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Master Class di George A. Romero al Lucca Film Festival

Amate l’horror e i film di George Romero? Non vi siete potuti recare a Lucca per assistere di persona all’incontro con il padre degli zombi?
Ci pensa il taxidrivers a risolvere il problema: in questo articolo trovate per iscritto tutto quanto è stato detto durante l’incontro con il regista di Pittsburgh.
STAY SCARED!

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Si è concluso da qualche giorno il Lucca Film Festival e lo scorso sabato si è tenuta la lunghissima ed interessantissima Master Class di George A. Romero. I moderatori sono stati i critici Paolo Zelati e Francesco Alò.

Con grande soddisfazione vi propongo la  trascrizione di quanto detto durante le quasi due ore d’incontro.

P. Z.

Secondo te cosa deve fare oggi un giovane regista, anzi, un giovane aspirante regista, un appassionato di cinema che vuole iniziare questo mestiere oggi ?

Il primo consiglio che vi posso dare è girate qualsiasi cosa. Prendete in prestito la macchian da presa da uno zio, da un amico. Filmate! Non basta andare in giro a dire “Io so cosa sto facendo”: dovete dimostrare di sapere quello che state facendo. (…) Anche da un corto si può vedere se c’è o no una scitilla. Girare qualcosa è molto più importante di andare in una scuola o a una università: imparate a vedere la realtà attraverso l’obiettivo.

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F.A.

Girare, però anche distribuire le immagini che si sono girate è importantissimo. Che è un punto essenziale del lavoro di un cineasta. (…) Voglio chiedere al giovane George Romero, quello prima della Notte dei Morti Viventi, che si trova a Pittsburgh, che ha una crew, che lavora a dei filmati industriali, come faceva il giovane Jean-Luc Godard, (…) dove ti trovavi in in quel momento? Cosa facevi con questo gruppo di persone? Qual era il senso della tua società di produzione, dei filmati industriali che facevi? E se c’era l’idea, dopo lo shooting, in quale circuito distributivo sarebbe andata quella cosa che tu hai deciso di girare?

A dire la verità non ne ho idea e non ne avevamo idea. Eravamo spinti da un’ottimismo irrefrenabile. La situazione attuale è molto differente da quella dell’epoca dove c’erano tanti piccoli distributori per cui era molo più facile far distribuire il film e più difficile, invece, realizzarlo. Oggigiorono è vero il contrario: è più facile fare un film, ma la distribuzione è tutta nelle mani delle Major. Infattti con il mio partner andavamo in giro in macchina con la pellicola nel bagagliaio per farla vedere. Semplicemente speravamo che accadesse quanto meglio poteva accadere. E fummo fortunati perchè incontrammo Walter Reade che distribui Night. Anche Columbia aveva chisto i diritti di distribuzione, ma voleva che cambiassimo il finale. Noi, con molto coraggio dicemmo di no.

In generale, all’epoca, c’erano molte piccole case di distribuzione indipendenti e quindi, forse, alla fine era più semplice. Tanto, alla fine, l’unica cosa che conta è su quanti schermi verrà proiettato.

Hai più volte affermato che andavi al drive-in a vedere i film. Pensavi da cineasta “La cosa che stiamo per fare dovrà andare in un drive-in”?

É veramente molto semplice: noi volevamo fare un film, amavamo il cinema e avevamo grandi ambizioni e grandi speranze. La prima di Night of the Living Dead venne fatta in un cinema a Pittsburgh, ma l’indomani andammo al drive-in a vederlo proiettato li ci rendemmo conto di esserci riusciti.

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P. Z.

Quanto c’è di commerciale nell’intenzione di fare un film horror come La Notte dei Morti Viventi in quel momento e in quel modo, e quanto c’è di inconscio e conscio di raccontare la vostra rabbia nel vedere la “Summer of Love” fallita, mentre i vostri amici si erano già messi giacca e cravatta per andare a lavorare a Wall Street?

