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International Film Festival Rotterdam: una panoramica della 45esima edizione

Francesca Vantaggiato, inviata di Taxi Drivers all’International Film Festival Rotterdam, attraverso un’ampia panoramica, ci racconta i dati salienti di questa 45esima edizione

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Il mio festival di Rotterdam è iniziato con il visionario Bella e perduta, uscito nelle sale italiane lo scorso novembre e premiato di recente al Festival di Göteborg. Pietro Marcello romanza la storia dell’Angelo del Carditello, Tommaso, un pastore impegnato a sue spese nella tutela della reggia borbonica e stroncato da un infarto la notte di Natale. Al fine di esaudire il suo ultimo desiderio, ossia dare la parola al bufalo Sarchiapone di cui si prendeva cura, dal mondo degli immortali viene inviato il servo Pulcinella. Favola documento o documentario affabulatore, Bella e perduta è l’Italia di bellezza e criminalità, terra di ossimori, di servi e padroni, di lotta e resistenza alle barbarie, testimonianza-speranza che un’altra esistenza è possibile. L’amore per la propria terra da riscattare e tutelare è il leit motiv anche di Chaotic Love Poems dell’indonesiano Garin Nugroho (apprezzato nel 2003 a Venezia con Opera Jawa). Una storia d’amore impossibile, romantica e ilare che inizia e finisce con delle bottiglie di limonata, simbolo della località contro la globalizzazione, poi di un amore epistolare e infine della lotta armata, il tutto spalmato in un arco temporale di vent’anni. Garin Nugroho, autore senza dubbio di riferimento, perde in alcuni momenti la misura e rende alcuni passaggi di svolta e dinamiche tra i personaggi eccessivi, tagliati grossolanamente. Il mio primo giorno al festival si è concluso con Kaili Blues, un viaggio intimo nella Cina remota dalle coordinate temporali labirintiche.

Il programma è ricco di titoli da non perdere, premiati o mostrati a Cannes, Locarno, Venezia, di cui avrete già avuto modo di leggere: El clan di Pablo Trapero (Leone d’Argento a Venezia), The Assassin di Hou Hsiao-hsien  (Premio alla regia a Cannes), Mountains may depart di Jia Zhang-ke, Francofonia di Alexander Sokurov, The Event di Sergei Loznitsa, Non essere cattivo di Claudio Caligari, a cui il festival dedica una retrospettiva, Per amor vostro di Giuseppe M. Gaudino, Cemetery of Splendour  di Apichatpong Weerasethakul, Tikkun di Avishai Sivan, Premio Speciale della Giuria a Locarno e miglior film al Jerusalem Film Festival, rigoroso dramma su una crisi di coscienza di un ragazzo ortodosso (letteralmente) strappato alla morte dal padre, atto che genererà nel giovane un interesse più carnale per la vita e un ossessivo rimorso nel padre. E poi il Pardo d’Oro a Locarno Right Now, Wrong Then di Hong Sangsoo, il quale dopo il racconto cronologicamente mescolato di Hill of Freedom porta avanti la sua riflessione sul linguaggio cinematografico offrendo al lettore la stessa storia ripetuta due volte ma con toni diversi. Due sono le opzioni possibili dell’incontro tra un famoso regista e una giovane pittrice: la prima, basata sulla continua menzogna, e la seconda sulla devozione alla verità fino alla mortificazione. Lo spettatore, introdotto didascalicamente alle due eventualità con uno split screen che mostra e spiega in simultanea le sottili differenze d’approccio, può aderire all’uno o all’altro mondo, sebbene l’universo del falso risulti poi come la possibilità più verosimile.

Insieme al francese Les Ogres, i due sudcoreani Communication and Lies di Lee Seung-won e Alone di Park Hong-min sono stati la punta di diamante della mia seconda giornata al Festival. Communication and Lies, che è valso all’attrice protagonista Jang Sun il premio Migliore Attrice al Busan Festival, è un amaro affondo nella complessità comportamentale dell’essere umano. Un uomo e una donna si incontrano e mentono continuamente, incapaci di stabilire una comunicazione sana. Entrambi, segnati da una profonda tragedia, reagiscono l’uno chiudendosi in se stesso e l’altra flagellandosi e umiliandosi sessualmente. Lo stile intimo e pacato della regia permette una inaspettata empatia con la strana e respingente coppia, la cui imminente rovina è annunciata dal graduale disvelamento delle atroci ferite del passato. Se Communication and Lies sembra prendere forma nella mente dei due protagonisti più che in un logo geografico reale, il thriller psicologico Alone di Park Hong-min interseca e annoda la città di Seoul con la mente del protagonista, laddove i vicoli di un quartiere che sta per scomparire diventano i meandri della mente del protagonista che rivive in un eterno rimosso la stessa giornata varie volte per decolpevolizzarsi dell’assassinio della fidanzata.

