Félicité, la storia di una donna in cerca d’aiuto che nel suo viaggio disperato riscopre la vita

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Film vincitore del Gran Premio della Giuria alla 67° Berlinale, Félicité ha da poco trionfato all’Africa Movie Academy Award, premiato per miglior film, miglior attrice protagonista, miglior attore non protagonista, miglior colonna sonora, miglior sceneggiatura, miglior film in una lingua africana

  • Anno: 2017
  • Durata: 123'
  • Distribuzione: Kitchen Film
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia, Belgio, Senegal, Germania, Libano
  • Regia: Alain Gomis
  • Data di uscita: 31-August-2017

Quarto lungometraggio del regista francese di origini guineana e senegalese Alain Gomis, Félicité è la storia di una donna che cerca a tutti costi di aiutare il figlio, rimasto profondamente ferito in un incidente stradale; durante il suo viaggio urbano in una città che prima smarrisce e confonde e poi ti prende per mano, come tutte le metropoli dell’Africa sub-sahariana, riscopre la Vita in tutte le sue espressioni, tema ricorrente del film.

Film vincitore del Gran Premio della Giuria alla 67° Berlinale, Félicité  ha da poco trionfato all’Africa Movie Academy Award, premiato per miglior film, miglior attrice protagonista, miglior attore non protagonista, miglior colonna sonora, miglior sceneggiatura, miglior film in una lingua africana

Pardo d’Argento al Festival di Locarno nel 2001 per la sua opera prima L’Afrance, Alain Gomis per questo film si ispira alle donne forti, che rifiutano ogni compromesso, affrontando la vita a testa alta senza mai arrendersi; tema comune a tutti i suoi film è la dialettica tra la lotta e la rassegnazione che lo spinge a mettere in scena un personaggio come Félicité, interpretata dall’attrice Véro Tshanda Beya, nata cresciuta e vissuta proprio nella Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo) dove vive muore e risorge  nei panni della protagonista.

E’ proprio l’attrice a suggerire a Gomis i tratti fondamentali di Félicité: una donna mezza viva e mezza morta che per tutta la vita era riuscita a barcamenarsi tra le mille difficoltà economiche, con il suo lavoro di cantante, la sua casa modesta alla periferia di Kinshasa e la sua corazza di donna forte che non vuole avere legami, né dire grazie a nessuno. Con l’incidente del figlio adolescente Samo (Gaetan Claudia) tutto quell’equilibrio precario le cade addosso.

Félicité ha poco tempo per trovare i soldi necessari per far operare il figlio, prima che la situazione si aggravi ulteriormente. Inizia una ricerca disperata, presso i suoi ex datori di lavoro in debito con lei, presso persone a cui aveva prestato dei soldi e addirittura bussando casa per casa nelle eleganti abitazioni dei quartieri alti, rischiando la pelle e la dignità.

Accetta, anche se con non poche difficoltà, l’aiuto di Tabu (Papi Mpaka), un uomo che le aveva chiesto di sposarla ma che lei aveva rifiutato. Ora è lui, coi suoi modi ruvidi ma dolci e paterni, ad aiutarla ad accudire il giovane Samo.

Tre solitudini che si uniscono, per mettere in atto il ritorno alla vita, che forse è meglio viverla accettando l’aiuto dell’altro nel quale ritrovare noi stessi; e se l’inno alla vita di Félicité è proprio quello della sua voce corposa, ancora di più nelle notti disperate in cui suo figlio è in ospedale, anche Tabu e Samu esprimono il loro attaccamento alla vita; se l’uomo, seppur innamorato di Félicité non rinuncia ai suoi fugaci incontri notturni con altre donne, per mandarle via al mattino e fare spazio alla donna del suo cuore, del giovane Samu, che sentiamo parlare molto poco, ascoltiamo un respiro pesante e profondo, anche nei momenti di dolore, che amplifica il suo restare aggrappato al mondo, anche con una gamba amputata. Una delle immagini più rappresentative e meravigliose del film è quando il ragazzo beve una birra ghiacciata che Tabu gli porge: dapprima inizia a sorseggiarla timidamente, per poi iniziare a berla di gusto, tutto d’un fiato.

