belle de Jour non è una celebrazione del sadomasochismo, ma piuttosto un tentativo di indagare il surreale, testare quanto realmente siano diametralmente opposti i concetti di piacere e dolore, pudore e impudicizia. Séverine non è disturbata quanto le sue colleghe dalle perversioni di un cliente orientale che propone una sessione coinvolgendo quello che appare essere un insetto. Eppure i giochi di ruolo che la vogliono nelle vesti di un’autoritaria dominatrice la ripugnano. Nessun contatto fisico, solo comandi decisi ed una frusta: lei ne è terrorizzata. Ha passato così tanto tempo ad anelare la sottomissione che quel ruolo proprio non le calzava. Forse uno specchio di come lei non sia mai riuscita a prendere in mano la sua vita. Ma l’arte del voyeurismo la alletta. Comprende che la sottomissione risiede nel potere di cedere all’altro il comando. 

Non più estranea ai kink, Séverine s’imbatte in un uomo che trae godimento nella rievocazione di riti religiosi e soprattutto è sedotto dalla morte. Un commento socio-politico sottile ma affilato sull’ipocrisia che si infiltra nella bigotteria cristiana. Il cliente l’assume per interpretare un cadavere in una bara durante la liturgia, ma non un cadavere qualunque; il corpo di sua figlia. La telecamera stringe sempre di più su di lei coperta solo da un velo nero, la bara oscilla, non ci sarà mai rivelato cosa fece o disse. Ma sarà successo davvero? La grana, la saturazione della fotografia, l’insolito rendezvous al di fuori dell’appartamento di Madame Anaïs: tutto desta sospetto. E poi, boom, eccoli, i cocchieri-punitori della scena d’apertura della pellicola. Oltre al rintocco delle campane, il film adotta insolitamente dei riferimenti a dei gatti per sedimentare l’aspetto onirico: animale solitamente figurativo della femminilità e della seduzione.

Marcel & Hyppolite

Sarà il più giovane e grezzo dei due, Marcel, a cogliere le attenzioni della novella sposa. Rude, sporco, arrogante e imperioso. L’abbigliamento tradisce subito: denti blindati, un trenchcoat di pelle nero, calze lise e un bastone. La distanza sociale tra Séverine e i due clienti è assordante. Tramite la loro apparizione Buñuel dipinge il divario tra lussuria e povertà. Si lancia anche ad ancorare Belle de Jour a fatti di cronaca realmente accaduti. Una delle prostitute abituali tenta nella sua analfabetismo di leggere il titolo di un articolo di giornale. Esso documenta Il disastro di Arbefan del 1966, catastrofico collasso di una miniera che ha portato alla morte di centinaia di persone, specialmente bambini. La donna viene interrotta con prontezza tra risolini e sopracciglia corrucciate. L’ aneddoto è lasciato del tutto vuoto a sé stante, ma chi lo coglie riesce a palpare la critica all’egocentrismo e superficialità dei ceti alti. Persi dalla propria introspezione da non quantificare il vero male. Séverine si contorce nel letto logorata dai dubbi di questa doppia vita, se ne ossessiona e nel frattempo la classe operaia vede sulla sua pelle le ferite di battaglie giornaliere da dover sconfiggere. Non il lusso di essere desiderati e bramare il prossimo, ma l’animalesco compito di sopravvivere. Il tema, proprio come quel giornale, è semplicemente scansato un po’ più in là.

Belle de Jour

La vacanza

Cambia il luogo, cambia il panorama ma Pierre e Séverine sono sempre gli stessi. L’idillio di una maggiore intimità emotiva e fisica sfuma come le onde. Il regista dipinge lo stesso tipo di claustrofobia che preme nella coppia così come descritta nei primi minuti del film in montagna. Siamo ora al mare d’inverno. Non vi è nessun altro in spiaggia se non loro due,. Lei gli dà le spalle, si allontana, si sente soffocare dalle attenzioni del marito. 

 

“Non saprei come spiegarti. Ci sono talmente tante cose che vorrei riuscire a comprendere, tesoro. Cose che riguardano me stessa.”

Le acque sono calme, il cielo è sereno e apparentemente dovrebbe esserlo anche il loro matrimonio, ma non è così. Lei cerca di sfuggirgli ad ogni occasione. Eppure il suo amore non è faceto. Lei lo ama veramente – o almeno se ne convince -. Come può risiedere in lei così tanto affetto e altrettanta repulsione? Il suo corpo è lì con lui ma la sua mente accarezza il ricordo di Marcel che l’aspetta rovente a Parigi. Lui è impaziente, famelico di lei. Quella che sembrava solo una scappatella, una concessione sessuale, diviene un’ossessione: ora sono coinvolti i sentimenti.

L’emancipazione di Séverine

Tornata da quella settimana interminabile, costretta a esistere sotto la pretesa di una moglie fedele, obbligata alla vecchia abitudine di rendersi piccola per mostrare la grandezza del marito, il suo primo pensiero è incontrare Marcel. Nell’appartamento di Madame Anaïs, Séverine ha avuto tanti compagni di letto ma solo lui è stato realmente il suo amante. 