Ci siamo resi conto da subito che avevamo bisogno di fare un qualcosa che fosse anche commerciale e quindi cercammo di trovare un soggetto che ci permettesse di comunicare il nostro pensiero anche in una maniera scioccante. Ora Night of the Living Dead non sembra niente, ma all’epoca causò un discreto “rumore”. Ritengo che il sangue faccia più paura e sia più efficacie quando è in bianco e nero. Eravamo perfettamente consci della necessità di tener conto dell’aspetto commerciale del film, ma stavamo anche pensando a quello che era il contesto sociale.

Non volevamo fare un film sulla razza, ma persone e gruppi di individui che pur quando fuori si trova qualcosa di straordinario non riescono ad andare d’accordo e riescono intrappolati nelle loro piccole meschinità. (…) Il film non incentrato sugli zombi, ma sulle persone: se si sostituissero gli zombi con un uragano e il messaggio sarebbe lo stesso.

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F.A.

La notte dei morti viventi non è solo un bellissimo horror, ma un grandissimo film che ha cambiato la storia del cinema. (…) Duane Jones è il protagonista del film e Romero motiva la sua scelta di affidargli la parte sostenedo che “Era il migliore del nostro gruppo! Ha fatto un provino per la parte ed era quello che funzionava meglio”. Ora voglio chiedergli se è un gioco essere così volutamente naïf o se c’era un idea da portare avanti, attraverso il percorso di Sidney Poitier che aveva vinto da pochi anni un Oscar. Ma i film di Poitier diventano film in cui la razza di Sidney Poitier è il concetto stesso del film.

Mentre la cosa rivoluzionaria della presenza di Duane Jones è che lì senza che nessuno teorizzi sulla sua razza e nemmeno la cinepresa ci si sofferma: questo è sconvolgente. Voglio, dunque chiederti come puoi pensare che noi ti crediamo quando tu dici che è accaduto per caso? (…) Sei sincero o c’era una consapevolezza precisa di quello che sarebbe stato Duane Jones nella storia del cinema?

Onestamente non avevamo alcuna idea! Infatti potete trovare la sceneggiatura originale del film online oppure comprarla da John Russo che le vende. Originariamente Ben era bianco. Gli succedevano esattamente le stesse cose: aveva lo stesso destino. John Russo ed io eravamo in macchina, stavamo portando in giro la prima copia del film che si trovava nel bagagliaio e alla radio sentimmo che M. L. King era stato assassinato. Ci guardammo negli occhi e dicemmo: “Ah… Da ora in poi cambia tutto”. Duane era nostro amico ed era l’attore migliore che avevamo. Duane stesso era molto più preoccupato di fare questo film rispetto a noi dato che capiva qual era il contesto storico. Nel film doveva colpire Barbara e a questo proposito disse: “Io prima o poi dovrò uscire dal cinema, che cosa mi accadrà?”. Era il 1968 in tteoria saremmo già dovuti essere oltre questi problemi, ed invece ravamo ancora del Peace & Love che poi ha fallito in maniera così clamorosa.

Quado scrivemmo la sceneggiatura avavamo immaginato il personaggio come un tipo un po’ rude alla Humphery Bogart: in jeans e abiti da lavoro, che parlava in maniera raffazzonata. Duane stesso ci disse: “Non voglio essere visto e immortalato nel film in questa maniera”. E fu per quello che poi lo cambiammo: il personaggio infatti è una persona che parla in maniera corretta e si veste in maniera normale.

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P.Z.

Prima di passare la parola al pubblico ti chiedo se puoi raccontarci qualcosa su Knightriders, il tuo film più personale. Un film che non ebbe una gran fortuna in Italia e venne messo in ombra dai tuoi film con gli zombi.

