Master Blaster analizza Soviet Zombie Invasion di Andrea Marfori

Soviet Zombie Invasion di Andrea Marfori è come un quadro di Pollock, che va gustato per gli accostamenti concettuali, più che per la resa naturalistica

La nuova camera delle bestemmie, primi di ottobre, colonna sonora : il crepitio del caminetto e “l’internazionale” cantata dal Coro Dell’Armata Rossa.

Prima di cominciare, credo sia d’obbligo una spiegazione sul perché mi accingo a parlare solo ora di fatti ed eventi che si sono svolti a fine agosto.

Al di là della mia endemica tendenza alla dilazione – tratto tipico del mio carattere post-adolescenziale e pre-senile, va detto che mi sono forzato, anzi, ho proprio inchiodato le mani al tavolo, nel trattenermi dal parlare in precedenza di “Soviet Zombie Invasion”.

Questo perché, in piccola parte anche grazie al lavoro di pressioni e contatti da me svolto sotto traccia, questa perla sarà presente alla prossima edizione del Fantafestival, di modo che anche le masse urbane possano goderne.

Pertanto, ho immaginato che una recensione a distanza ravvicinata dall’evento, possa spronare tutta quell’umanità bruta che vive ignorando l’italico genio di Andrea Marfori ad accorrere in doverosa adorazione all’edizione del festival, ben conscia di ciò che la aspetta.

E ora, diramati gli avvisi ai naviganti ed espletati i salamelecchi di rito, non indugiamo oltre ed andiamo a scoprire la nuova, disgustosa pietanza che il buon Andrea ci ha preparato.

Devo dire che quando in estate ricevetti il messaggio da parte del sommo vate in persona, avevo qualche pregiudizio.

Un po’ in quanto, essendo un buon pigro, l’idea di mettermi in macchina e farmi un viaggio andata e ritorno ai confini del Lazio mi causa sempre un attacco di papille gustative interrotte.

In secondo luogo per una latente ostilità preconcetta, dovuta al fatto che le riprese di Soviet Zombie Invasion, hanno per forza di cose rallentato la lavorazione de Il bosco 2 , che bramo di vedere come ogni anima sensibile che si rispetti, per avere un po’ di luce in questi tempi bui.

Ma per me, una convocazione di Marfori è un richiamo irresistibile, al pari del Bat-segnale. Pertanto, vinte remore e pigrizia, sono montato in macchina per un solitario e caldissimo viaggio alla volta di Soriano nel Cimino, dove si sarebbe proiettata la prima assoluta del film, in un posto chiamato Parco delle Paperelle (nomen omen)!

Ad attendermi c’è un Marfori, come sempre in versione Frank Zappa, con qualche aggiunta Beach Boys dovuta alla canicola impietosa.

Al seguito trovo anche il russo Victor Boulankin, noto ai più per essere il patron del Drop Festival, uno dei più gettonati appuntamenti di cinema horror e fantastico delle gelide lande caucasiche, ma che in questo caso veste i panni del produttore e interprete di ben due film Marforiani.

Infatti, oltre a Soviet Zombie Invasion, è alle ultimissime battute anche un altro lungometraggio: “Il percorso della paura” di cui ho assaggiato qualche sequenza in un breve documentario proiettato alla fine della serata.

In questo caso si può ben dire che Marfori in Russia ha trovato l’America.

Personalmente non ho mai nascosto le mie simpatie per il paese di Lenin, Tolstoij e Pietro il Grande, quindi a mio parere, con questa scelta i russi dimostrano ancora una volta al mondo intero di essere sempre un passo avanti.

In principio questo è una cosa che mi ha preoccupato non poco.

Il fatto di avere alle spalle una buona produzione è sicuramente un bene, ma può anche nascondere trappole oscure che portano all’imborghesimento.

Basti pensare a ciò che è accaduto alla coppia Boni/Restori.

Taxidrivers_Andrea Marfori_Soviet Zombie Invasion

E se anche Marfori mi avesse tradito e stesse per rifilarmi l’ennesimo polpettone da inserire nel filone di horror introspettivo che per da un paio d’anni imperversa, annoiando le platee di mezzo mondo?

A rassicurarmi in parte ci pensa Boulankin spiegandomi i meccanismi della produzione a quelle latitudini, basata sul principio del baratto con altri produttori – si! Avete capito bene…. proprio il baratto…. tipo quello del Medioevo! – Della serie: “Io ti do un attrezzista, tu mi procuri una location”. Se vogliamo è la versione Russa del nostro “una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso”.

Sembra che da quelle parti pare che funzioni egregiamente riducendo enormemente i costi, con il risultato che lì le produzioni indipendenti sono vive, vegete e prospere, mentre da noi sono morte e sepolte da lustri.

Il fatto di sapere che nella squadra rimanga sempre la confortante presenza di Paola Mingoni è per me quasi una garanzia di fedeltà al proprio stile.

