
Anno: 2013
Durata 72′
NazionalitĂ : Italia
Genere: documentario
Regia: Giovanni Aloi
Presentato in anteprima italiana al Visioni Fuori Raccordo 2013, Pan play decadence si inoltra con sguardo attento e rispettoso, clinico ma prossimo al mondo ancora misconosciuto del fetish. Frutto di una ricerca di quasi tre anni passati a stretto contatto con il vissuto di una serie di figure che della sessualitĂ estrema hanno fatto il loro sentiero esistenziale, Giovanni Aloi incontra uomini e donne colti nella loro diversa e polimorfe normalitĂ , nel momento del âlavoroâ e in quello dell’uscita alla luce della societĂ , fino al parossismo (cercato, voluto, trovato?) di scene come quella in cui una coppia interamente vestita in latex cena frugalmente con una pizza consegnata a casa e poi, con camera antigas che ne collega i respiri, si accomoda come qualunque altra coppia sul divano, davanti la tv, a sentir parlamentari discettare di normalitĂ ipocrita.
Nelle storie di âtrasgressioneâ di questo affresco d’un nord Italia sommerso non c’è amore, se ne intravede forse la disperata malinconia nata dalla sua mancanza. Non c’è equilibrio, ma se ne scorge un tentativo che trascende i confini convenzionalmente consigliabili di prudenza e di tutela del proprio corpo-mente-spirito.
Perversioni personali che assurgono a spettacolo segreto ma âpubblicizzabileâ, sempre piĂš accettati come meno patologici di quanto il buon senso comune (quello sĂŹ, sempre piĂš malato) ci vorrebbe far credere. E soprattutto sempre piĂš vendibili e spendibili, in una condivisa esigenza di non demonizzare ma normalizzare. Lo stesso Decadence party che suggerisce parte del titolo al film si presenta, sull’home page del proprio sito, come un’isola felice vietata ai minori, dove trasgredire nel rispetto degli altri, relegando quindi in un privato non socialmente pericoloso quello spirito sovversivo e panico che faceva di Pan-Dionisio il simbolo della sessualitĂ non riproduttiva e dell’immersione lasciva e liberatoria nella vita.
Ai momenti di indagine del reale, tra socialitĂ alternativa e vita fetish (dal sadomaso alle pratiche piĂš debitrici della body art estrema delle avanguardie del secolo scorso, azionismo viennese in primis), connotati ed eccitati da un paesaggio sonoro âindustrialeâ, âelettronicoâ e accurato, fanno da continuo contrappunto frammenti di un lirismo innocente, home movies in cui è la purezza dell’infanzia a ricordarci da dove siamo partiti prima di pervertire tanto le nostre strade.
Quel che Bataille diceva a proposito dell’erotismo (un atto rituale al confine con la religione e la morte) si incontra nel fetish con âl’efficienza tecnicaâ e l’analitica iperreale della pornografia: il gioco in questione oscilla sempre pericolosamente (anche passando a questo punto all’aspetto formale del film) tra il timore d’aver perso l’intimitĂ propria allo spirito religioso e l’attenzione spasmodica alla superficie (la pelle e i suoi rivestimenti, e, raddoppiando il gioco, la fotografia e l’accuratezza della messa in scena).
Puntare tutto sul corpo, come precipitato delle tensioni interne e sociali, fino all’esperienza taumaturgica del dolore, alla stregua del sacrificio rituale, dell’annichilimento e dell’umiliazione, è quella che potrebbe parere una forma estrema e al contempo carica di contrappasso dell’odierno culto della forma fisica, diametralmente opposta alla sanitĂ âsportivaâ. Una rivendicazione di alteritĂ , una rinegoziazione della soglia d’equilibrio/normalitĂ sulla quale punta ossessivamente quella voce fuori campo che fa da linea guida all’indagine filmica. Passione o ossessione che sia, il piacere ti salva, e di fetish si vive, e non si muore.
Salvatore Insana