Sicuramente Knightriders, nel mio cuore, è il mio film più personale: quello che parla più di me. Anche se Wampyr è il mio preferito, ma KnightRiders è un film su di me. Non avevo ancora lavorato a Hollywood e, bene o male la trama si incentra su questa persona che decide di rimanere coerente ai propri valori anche se il tornaconto finanziario non è favorevole. Questa coerenza, questo essere coerenti sono il tema centrale del film. Tanto è vero che in quel periodo ero a Pittsburgh girare e no ho avuto chissà quale successo finanziario, ma ero contento di quella decisione. Oltre tutto sia (John) Russo che (Russell) Streiner avevano fondato le loro società di produzione e poi volevo raccontare un piccolo aneddoto su Knightriders. Ci sono di queste fiere medioevali, una che ricorderò sempre si chiamava “L’associazione per gli anacronismi creativi”, dove facevano tornei a cavallo. Io pensai che fosse perfetto e scrivemmo il soggetto con i cavalli al suo interno. Presentammo il progetto al produttore Sam Arkoff che disse. “ Non funzionerà mai con i cavalli, mettici le motociclette”. Me ne andai sbattendo la porta arrabbiatissimo. Dopo sei mesi iniziai a pensare che forse non era un’ide tanto sbagliata. Quindi alla fine è stato grazie a Hollywood se ho messo le motociclette.

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DOMANDE DEL PUBBLICO (la trascrizione delle domande del pubblico la devo a badtaste.it)

Parliamo dell’Ombra dello Scorpione: a che punto eravate arrivati lei e Stephen King nello sviluppo della sua versione?

Quando ci stavo lavorando con King lui si rifiutò di farlo per la TV. Cercavamo dei finanziamenti ma lo script al quale stavamo lavorando durava tre ore e nessuno ci avrebbe fatto fare un film. All’epoca non c’erano i canali via cavo e la versione tv fu molto edulcorata, tagliarono moltissime scene. King odiò Shining così tanto da volerlo rifare, ma la versione di Kubrick è migliore. Potrebbe decidere di rifarlo ora, anche se dubito, e sarebbe bello se mi chiamasse.

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Qual è stata la sfida più grande che hai dovuto affrontare all’inizio della tua carriera?

Difficile a dirsi, volevo fare ciò che facevo a tutti i costi, e mi limitavo a cercare delle soluzioni. Il punto ovviamente era sempre trovare i soldi. Ma diciamo che all’epoca la cosa veramente difficile era imparare a usare la pellicola. I tempi sono cambiati: non c’era nemmeno il video, persino i notiziari erano in pellicola. I primi videogiornalisti sono stati effettivamente quelli che lavoravano nei laboratori di sviluppo. Diventai amico degli impiegati dei laboratori di sviluppo di Pittsburgh: mi insegnarono tutto loro. Una volta imparato a lavorare la pellicola, mi buttai a capofitto, l’obiettivo era ottenere abbastanza soldi per comprare le attrezzature di volta in volta.

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Nei miei incubi gli zombi sono sempre andati piano. Per lei gli zombi possono correre?

Assolutamente no. Per citare lo sceriffo in Night of the Living Dead: “Sono morti, non ce la faranno mai”. Forse 28 giorni dopo… con un virus… ma se sono morti no, non corrono.

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I tuoi film sono stati la cosa più copiata ovunque. Hanno fatto tantissimi remake, qual è quello meglio riuscito?

Penso che siano i videogiochi ad aver spinto maggiormente questo trend legato agli zombie. Li hanno resi più popolari, solo dopo Hollywood se n’è realmente accorta, investendo miliardi: c’è stato Brad Pitt, The Walking Dead… Ora è impossibile finanziare un minuscolo film sugli zombie. È un business gigantesco, e mi dispiace perché c’è ancora spazio per piccoli film. I miei ultimi film sono costati 2 milioni. Penso che questo interesse per gli zombie finirà per calare dopo essere esploso grazie a Zombieland, WWZ, The Walking Dead… il remake di Zack Snyder… hanno tutti fatto moltissimi soldi. È un concetto che serve a esprimere il nostro disagio sociale, c’è un messaggio rivoluzionario, anche se in questa confusione è difficile che emerga: a Hollywood interessano solo i soldi.

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Zack Snyder ed Edgar Wright hanno lavorato sulla scia dei suoi film. Che rapporto ha avuto con questi due registi e cosa ne pensa del loro lavoro?