L’abuso sessuale che segnerà per sempre la protagonista in tenera età non sarà mai discusso. Un flashback lo accenna e un altro la mostra nel mezzo della comunione rifiutarsi di ingerire il corpo di Cristo sotto forma di ostia. Un dettaglio sfocato ma straziante. L’idea che fin da piccola lei si sia sempre considerata impura, non meritevole di grazia e misericordia. Nessuna confessione, né al sacerdote così come ai suoi cari, la piccola Séverine ha sempre tenuto la testa bassa e soffocato il dolore in gola. All’appunto Marcel si mostra familiare nella sua aggressività, nel suo esercitare possesso nei confronti della giovane. Le inveisce contro e la intimidisce con una cinghia; lei si ribella. Non vi è tentennamento.

Séverine trova la forza di difendere se stessa. Torreggia su di lui con tono deciso e si sottrae al suo tentativo di umiliazione. Che sia uscita dalla gabbia in cui il trauma l’ha rinchiusa, o che ci si sia incatena ancor più saldamente? Può sembrare controintuitivo ma le sue fantasie ruotano attorno a giochi di potere. Vi è chi ha forza sull’altra, ma in realtà è sempre lei a concedersi. Nell’arringa con Marcel non si sottrae alla liason ma ridefinisce i confini della sua posizione di inferiorità e il permesso che gli concede, proprio come il cliente diletto nel roleplay. Quindi Séverine si sta allontanando dalla perversione o ci si sta seppellendo sempre di più? 

Belle de Jour

Il quinto cliente: Henri Husson

Le ragazze del bordello si riuniscono tra schiamazzi per accogliere un cliente di vecchia data. Henri Husson fa il suo ingresso nell’appartamento. Intenzionalmente o meno, Belle de Jour ha tinte religiose e Husson è l’incarnazione del diavolo. La conduce in tentazione, glorifica il peccato ma condanna i peccatori. Si autoproclama punitore, seduce le donne per punirle della loro cupidigia, nonostante lui sia il primo ad averne le mani sporche – picco della sua misoginia. Fin dalla sua prima apparizione ha sempre mostrato interesse verso Séverine,corteggiandola con sfrontatezza.

L’ha rincorsa, perché intoccabile, inarrivabile. Pura e bianca come la neve, sposata al suo amico: la proibizione la rendeva attraente; il suo frutto proibito. Come il diavolo, dopo aver giocato con lei conducendola al male, se ne disfa. Lei inorridita all’idea di essere stata colta in flagrante e ancor più esasperata all’idea di essere denunciata al marito; lui appagato e intrattenuto da questa sorpresa. Esibisce benevolenza fasulla e promette di non rivelare il segreto. I suoi sguardi di disgusto però, la spogliano finché non vi è più modo di nascondersi: la fantasia è stata ingannata alla promessa dell’eternità.

Belle de Jour

Il duello della morte: gli albori dell’Apocalisse

La dama ferita si rifugia nell’immaginario. Nel sogno Pierre e Husson duellano, si sparano a vicenda ma le pallottole colpiscono lei legata all’albero. Una materializzazione dei suoi timori o la morte metaforica di una parte di lei? Con razionalità e prontezza, Séverine abbandona la sua doppia vita. Il sogno si rivelerà premonitore di risvolti irreversibili. Un duello fisico sarà presto esortato e la morte rasentata da Pierre per mano di Marcel. Vigliaccamente, Séverine accusa Marcel della ragione della sua resa. Lei e Anaïs si scambiano un addio equivoco che lascia l’interpretazione a sfumature saffiche.

Husson viene meno alla sua promessa e, senza indugio alcuno, tira via il velo della segretezza. Ma chi è il vero peccatore? Colui che indica la strada verso la perdizione o colei che la segue? In un finale a tratti psichedelico Séverine cessa di essere l’ideale che Pierre si è nel tempo costruito nella testa. Entrambi abdicano gli obblighi che li hanno frenati e sminuiti a mere sagome vuote della loro soppressa essenza.

La semantica dell’intimità

Luis Buñuel tesse nella silhouette di Belle de Jour un ritratto nitido di un amore solenne incastrato nell’incertezza. Primordiale è la narrazione del fragile processo del divenire se stessi, la necessità di allontanarsi da se stessi per arrivare a noi. Lo stile non è contemplativo, eppure testimonia le contraddizioni del suo tempo. La ricerca della libertà e del cambiamento si scontra con la paura della permanenza, dell’eternità. Il desiderio di amore è filtrato dalla debolezza carnale e annientato da traumi irrisolti. Piacere e malessere mappano una lettura onirica del reame della sessualità che è attraversato secondo diversi sentieri: l’abuso minorile, il feticismo, l’orientamento sessuale, i virtuosismi religiosi e la repressione.

Quasi sessant’anni dopo, Belle de Jour mantiene il suo primato, persiste nel porsi come genesi dell’esplorazione dell’interiorità umana ed è ancora oggi un eccellente studio dell’anatomia del desiderio.

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Belle de Jour

Belle de Jour

  • Anno: 1967
  • Durata: 101'
  • Distribuzione: Robert et Raymond Hakim, Paris Film Productions, Five Film
  • Genere: melodramma, erotismo, romantico, azione
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Luis Buñuel
  • Data di uscita: 24-May-1967