Quello che il regista voleva rappresentare era il ritorno alla vita: come sarebbe stata capace Félicité di riemergere dopo una tale caduta? Parlare di un domani migliore è sempre inevitabilmente una bugia, un placebo. In questi casi l’unica soluzione possibile è attraversare il tunnel nero del presente e andare avanti.

Félicité sembra dividersi in due parti: la prima ha una trama, e segue le vicende della protagonista alla ricerca disperata dei soldi per suo figlio; una volta trovati i fondi necessari per l’operazione, l’opera di Gomis scivola in una seconda parte più intimistica, ricca di flessi accompagnati dalla musica e dai luoghi che la protagonista attraversa, smarrita nei suoi pensieri, che non sappiamo ma proviamo ad intuire.

La nostra incessante fascinazione per un mondo ideale, un mondo promesso solo a pochi eletti è un’attestazione di odio per se stessi. Io ho cercato di dipingere la vita per come ne ho avuta esperienza, rivendicando eroi il cui obiettivo non fosse scappare. Le loro vite non sono a buon mercato; sono belle e dignitose. Félicité ha bisogno di amare ogni cosa per lasciarsi a sua volta amare.”  Sono le parole dello stesso Gomis che spiegano la ricerca interiore che la protagonista compie, portandoci di notte nella foresta: nel silenzio, nel buio, nell’inefficienza, perché “è lì che le cose accadono, nei silenzi e in un certo tipo di inefficienza .”

Ed è nella foresta che Félicité depone le armi, pronta per la sua rinascita. Il suo volto cambia, si indurisce, il suo sguardo è esausto per la lunga peregrinazione dei suoi pensieri, ma poi cambia nuovamente, diventa più sereno e soprattutto più consapevole.

Nei lunghi flessi, che nella prima parte del film si alternano ai picchi drammatici e che caratterizzano maggiormente la seconda parte del film, le scene della vita quotidiana, i paesaggi urbani di Kinshasa e i tragitti  che portano Félicité in giro per la città, sono accompagnati dalla musica dei Kasai Allstars e dall’Orchestra Sinfonica di Kinshasa; i Kasai Allstars sono un collettivo indipendente formato da quindici musicisti che raggruppano le diverse etnie della Repubblica Democratica del Congo, la cui musica lega la tradizione con la modernità; i brani suonati dall’Orchestra Sinfonica, una rarità per una città del continente africano, consentono al film un “vero e proprio senso di elevazione” , specialmente durante Fratres di Arvo Part, che accompagna i pensieri dei personaggi e dello spettatore con una dirompente forza costruttiva.

Luogo ideale per l’esplorazione della propria anima è Kinshasa; capitale della Repubblica Democratica del Congo, la città ha vissuto un secolo di guerre, distruzioni dovute a un’insana colonizzazione, alla dittatura e al genocidio. “E’ un posto estremamente contraddittorio. Vicina all’Equatore, dove la Natura ha una forza incredibile (…)vieni subito a confronto con un’energia incredibile che ti domina e con cui devi fare i conti.”

Il paradosso di un’immensa ricchezza sotterranea e allo stesso tempo una terribile povertà, denominatore comune delle città del continente africano, le rende luoghi, seppur affascinanti e magnetici, molto difficili da vivere nel quotidiano. I problemi che i personaggi del film affrontano sono problemi che forse agli occhi di un europeo sono inimmaginabili legati principalmente alla condizione delle strade, impervie e polverose, la mancanza di mezzi per il raggiungimento dei luoghi di lavoro o degli ospedali.  Pensare alla Vita potrebbe non essere facile in un paese dove la cosa più importante è mettere a tavola almeno un pasto al giorno, dove non esiste la sanità pubblica e la gente è disposta a vendere un figlio per pagarsi le cure mediche.

Eppure, anche laddove la Vita è una dura sopravvivenza quotidiana, si può nascere, morire e rinascere.



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