Dopo un giorno di pausa dalle proiezioni causa giro turistico per le bellezze architettoniche della moderna Rotterdam offerto dal festival, la marcia cinematografica continua favorevole con l’iraniano Paradise di Sina Ataeian Dena, una coproduzione iraniano-tedesca, e il tailandese The Island Funeral . Paradise è un film girato senza l’approvazione del governo, o meglio il film aveva ricevuto l’approvazione in quanto documentario, mentre il regista gira un lavoro di finzione che racconta la violenza nella vita quotidiana. Hanieh è una giovane insegnante oppressa dai ruoli imposti dalla società. È depressa e agisce ormai senza emozioni anche quando lotta per cambiare il corso della sua vita. Nel finale, aperto alla tragedia o alla speranza, lo stesso atteggiamento intransigente di Hanieh – non più solo vittima – avrà delle ripercussioni inconsapevoli sulla vita altrui.

Il bufalo parlante di Bella e Perduta trova un compagno ideale nella mucca dalla voce maschile – va oltre il gender per universalizzare – del brasiliano Animal politico. Tião segue una mucca in piena crisi esistenzialista, convinta/o in principio di essere felice ma poi sopraffatta/o dal vuoto e da un senso di solitudine nell’essere-al-mondo. Il viaggio in solitaria verso il deserto dagli echi kubrickiani di 2001: A Space Odyssey mantiene il registro filosofico e umoristico dell’intera opera sulla ricerca del significato della vita. Coraggioso e assurdo che a vivere un disagio e a interrogarsi sulla condizione umana sia una mucca in carne e ossa. In questa mia penultima giornata a Rotterdam, il giovanissimo duo italiano composto da Samuele Sestieri e Olmo Amato, già presenti al Festival di Torino, mi colpisce con I racconti dell’orso, una squisita escursione nei paesi scandinavi evocata a mò di sogno da una bambina in viaggio. I due, factotum di questa opera prima insolita e fantasiosa, ingenua e raffinata, incarnano un monaco dalla faccia robotica e una tunica marrone che insegue una sorta di mimo di rosso vestito. Il loro personale viaggio in Finlandia e Norvegia conferisce ai luoghi un surreale e magico misticismo. In questo inseguimento giocoso i due si avvicinano quando incontrano un orso ferito, che cercano invano di salvare con le loro preghiere.

Si approda infine al Giappone con Pieta in the Toilet, un lavoro scritto e diretto da Daishi Matsunaga e basato sul diario del padre dei manga – o Dio dei Manga – Osamu Tezuka. Hiroshi, un giovane artista che ha accantonato il suo talento, scopre di avere pochi mesi di vita. Per caso incontra la giovane studentessa Mai e i due si legano in una speciale e sopra le righe amicizia. Lei crede in lui e vorrebbe che lui lottasse per la vita, mentre lui invece cerca salvezza e vita solo nell’arte. Film che affonda le radici nel manga e di esso si nutre, Pieta in the Toilet stempera la tristezza insita nella tematica con un ricorso ben calibrato all’umorismo per affermare un edificante elogio alla vita pronunciato nel momento in cui la morte si fa vicina, momento che ognuno nel film approccia a modo proprio. Il messaggio della Pietà di Hiroshi è che nell’arte non si muore mai.

Di tutt’altro registro è il giapponese Too Young to Die! di Kankuro Kudo, scrittore dei  bizzarri Zebraman di Miike Takashi. Qui un liceale muore e finisce per sbaglio all’inferno, luogo kitsch dove i demoni suonano il rock e si sfidano in contest musicali per riuscire a ottenere una possibilità di reincarnazione. Negli inferi buddisti Daisuke cerca la sua via per la reincarnazione per confessare alla ragazza che amava i suoi sentimenti. Assurdo, delirante, comico, soprannaturale, il viaggio tra al di là e al di qua di questo sfortunato diciassettenne richiede adesione totale alla follia di Kudo per essere apprezzato. Il mio viaggio a Rotterdam si conclude – ahimè – con Paths of the Soul di Zhang Yang, una cronaca sospesa tra finzione e documentario sul cammino straordinario di ordinari cittadini tibetani. Mossi dalla fede e sfidando imprevisti e intemperie, i nostri 11 compiono un pellegrinaggio lungo 2000 chilometri ad un passo incredibile.

Per conoscere i vincitori del festival clicca qui.

Francesca Vantaggiato

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