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MISS VIOLENCE, il doppio sguardo

“Noriko’s dinner table” di Sion Sono

Film pluripremiato, si presenta come una sorta di viaggio psicoanalitico suddiviso in capitoli, con una grande densità verbale narrante; la camera a mano sosta sui volti e sul tormento dei personaggi e sulla loro identità fluttuante, tra realtà e finzione nel gioco della doppiezza e del travestimento

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“Il padre pensa che a Tokio le ragazze rimangono incinte”.

Noriko vuole fare l’università nella grande città, vive con il padre la madre e la sorella Yuka.

Scrive sul giornalino della scuola per cambiare le regole e per ottenere l’accesso illimitato alle aule informatiche dell’edificio. Passa così sempre più tempo al computer, e iscrivendosi a un sito chiamato Haikyo.com  conosce una ragazza, Ueno Station 54, che diventerà il suo idolo: lo scopo sarà riuscire ad incontrarla.

Continua ad avere scontri con il padre e sostiene: “non ero viva solo perché stavo respirando” .

Noriko, sbadata, testarda, ribelle, femmina di 17 anni approfitta di un blackout e scappa di casa per recarsi a Tokio.

Vuole vivere, sentire, capire, osservare…non essere sciocca come le sue compagne; vuole costruire un passato per diventare una donna nuova.

Noriko incontra Kumiko, ossia Ueno Station 54 e si recano insieme a trovare la famiglia di quest’ultima; una famiglia deliziosa, affettuosa e felice.  Di seguito andranno a trovare un’altra famiglia e il comportamento di Kumiko sarà lo stesso. Noriko scoprirà la verità: Kumiko fa un lavoro strano, oltre ad essere responsabile del Suicide club, un sito che incita al suicidio i giovani, ha un’agenzia che fornisce famiglie in affitto per persone che hanno perso i propri cari e si finge un componente della famiglia cercando di rendersi credibile sostituta della persone morte o scomparse.

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Rievocando scene del film Suicide Club, qui Sion Sono ripresenta le immagini della stazione di Shinjuku, dove 54 ragazze si erano suicidate gettandosi sotto ad un treno alla presenza di Noriko, ormai diventata Mitsuko, e di Kumiko. Intanto anche la sorella Yuka fugge da casa per raggiungere Tokio e la madre si suicida. Inizia così il percorso di ricerca del padre che non esiterà a sottoporsi a molteplici difficoltà pur di ritrovare le figlie.

Intanto Yuka trova la sorella e si unisce al gruppo di Kumiko diventando Yoko. Tutte e tre le ragazze con un’altra identità verranno ingaggiate da un amico complice del padre per ricostruire la scena della famiglia persa. L’esito sarà sorprendente.

Film pluripremiato, si presenta come una sorta di viaggio psicoanalitico suddiviso in capitoli, con una grande densità verbale narrante; la camera a mano sosta sui volti e sul tormento dei personaggi e sulla loro identità fluttuante, tra realtà e finzione nel gioco della doppiezza e del travestimento.

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Il mondo è alienante e la ricerca dell’identità una ossessione, insieme ad uno strutturato istinto di morte. Attraverso continui flashback, Sion Sono presenta un’attenta riflessione sul tema dei legami familiari: fuggire dalle proprie famiglie disfunzionali caratterizzate da un alto grado di incomunicabilità  per fingere la costruzione di altre, una finzione che è una vendetta e un riscatto alla ricerca della emancipazione e della libertà.

La famiglia originaria che alimenta il business del supermercato formato famiglia… E’ meglio la vita reale o il mercato delle emozioni?

Una dissonanza delle modalità comunicative che si amplifica in un mondo che è solo apparenza e consumo;  la possibilità di costruire una nuova identità anche comprando ricordi altrui non fa molta differenza soprattutto se l’identità originaria è così ingombrante o insignificante.

Sorprendente, inquietante, invadente.

Beatrice Bianchini

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