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Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio

“Oggetto dell’incontro-scontro di civiltà è l’ascensore di un palazzo. Isotta Toso mette in scena il grottesco mosaico dei drammi causato dalla mancata integrazione”

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Scontro di civiltš per un ascensore a Piazza Vittorio

Immersa nel composito palcoscenico di Piazza Vittorio, il cuore multietnico della capitale, Isotta Toso, già vista all’opera in Notturno Bus, l’efficace pellicola del 2007 di Davide Marengo, muove i primi passi da regista mettendo in atto la trasposizione dell’omonimo romanzo di Amara Lakhous, il giornalista e scrittore algerino attivo in Italia dal 1995. Dopo “l’orchestra” di Agostino Ferrente, lo storico quartiere romano, nonché residenza borghese della burocrazia di fine Ottocento torna ad esser, coi suoi controversi intrecci, teatro prediletto della settima arte.

Tutto nasce in un pittoresco condominio situato all’ombra della città turistica, dove un variegato gruppo d’inquilini si trova quotidianamente a ‘lottare’ per la propria affermazione sociale. Vicende individuali convergono inequivocabilmente con quelle di altri creando un’unica matassa narrativa, dove c’è chi, come Benedetta, l’indiscreta portiera napoletana, si lamenta per un nonnulla, chi fotografa come Giulia (Kasia Smutniak), alla ricerca continua d’ispirazione, chi si dispera dietro la scomparsa del proprio cane adorato incolpando gli ‘onnivori’ cinesi, come nel caso della Signora Fabiani (Milena Vukotic) e chi come Lorenzo, detto il Gladiatore, vive in un mondo alla rovescia legato a doppio filo con la delinquenza, sbattendo in faccia a Marco, suo fratello maggiore (interpretato da Daniele Liotti), la propria avversione ai compromessi della vita. Da questi si dipanano, poi, al contempo, le storie di Maria Cristina (Kesia Elwin), la domestica ecuadoriana madre della piccola Penelope, del professor Marini (Roberto Citran), milanese costretto a fare i conti con la ‘civiltà’ del centro-sud, e del ‘romanissimo’ Sandro Dandini (Francesco Pannofino), proprietario di un bar nella piazza sottostante dove lavora Nurit, un’iraniana in cerca di asilo politico, che non riesce ad integrarsi con una vita che le è stata imposta.

Oggetto inconsapevole dell’incontro-scontro di civiltà è proprio l’ascensore del palazzo in cui risiedono, quel delicato corridoio ombelicale tra le insidie esterne della città e la pace intima del soggiorno amniotico. Ma proprio quando le diversità emergono con prepotenza, dando vita a malintesi, tensioni e sospetti reiterati, una morte improvvisa rompe definitivamente l’equilibrio assai precario dello stabile, trasformando il proprio vicino in un potenziale assassino, uno status in cui tutti saranno pronti a puntare il dito sull’altro. Alcune verità nascoste insieme ad un’errata pista intrapresa dalla polizia, però, compromettono la vita di Amedeo, il condomino esemplare, amico di tutti. Tuttavia è solo grazie all’intervento di una voce fuori dal coro che si risveglieranno le coscienze e sopraggiungeranno, in ultimo, la giustizia, la quiete e la verità (forse).

Nel difficile mosaico dei drammi causato dalla mancata integrazione, un concetto piuttosto ‘fai da te’ nell’angustiato stivale ed ancora da raffinare, la prova di Isotta Toso può considerarsi superata. Sebbene la regia si discosti dalla trama originale, infatti, il bilancio nell’universo delle opere prime risulta complessivamente positivo e riesce, sorvolando su alcune soluzioni an passant, a dialogare ottimamente con il pubblico sul delicato tema della xenofobia, suscitando un velato sorriso e senza mai calcare la mano. Un pregio che va diviso in parti uguali tra il cast, ben assortito, e l’opera stessa di Lakhous.

G. M. Ireneo Alessi

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