Gli americani hanno un talento che il cinema continua puntualmente a confermare: riescono a trasformare qualsiasi storia in una parabola sulla redenzione. Un ex detenuto, un pugile sul viale del tramonto, un musicista fallito, una madre in difficoltà o, come in questo caso, una ex stripper che sogna di diventare una scrittrice. Poco importa da dove si parta, l’importante è che il viaggio conduca da qualche parte. Preferibilmente verso Dio.
Everything Works Out (In the End) di Maximillien Dejoie, presentato al SalinaDoc Fest, abbraccia questa tradizione con una convinzione quasi commovente. Il documentario parla di Katelyn, aspirante scrittrice, ex stella di un night club, che tenta in tutti i modi di inseguire il suo sogno. Seguiamo dunque la sua vita tra brevi interviste, presentazioni, registrazioni in studio, servizi fotografici, confessioni intime, fede cristiana e desiderio di lasciarsi alle spalle un passato difficile, costruendo passo dopo passo il ritratto di una donna che prova a rinascere. Una storia che, almeno sulla carta, avrebbe tutto il diritto di funzionare.
Il problema è che il documentario sembra esserne convinto molto prima dello spettatore. C’è una sicurezza quasi disarmante nel modo in cui Dejoie mette in scena ogni momento. Ogni inquadratura sembra certa di avere un peso enorme, ogni frase pronunciata davanti alla macchina da presa possiede il tono di una rivelazione, ogni silenzio aspira ad assumere il valore di una catarsi.
Dopo una ventina di minuti si ha quasi l’impressione che il film stia continuamente aspettando il proprio applauso. E non perché racconti una storia falsa: la storia è autentica e probabilmente sono sincere sono anche le emozioni della protagonista. Ma perché non dubita mai di sé stesso. Si prende tremendamente sul serio, dimenticandosi che il cinema, spesso, diventa davvero interessante proprio quando accetta di mettere in discussione ciò che sta raccontando.
Everything Works Out (In the End) | Quando la semplicità viene scambiata per epicità
La sensazione che accompagna quasi tutto il documentario è quella di assistere a un racconto che vuole disperatamente diventare più grande di ciò che è. Le presentazioni dei libri e le interviste sono avvolti da una sacralità inimmaginabile, i set fotografici sembrano tappe decisive nella storia dell’umanità e ogni piccolo traguardo viene caricato di un’enfasi che finisce inevitabilmente per schiacciarlo. È un peccato, perché il punto di partenza non avrebbe alcun bisogno di essere gonfiato.
Anzi, è esattamente il contrario.
Le storie più belle sono spesso quelle che non fanno nulla per sembrare straordinarie. Il neorealismo italiano ci ha costruito un’intera stagione cinematografica; Ozu ha trasformato pranzi di famiglia in capolavori; i fratelli Dardenne hanno dimostrato che basta seguire una persona mentre cerca semplicemente di vivere per parlare del mondo intero. Nessuno di questi registi ha mai sentito il bisogno di dirci quanto fosse importante ciò che stavamo guardando. Bastava mostrarlo.
Dejoie, invece, sembra non fidarsi mai della forza della normalità. Ogni scena viene accompagnata dalla costante sensazione che il film stia sussurrando allo spettatore: “Guarda quanto è significativo questo momento”. Ma il cinema non funziona così. L’importanza non si dichiara, si conquista. E più il documentario insiste nel monumentalizzare la quotidianità, più quest’ultima perde consistenza.
È questa la contraddizione che attraversa Everything Works Out (In the End) dall’inizio alla fine. Non esalta la semplicità, prova ad annullarla. Trasforma una storia che avrebbe potuto vivere grazie alle proprie piccole crepe in un racconto che rincorre continuamente la propria aura epica, finendo per assomigliare a una lunga sequenza di momenti che chiedono disperatamente di essere ricordati. Il paradosso è che, proprio per questo, finiscono quasi tutti per somigliarsi.

