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IN SALA

Sicilian Ghost Story: Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, i registi di Salvo, raccontano una Sicilia “sognata”

"Con Sicilian Ghost Story volevamo una favola in una Sicilia mai esplorata prima, una Sicilia sognata. Un mondo dei fratelli Grimm di foreste e orchi, che collide con il piano di realtà di cui la nostra terra è inevitabilmente portatrice."

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È un film che non si dimentica facilmente Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, esordienti nel 2013 con l’intensissimo Salvo, che apre ora La settimana della Critica a Cannes ed esce contemporaneamente nelle sale. Un bel riconoscimento, meritato, per un film coraggioso nei contenuti e rigoroso nelle scelte di regia e sceneggiatura, esteticamente perfetto.

Al centro di Sicilian Ghost Story, due tredicenni: Luna (Julia Jedilikowska) e Giuseppe (Gaetano Fernandez), delicati nella loro carnagione chiara e nei lineamenti dolcissimi. Lei, polacca nella realtà, qui è figlia di una donna svizzera anaffettiva come poche e di un uomo (Vincenzo Amato) che le dimostra affetto e protezione come può, maldestramente. Lui di un pentito, “l’infame”,  che per forza di cose non si vede mai. Luna e Giuseppe sono ripresi all’inizio del loro amore (e poi separati tragicamente). Un’immaginazione, quella di Luna, che finalmente si è fatta realtà: Se ti sogni una cosa vuol dire che può esistere.

Intorno a loro una Sicilia inedita: boschi e laghi dei Nebrodi, e non più l’apertura del mare solita a cui ci ha abituato Montalbano ed ora anche il recente commissario Maltese. Gli spazi tutti a suggerire profondità, anziché ampiezza. Nell’incipit di Sicilian Ghost Story e verso la fine la cinepresa si sofferma a lungo su rocce umide a dare proprio l’idea di un paesaggio primigenio, e persino  il rifugio di Luna, la sua cantina,  è ricavata in uno spazio roccioso abitato da una civetta amica.

Il mare qui è solo immaginato, tranne in una scena che non possiamo raccontare. Molto altro non si vorrebbe dire eppure si deve. Per esempio che il rapimento di Giuseppe non è un dato di fantasia, ma richiama quello del figlio di Santino di Matteo, collaboratore di giustizia, del 1993. Giuseppe fu allora tenuto in ostaggio per ben 779 giorni da Giovanni Brusca, quasi due anni di prigionia per poi essere ucciso mafiosamente, strangolato e sciolto nell’acido.

Ecco perché ci sono così tante scene buie in questa narrazione. Non solo in cantina, ma anche negli interni delle case, quella di Luna e quella di Giuseppe, nella quale lei continua ad andare di nascosto, dopo la sparizione di lui, contro il parere di tutti. E cammina, Luna, le scarpe da tennis instancabilmente riprese, la gonna corta, le ginocchia adolescenti, sempre alla ricerca del suo amore, tenero e indimenticabile. Arriva molto vicina alla verità, ma con il destino di una piccola Cassandra inascoltata. Agli occhi degli altri sembra più volte perdere la testa, ma ai nostri è chiaro che è lei ad avere ragione.

Seguiamo Luna e Giuseppe, l’ostinazione di lei che non cede e le energie di lui che invece vengono meno, il legame che li tiene insieme, fino a quando una vorrebbe morire e l’altro sta morendo. E mentre piangiamo per loro, con loro, ci rendiamo razionalmente conto, ma le nostre emozioni sono altrove,  degli andirivieni tra i vari generi del cinema e del racconto: dalla realtà al sogno, poi al fantasy e poi ancora all’intollerabilità del quotidiano. Anche  dimensioni oniriche che non trascurano qualche inquadratura gotica e compiaciuta. Eppure queste contaminazioni non sembrano avere un effetto straniante o forse per fortuna sì, perché già la storia si segue con ansia e struggimento dall’inizio alla fine, tanto che forse  più di così non si potrebbe. Dicono i due registi: “Con Sicilian Ghost Story volevamo una favola in una Sicilia mai esplorata prima, una Sicilia sognata. Un  mondo dei fratelli Grimm di foreste e orchi, che collide con il piano di realtà di cui la nostra terra è inevitabilmente portatrice.”

Fabio Grassadonia e Antonio Piazza sono riusciti  a creare un’atmosfera sempre tesa al punto giusto; sfilano davanti al nostro sguardo simboli evidenti ed altri più discreti, dal cane lupo nel bosco che fa indietreggiare Luna (come Dante nel primo canto dell’Inferno ed è un inferno quello a cui vanno incontro ignari i due ragazzi) alla giacchetta rossa di questo impavido Cappuccetto. Dal bosco delle favole all’acqua del lago, in cui Luna vorrebbe scomparire, la stessa dove si mescoleranno i resti di Giuseppe, ripresa in una lunga scena al rallentatore. Quasi come in Melancholia di Lars von Trier, in un paesaggio del Sud che sembra Nord. E il cavallo nero di Giuseppe che lo fa apparire come un bel cavaliere o che esprime, quando appare da solo, la parte selvaggia di tutta vicenda. E che dire della civetta così familiare che coincide con il lato notturno di Luna (nome, anche questo, sicuramente non scelto a caso)?

Si esce dal cinema con un dolore, sì, ma addomesticato dall’amore, da una magia che ci ha incantato durante la visione e che vorremmo a tutti i costi trattenere.

Margherita Fratantonio

  • Anno: 2017
  • Durata: 120'
  • Distribuzione: Bim Distribuzione
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Fabio Grassadonia, Antonio Piazza
  • Data di uscita: 18-May-2017