È attorno a un tavolo imbandito, di calici, piatti, sorrisi e modi apparentemente gentili, che si consumano molto spesso, e soprattutto nel cinema, drammi familiari, liti e discordie che, seppur mascherate dal silenzio delle buone maniere, celano, invece, armi d’offesa, pregiudizi e violenza, psicologica, economica e patriarcale. È lì, tra il tintinnio dei calici di cristallo e la ritualità geometrica delle portate, tra cordiali, prime presentazioni e conversazioni superficiali e di facciata, che le buone maniere si trasformano in strumenti di potere e di possesso. Lì, intorno a quel tavolo imbastito, si incontrano i personaggi di Viola, cortometraggio diretto da Marco Lorenzo Masante e in concorso al Pop Corn Festival del Corto.
Un corto, prodotto dal laboratorio di alta formazione Officine nato dalla sinergia tra Led e Anteo, che, nell’incontro di Carlo e Viola con il figlio Ascanio ed Elena, la nuova fidanzata, offre una riflessione affilata sulle dinamiche di potere, il controllo economico e l’ipocrisia della borghesia italiana.
Il dominio paternalista
È la premessa di una presentazione ufficiale, dell’introduzione di un nuovo membro nella cerchia familiare, quella con cui si apre Viola. Ed è quella che, rapidamente, si trasforma in un processo silenzioso in cui, dietro i sorrisi e le conversazioni di facciata, sin nascondono i dettami di una cultura patriarcale che si annida nei pensieri, nelle parole e anche nei comportamenti apparentemente docili ed educati. Si nascondono nei sorrisi di Carlo, interpretato da Gigio Alberti, e nel modo in cui si presenta la moglie, Viola, interpretata da Marina Missioni, come la sua principessa, costretta a lasciare il negozio di fiori che aveva faticosamente e appassionatamente creato e portato avanti. È una violenza silenziosa che si cela nel modo in cui Carlo, a tavolo con moglie, figlio e nuora appena conosciuto, in maniera naturale prende le redini della cena e della conversazione.
Allo stesso modo, come un’eredità silenziosa, a tratti quasi scontata, Ascanio, seppur inizialmente sembra introdurre la fidanzata come una persona, una donna, indipendente, cade nell’atteggiamento decisionale, egoista e individualista, tipico del padre e della stessa cultura, maschilista e patriarcale, in cui sono nati, cresciuti ed educati. E che tutto decide, stabilisce e impone. Come, nel caso del cortometraggio di Masante, un trasferimento comune all’estero, non discusso, non dichiarato a Elena, ma già deciso. Mentre, dall’altra parte, ci sono due donne che, con diversa esperienza e storia di vita, ma con lo stesso silenzio con cui questa violenza penetra nella vita quotidiana, si osservano, si guardano, si capiscono e si supportano.

Sotto la maschera del buonsenso
Il cortometraggio di Masante, attraverso una sceneggiatura intelligente e movimenti di macchina precisi e millimetrici capaci, in uno spazio unico, di catturare sguardi e gesti che riflettono le gerarchie invisibili che governano la stanza, riesce a mostrare come il denaro e la stato sociale non siano semplici strumenti, e manifestazioni, di benessere, ma armi di ricatto emotivo. E che si trasforma, anche inconsapevolmente, in violenza subdola, radicata in un privilegio che dà per scontata la possibilità di poter comprare, o decidere, il futuro altrui e, soprattutto, di una donna. Come è successo a Viola e, come sembra stia succedendo, in maniera silenziosa, a Elena.
Le aspirazioni e l’indipendenza economica di Elena non vengono, infatti, attaccate frontalmente, ma progressivamente sminuite, normalizzate, nel tentativo inconsapevole di distruggerle, dall’apparente buon senso e dall’esperienza, superiore, del suocero. Per raccontare la prevaricazione, Masante non ha bisogno di mostrare lividi, grida, pianti o urla, ma come, con minimi gesti, poche parole e in invitanti sorrisi, il patriarcato e, insieme, il capitalismo, possano essere educati, ma insieme infimi e vili. E come, dietro la facciata della protezione familiare, dietro un consiglio non richiesto, una gentilezza indesiderata, si nasconda molte volte, e troppo spesso, un desiderio di possesso.