Ho un ottimo rapporto con Edgar Wright, adoro Shawn of the Dead, mi mandarono una stampa del film quando ottenne una distribuzione da parte della Universal. Siamo amici e ci vediamo quando capita. Ha girato Scott Pilgrim a Toronto, dove vivo. Non ho mai incontrato Zack Snyder, i primi 15 minuti del suo film sono ottimi ma il resto non merita, non ho mai capito perché hanno fatto questo film.

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È arrabbiato con i produttori italiani che hanno cambiato i suoi film e hanno cambiato anche i suoi titoli, inserendo le musiche dei Goblin? E cosa ne pensa di Zombi 2 di Fulci?

Per quanto riguarda gli zombie film, tutti i miei film hanno sempre avuto un messaggio che poteva essere di critica sociale o ironia tagliente, comunque un messaggio. Non trovo questo nei film che hanno fatto altri, e come dice sempre Stephen King quando gli chiedono “come ti senti quando Hollywood rovina i tuoi libri?”: “i miei libri stanno benissimo, sono qui dietro sulla mia libreria!” Io sono soddisfatto, sono riuscito a fare i film che volevo, come volevo.
Per il resto, mi piacciono i Goblin. Quando io e Dario collaborammo a Zombi, mi disse che potevo fare quello che volevo per la versione USA, ma mi disse anche che avrebbe cambiato la versione per il pubblico europeo e io ero d’accordo, era un patto tra noi. Mi disse che potevo usare le musiche dei Goblin, e io scelsi di usare solo i passaggi di maggiore impatto. Il risultato è una colonna sonora un po’ schizofrenica…

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Cosa ne pensa dei cinecomic?

Penso che i film che vengono dai fumetti devono essere molto costosi e pieni di effetti visivi… quindi sono meno interessato a farne. Non mi hanno mai interessato film ad alto budget. Ovviamente sono molto divertenti, non ci trovo molta arte, quella c’è nei fumetti originali: qualcosa si perde nella traduzione per il cinema. È difficile trovare una connessione emotiva con essi. Ho fatto due serie di fumetti: una per la DC qualche anno fa e ora ne sto facendo una per la Marvel. È una bella idea.

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Nel 1993 gira la La Metà Oscura, ebbe molti problemi che le fecero interrompere il rapporto con le major e solo nel 2000 uscì un nuovo film, Bruiser, il personaggio di Flemyng ha voluto esternare la sua rabbia e il suo risentimento?

Decisamente, è stato il mio modo per commentare la cosa. Pensavo a me stesso, in quel periodo incontrai il mio attuale partner di produzione. Avevamo molte grandi produzioni interessate ma nessuno volle fare quei film. Scrissi tantissimo e incassai tanti soldi in quel periodo, senza però dirigere nessun film. La New Line Cinema ci pagava per andare in un ufficio… e non fecero mai nessun film. C’erano accordi con la MGM e la Fox… lo studio system funziona così. I dirigenti di Hollywood devono sapere di avere tutto a posto, vogliono le star, e la cosa era molto frustrante per un regista indipendente come me. Bruiser è una reazione a quello. Una volta andato in Canada ho trovato un nuovo giro molto più soddisfacente, anche come amici, quindi sarò sempre grato per quel periodo che è stato molto istruttivo. Mi convinsi definitivamente a non lavorare mai e poi mai a Hollywood, in Canada c’è un’etica del lavoro molto migliore. Quando lavorai a Hollywood mi resi conto dell’etica del lavoro in quel contesto: i sindacati, persone che lavorano per essere pagate e basta. In Canada si può parlare di dettagli con tutti, c’è un’etica nettamente migliore.

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Qui trovate il rimando ad un breve estratto video dell’incontro.

Nei prossimi giorni mi appresterò a caricare il video dell’intera Master Class.

Settimana prossima pubblicherò l’intervista che Romero mi ha rilasciato poche ore dopo questa entusiasmante lezione di cinema!

Come è solito dire Romero prima di congedarsi: STAY SCARED!

Andrea Bianciardi

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