Dio risponde a tutto, il documentario un po’ meno
Il rapporto con la religione rappresenta probabilmente il limite più evidente del film. Non perché la protagonista creda in Dio, né perché attribuisca alla fede il merito della propria rinascita. Sarebbe una critica banale e, soprattutto, fuori bersaglio. Il punto è un altro: Everything Works Out (In the End) sembra considerare qualsiasi affermazione pronunciata davanti alla macchina da presa come automaticamente significativa. Si parla di possessioni demoniache, di salvezza, di guarigione spirituale, di redenzione. Il documentario ascolta tutto con un rispetto quasi liturgico, ma senza mai fare ciò che un documentario dovrebbe fare: porre una domanda.
E così, più che osservare una ricerca spirituale, si ha la sensazione di assistere a una lunga serie di risposte prive delle rispettive domande.
Nel mondo raccontato da Dejoie ogni ferita sembra avere una sola terapia possibile: la fede. È una posizione perfettamente legittima. Curioso, però, che il film non senta mai il bisogno di interrogarla. La macchina da presa rimane sempre un passo indietro, quasi intimorita dall’idea di disturbare il racconto.
Eppure il documentario non è un confessionale. Non dovrebbe limitarsi ad ascoltare. Dovrebbe creare attrito, mettere in crisi, scavare nelle contraddizioni. Qui, invece, ogni convinzione viene accolta con la stessa reverenza, come se bastasse pronunciare certe parole – Dio, guarigione, destino, rinascita – perché far acquisire loro profondità.
Lo stesso accade con il brevissimo riferimento alle elezioni presidenziali americane del 2024. La politica compare sullo sfondo, saluta educatamente e se ne va. Nessuna riflessione, nessuna presa di posizione, nessun tentativo di capire quanto quel contesto influenzi davvero la vita della protagonista. È una presenza decorativa, quasi obbligatoria, come il prezzemolo nelle foto dei ristoranti: c’è, ma nessuno sa bene perché.
Dopo l’ennesimo viaggio in auto in mezzo alla campagna, l’ennesimo servizio fotografico e l’ennesima riflessione sulla guarigione interiore, la domanda arriva spontanea.
Che cosa stiamo guardando?
Il ritratto di una scrittrice?
Un documentario sulla fede?
Un reportage sulla provincia americana?
Un videoclip particolarmente lungo?
Il film sembra voler essere tutte queste cose contemporaneamente, finendo per non esserne davvero nessuna.
Tutto funziona, ecco il problema
Dal punto di vista formale c’è ben poco da rimproverare a Maximillien Dejoie. La fotografia è elegante, l’immagine è pulita, il montaggio scorre senza intoppi e ogni inquadratura sembra collocata esattamente dove dovrebbe essere. È un film ordinato. Forse anche troppo. Perché, a un certo punto, viene quasi voglia che qualcosa vada storto. Che l’immagine perda il controllo. Che una scena si allunghi più del previsto. O che qualcuno interrompa il ritmo impeccabile costruito dal regista.
Insomma, che entri un po’ di vita.
Ma tutto rimane incredibilmente composto, calibrato, rifinito. È un cinema che dà continuamente l’impressione di fare i compiti con estrema applicazione, senza mai concedersi il lusso di sbagliare.
Dejoie sembra voler eliminare ogni crepa. Leviga tutto, organizza tutto, armonizza tutto. Così facendo costruisce un documentario formalmente impeccabile, ma emotivamente sterile. Non perché manchino le emozioni, ma perché vengono continuamente confezionate prima ancora che possano sorprenderci.
Ed è forse questa la più grande occasione mancata di Everything Works Out (In the End). La storia che racconta avrebbe avuto tutto il diritto di rimanere piccola, fragile, perfino ordinaria. Avrebbe potuto trovare la propria forza proprio nella semplicità. Invece il film trascorre ottanta minuti tentando di convincerci che stiamo assistendo a qualcosa di straordinario. Il paradosso è che, insistendo così tanto sull’eccezionalità del proprio racconto, finisce per sottrargli proprio ciò che lo avrebbe reso davvero memorabile: la sua umanità.
E, alla fine, viene quasi da sorridere pensando al titolo.
Everything Works Out (In the End).
Magari fosse vero.
Perché qui funziona tutto: la fotografia, il montaggio, il suono, la composizione dell’immagine. Tranne la cosa più importante.
Il film.