Tutti i soldi del mondo: l’ultimo film di Ridley Scott è un’affilata messa in scena della realpolitik della vita interiore

Ridley Scott, che ha deciso di realizzare il film sull’onda dell’entusiasmo provocato dalla lettura della sceneggiatura di David Scarpa, ha subito il fascino irresistibile di quella realpolitik che amministra anche i più profondi e complessi meccanismi della vita psichica, interiore

  • Anno: 2917
  • Durata: 132'
  • Distribuzione: Lucky Red
  • Genere: Biografico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Ridley Scott
  • Data di uscita: 04-January-2018

Lasciando fuori campo (per dirla cinematograficamente) il discutibile antefatto che ne ha ammantato la realizzazione, che è materia su cui non è possibile esprimere un giudizio che abbia qualche consistenza, ciò che si può dire di Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott, lungometraggio liberamente tratto dal romanzo Painfully Rich (1995) di John Pearson, è che in esso, al di là dell’effettivo valore, emerge una riflessione significativa sull’ordine contemporaneo delle cose: ogni forma di relazione è già da sempre investita dalla dimensione economica (una logica di scambio), nonché da una serie di rapporti di forza che ne scandiscono le dinamiche interne.

Paul Getty (Christopher Plummer), un redivivo Charles Foster Kane di wellesiana memoria, è un dittatore che esercita indiscriminatamente il proprio potere, essendo naturalmente svincolato da qualsiasi legame che possa ridurne la capacità decisionale: emette ordini, e, quando si ritrova in un’iperbolica, quanto inaspettata, inversione di ruoli, non cede alcuna quota del proprio dominio, laddove è intimamente persuaso che tutto possa essere regolato attraverso un’attenta gestione, alla stregua di qualsiasi altro affare.

Durante le due ore e un quarto di visione – le quali a tratti mettono un po’ alla prova la resistenza dello spettatore – la componente emotiva, che sembrerebbe a un certo punto penetrare nella vicenda messa in scena, mutando l’andamento degli eventi, viene prontamente ri-contabilizzata, e, dunque, neutralizzata: insomma, al netto della retorica che spesso avvolge (e ha avvolto) episodi come quelli narrati nel film (nella fattispecie i sequestri), Scott pare voler con forza affermare che non esiste uno spazio aneconomico dell’esistente, l’onticizzazione si è definitivamente compiuta, e, allora, non resta che accordarsi sul prezzo da pagare.

Getty è disposto a mettere a repentaglio la vita del pur amato nipote (Charlie Plummer) giacché la cifra richiesta è fuori misura. Il regista, che ha deciso di realizzare il film sull’onda dell’entusiasmo provocato dalla lettura della sceneggiatura di David Scarpa, probabilmente ha subito il fascino irresistibile di quella realpolitik che amministra anche i più profondi e complessi meccanismi della vita psichica, interiore. D’altronde c’è ancora qualcuno così ingenuo da credere che dietro la manifestazione dei fenomeni ci sia una causa invisibile e, dunque, più consistente?

Lasciandosi per l’ennesima volta suggestionare dal pragmatismo illuminato del Sarte de L’esistenzialismo è un umanesimo, chi scrive non può evitare di ricordare che l’uomo è quel che fa, non quel che è, e, allora, se non è possibile dare rappresentazione all’interiorità, si può ancora, a rigore, affermarne la fantasmatica esistenza, come se essa costituisse la premessa di tutto ciò con cui, innanzitutto e per lo più (per dirla con Heidegger), ci rapportiamo?

Qualcuno potrebbe lecitamente ritenere che quanto affermato costituisca un fuori tema non attinente, valutazione che è senza dubbio nel suo diritto esprimere, eppure fermarsi a un giudizio che non tenga conto del fuori campo cui ostinatamente fa segno l’ultimo film di Ridley Scott comporterebbe un fatale impoverimento del suo valore. Paul Getty (così come il suo antesignano Charles Foster Kane) acquista tanti e notevolissimi oggetti d’arte, unico investimento che offra la contropartita di un sollievo significativo per l’anima. È solo nella bellezza artistica, la quale trascende la retorica di una soggettività ancora impastoiata in una trama inconsistente d’immaginari rapporti, i quali non fanno altro che sostenere le relazioni di forza dominanti, che filtra miracolosamente un tempo altro, una durata che lenisce la prosaicità di un ordine simbolico esanime. Non che si vogliano qui negare l’eccedenza e il valore dell’Amore, ma è proprio la necessità di liberarne fino in fondo la Potenza che obbliga a ripensare le dinamiche affettive fino in fondo, sganciandole definitivamente dalla retorica dialettica (familistica) in favore di un più ampio orizzonte comunitario.

Detto, in altri termini: perchè Paul Getty avrebbe dovuto sborsare la somma richiesta dai rapitori del nipote? Solo in virtù di un aprioristico vincolo famigliare? La famiglia non trascende i rapporti economici, anzi è proprio ciò che ne costituisce uno degli assi portanti.

Non si vuole persuadere alcuno sull’opportunità dell’interpretazione fornita, ma schiacciare Tutti i soldi del mondo su un’analisi che non tenga conto, come si diceva poc’anzi, del consistente fuori campo cui allude sarebbe un’operazione miope, che, tra l’altro, costituirebbe un’ingenua svalutazione dell’intelligenza di un regista come Ridley Scott.

Da segnalare, infine, la buona prestazione del nostro Marco Leonardi, il quale, nel ruolo dell’organizzatore del ‘secondo sequestro’, dimostra ancora una volta, pur avendo a disposizione poche sequenze, il suo indubbio valore di interprete.

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