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LUCI E OMBRE

La vita possibile: siamo tutti equilibristi

La vita possibile di Ivano De Matteo è una storia di grandi solitudini, quella di Valerio, prima di tutte, che deve affrontare un mondo del tutto nuovo in momenti di enorme fragilità, ma anche di Anna, ovviamente, e di Carla, che ha fallito nel lavoro e nella vita sentimentale

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Ivano De Matteo apre e chiude il film con il tredicenne Valerio che si muove nella nostra direzione, la prima volta per tornare a casa, la seconda per uscirne. Nell’ora e quaranta di narrazione, entra ed esce con la sua amata bicicletta spessissimo, ma per molto tempo le sortite in città non sembrano aggiungere consapevolezza, come ci aspetteremmo. Piuttosto dolore, assenza, il senso  di un’ingiustizia subita e l’incapacità di ribellarsi, nella sua età davvero troppo giovane. Ma proprio così lo voleva il regista: un preadolescente ad un passo dalla metamorfosi, poco prima che cambiasse voce e che comparissero i primi brufoli. Lo vediamo ridere così poco, questo ragazzino!

Costretto dalla madre, Anna (Margherita Buy) a lasciare Roma  per rifugiarsi a Torino, a casa dell’amica Carla (una stravagante e intensa Valeria Golino), non può accettare le perdite senza soffrirne. E, testimone dei pugni subiti dalla madre, non può dire la rabbia che prova nei suoi confronti per averlo allontanato dal padre, se pure violento, e dalle sue deboli sicurezze. La vita possibile è una storia di grandi solitudini, quella di Valerio, prima di tutte, che deve affrontare un mondo del tutto nuovo in momenti di enorme fragilità, ma anche di Anna, ovviamente, e di Carla, che ha fallito nel lavoro e nella vita sentimentale.

Le relazioni a due, le tensioni, gli affetti, sono rappresentati nel loro processo, nel loro rafforzarsi, pur nel conflitto, almeno tra madre e figlio. Bellissimo invece  il rapporto che Claudia riesce a stabilire con Valerio, quello dell’insolita zia, che può godere di una complicità negata alla madre: un’intesa fatta di permissivismo, responsabilità poca, se non quella del voler bene. Lo dichiara: “Non avrei mai potuto essere madre, perché voi mamme siete cattive!”. Forte il legame tra le due donne, diversissime tra loro nelle due rispettive nevrosi che si rispecchiano, e invece di amplificarsi, un po’ si stemperano e trovano  pace l’una nell’altra.

Bellissima poi l’amicizia tra Valerio e Mathieu (Bruno Todeschini), il vicino di casa, fatta di protezione da parte dell’uomo maturo, ma anche di leggerezza, tanto che l’unica volta che Valerio ride felice è proprio per un gioco con Mathieu. Anche lui è molto solo, ostaggio di un passato amaro, oltre che ingiusto, e straniero, considerato bizzarro solo perché parla con i gatti.   Quattro sono allora le desolazioni che si affrontano e confrontano, si avvicinano, in aperture che tendono poi a richiudersi, fino a sfiorare l’isolamento. E ce n’è un’altra ancora, quella di Larissa, la giovanissima prostituta dell’Est di cui Valerio si innamora, e della quale cerca  a tutti i costi la confidenza.

E’ coraggioso Ivano de Matteo nella costruzione dei personaggi e delle storie, nel rendere quanta fatica devono affrontare gli italiani per vivere, per sopravvivere nell’ultimo decennio. C’è chi non ce la fa ad arrivare a fine mese, come Anna se non trova un lavoro al più presto, o Giulio ne Gli equilibristi (Valerio Mastandrea, 2012). Ha perso il suo posto in famiglia, oltre che  la serenità economica, e tenta come può  di salvare la sua dignità . “Il divorzio è per quelli  ricchi”, si dice nel film, e alla battuta “La ruota gira”,  Giulio risponde “La mia si è incastrata”.

Ecco, di ruote incastrate parlano i film di De Matteo, della difficoltà di ripararle, di aggiustare quel meccanismo esistenziale che si è rotto.  E’ così anche per I nostri ragazzi (2014), liberamente tratto dal romanzo La cena di Herman Koch, un bel po’ liberamente, per fortuna, essendo il libro di Kock dal punto di vista emotivo quasi insostenibile. Come nel romanzo, comunque il finto equilibrio (siamo tutti equilibristi, sembra volerci dire l’autore ora arrivato al suo quinto film) si frantuma a causa dei figli di due famiglie borghesi riunite a cena come d’abitudine una volta al mese. Hanno massacrato di botte un mendicante e di lì in poi, per i genitori sarà dura far finta che la vita possa continuare come niente fosse.

Anche ne La bella gente (2009) gli automatismi rassicuranti che hanno funzionato finora non sono più validi e la bella famigliola progressista deve ammettere i suoi limiti e le sue debolezze.

Davanti ai film di De Matteo, l’attenzione dello spettatore è sempre vigile per un coinvolgimento non solo psicologico. Sembra volerci chiedere ogni volta come ci comporteremmo nella stessa situazione dei suoi personaggi, cosa ci suggerirebbe il nostro senso di responsabilità, e quanto saremmo disposti a dargli retta.

Ne La vita possibile, identificandoci con Anna,  siamo chiamati a scegliere come reagire alle provocazioni di Valerio (perché prima o poi il rancore del preadolescente deve pur esplodere), a solidarizzare, fino ad invidiarlo, con il ruolo privilegiato di Carla, ad approvare la discreta  presenza di Mathieu. Lui, sì, che sembra un buon padre: interviene solo quando è necessario, e per il resto è lì ad offrire affidabilità e generare la fiducia di cui Valerio ha così tanto bisogno. Sa calibrare silenzi e parole, consigli e delicatezza, offrendogli uno spazio d’ascolto degno di uno psicologo.

A proposito di psicologi, Anna fa l’errore enorme di rifiutare il sostegno di un’esperta rispondendo che non ne ha assolutamente bisogno. Beh, diremmo noi, altro che! Intanto, perché è stata ripetutamente picchiata dal marito; poi, perché subisce l’assalto di un amico di Carla, tanto da aver bisogno della difesa di Mathieu, che è sempre lì, come un riparatore di destini (per usare un’espressione cara a Simenon!). E poi, ancora, perché è interpretata da Margherita Buy, che sembra sempre aver bisogno più che mai di terapia. Brava, lo sappiamo, ma potrebbero cambiarglielo ogni tanto questo benedetto ruolo!

Ad ogni modo, sembra farcela, anche se non ne siamo sicuri visto il finale aperto, ma aperto anche alla speranza. Le ultime scene sono chiare, finalmente, dopo aver seguito  Valerio nei suoi giri in bicicletta quasi sempre al buio e le uscite dal lavoro di Anna in una Torino nebbiosa e notturna. Ma alle ombre delle giornate che sembrano accorciarsi sempre più, si contrappongono i colori luminosi dell’autunno e la luce decisa della fine sulle note di una canzone bellissima, La vita (con la voce di Shirley Bassey) che si chiede cosa esiste al mondo più bello della vita, per poi dire che più bello della vita non c’è niente.

Margherita Fratantonio