E in un’atmosfera surreale, tra gli appassionati pretoriani convenuti dalla tuscia, ignari turisti che pensavano di potersi tranquillamente mangiare una pizza al tavolo durante la proiezione (poveri stolti!) e una turba di bambini vocianti, attratti sia dai mostroni che comparivano sullo schermo, sia dalla combriccola innegabilente singolare che rappresentavamo, finalmente inizia la proiezione.

Fin da subito capisco di trovarmi di fronte ad un Marfori originale al 100%.

Dopo i titoli di testa introdotti da un gruppo metal russo di cui non ricordo assolutamente il nome, vengo infilato a forza senza nessuna intermediazione, nella storia. Così! Senza un vero perché….

Mi spiego meglio: metti una sera tra amici a Mosca, in compagnia di due ragazze oggettivamente bellissime, con una scelta di opzioni per la prima serata che spazia dal cinema, al teatro, ad una raffinata e romantica cenetta. Come si può non scegliere di infognarsi in un tugurio in rovina, tra piattole di barbone, calcinacci e una vasta gamma di lacci emostatici poco usati? Chi non lo farebbe?

Il tutto ovviamente lasciando le belle ragazze ad aspettare in macchina!

Seguendo questa logica, non è strano che immediatamente il posto risulti infestato da famelici zombie frutto di dimenticati esperimenti governativi.

Quello che viene da chiedersi, semmai, è perché questi benedetti non-morti non decidano di uscire dallo stabile per diffondere l’infezione come in qualunque zombie movie che si rispetti, visto che il suddetto palazzone non ha le porte.

Ma più di ogni altra, il grande interrogativo che sicuramente mi porterò nella tomba è perché mai gli zombi-barbone-governativi-russi camminino saltellando in fila indiana come i sette nani di Biancaneve.

Senza contare il comportamento delle ragazze a fronte del ritardo del loro amico, che invece di chiamare eventuali soccorsi o, ancor più logico, mandarlo a quel paese per averle mollate in strada preferendo loro un fatiscente deposito tossici, prendono una luger p38 che casualmente avevano in borsetta (forse a Mosca tutte le ragazze di buona famiglia ne hanno una) e si fiondano anche loro nel letamaio a far da dessert.

E’ solo nel momento in cui una delle protagoniste si mette sotto la protezione di un militare prigioniero nell’edificio, il quale afferma, tronfio come un coatto di Torbellamonaca, che gli zombie lo rispettano perché indossa un mascherone di carnevale, che rinuncio definitivamente a cercare un senso alla trama.

Capisco che questo film è come un quadro di Pollock, che va gustato per gli accostamenti concettuali, più che per la resa naturalistica. E allora inizio davvero a godermi l’orgia di false soggettive effettuate in campi ridottissimi che mi lasciano più stordito dei miei trascorsi ai rave.

La palma d’oro di tutto il film va però al “ciccioverde”, al secolo Andreij Surtaev, un simpatico e rubicondo ragazzotto-zombie,  con la faccia impiastricciata di farina e marmellata, che saltella qua e là per la scena come un fagiolino messicano, insaccato in una improbabile mise verde, vomitando ettolitri di sangue “rosso Fulci”.

Insomma, un’autentica salsiccia leghista!

Intendiamoci, quello che mi piace di Marfori, è che dai suoi film traspare una voglia di divertirsi che di riflesso diverte; dalla sua sovversione di ogni canone estetico a favore dell’assurdo, si nota un’attitudine, quasi punk che offende il gusto perbenista.

Ogni volta è come se ti dicesse “Va bene,  il mezzo cinematografico lo so usare, e anche bene se voglio… il fatto è che proprio non voglio!”

Nonostante il culto dell’improbabile e il suo apparente essere sgangherato, il film centra l’obiettivo di oltraggiare e divertire e scivola velocemente tra una risata e qualche punto interrogativo.

Se proprio volessi trovarci una pecca seria, la critica che gli potrei muovere è l’eccessiva brevità, che lascia molti – troppi – nodi irrisolti.

D’altronde non era stato concepito come lungometraggio ma come pilota di una ipotetica serie, da cui deriva il minutaggio estremamente ridotto e privo di sostanziali sviluppi.

Nonostante rimanga in fervente attesa del seguito de “Il bosco 1”, vedere questo film mi ha fatto bene. In primo luogo perché, visto in condizioni adeguate, su grande schermo e in compagnia, è estremamente godibile. Inoltre, di gran pregio risulta la fedeltà che Marfori conferma a se stesso, nel suo sapersi ritagliare uno spazio, anche al di fuori del tempo, ove non si scende a compromessi.

Andrea, in un’intervista, afferma di essere l’ultimo esponente di quella grande classe di autori italiani di genere come Argento, Bava, Margheriti, Cozzi e ovviamente Fulci.

Personalmente condivido il pensiero, seppur con i dovuti distinguo.

Credo infatti che, finché Marfori, come l’ultimo dei giapponesi, coltiverà questa sua coerenza autoriale (anche se so che non ama il termine), il cerchio resterà aperto e la stagione del cinema di genere italiano non sarà ancora veramente chiusa, lasciando tempo, spazio, esperienza e speranza di rinascita alle nuove generazioni.

Colonna sonora del rientro: Pank – Nina Hagen

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