Quando vale la regola: “Chi non sa deve tacere”? Quand’è che ci è stato conficcato uno spillo nel cuore che ci ha resi sempre meno sensibili agli altri? Quando è successo che ci siamo abituati progressivamente all’iconografia del dolore altrui? Ce lo dicono più di trent’anni di storia svelata dalle testimonianze di chi l’ha vissuta. In A War on Women, Raha Shirazi disvela, senza fretta, gli eventi politici significativi che si sono succeduti in Iran dagli anni Sessanta fino a oggi.
Proiettato nell’ultima edizione del SalinaDocFest, la regista decide di sviluppare la narrazione attraverso le storie di sette donne, le cui esperienze personali si intrecciano con la storia collettiva del femminismo in Iran, offrendo uno sguardo sulle sfide, i sacrifici e la determinazione che hanno caratterizzato questa lotta nel corso delle generazioni.
A War on Women: quei capelli che salveranno il mondo
Alla storia piacciono gli eroi ma solo se sono belli, “instagrammabili”, diciamo oggi per economia linguistica. La verità che ci raccontano le donne di Shirazi è dogmatica: gli eroi sono i sacrificabili. C’è una contraddizione in termini nel discorso sulla consapevolezza e l’attenzione attiva del dolore altrui. Nessuno dovrebbe essere in grado di guardare negli occhi queste donne; con quale coraggio o incoscienza si può perdonare la propria disperata impotenza?
Mahnaz Afkhami, ministra per gli Affari femminili prima della Rivoluzione islamica del 1979 e fondatrice di organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti delle donne; Asieh Amini, poetessa, giornalista e attivista; Masih Alinejad, attivista nota a livello internazionale per la campagna contro l’obbligo del velo in Iran e nota per la campagna White Wednesday; Golshifteh Farahani, attrice e musicista; Azam Jangravi, attivista; Shaparak Shajarizadeh, attivista; Elahe Tavakolian, attivista legata alle proteste di Donna, Vita, Libertà nate dopo la morte di Mahsa Jina Amini nel 2022. Tutte esiliate e, ancora, cassa di risonanza per la giustizia di chi se n’è andato e di chi è rimasto.

Non è più tempo per i buoni sentimenti
L’indottrinamento e la norma non trovano storiograficamente largo spazio all’interno di A War on Women. Sono spiegati cronologicamente e illuminanti per dare un contesto a qualcos’altro che, più di tutto, ha un valore educativo e sociale, ovvero le testimonianze. Siamo una società che funziona per immagini e in cui le parole lasciano il tempo che trovano. Ma quelle dette da queste donne non permettono di scappare, mettendoci davanti a una tragica realtà: noi non ci siamo, noi siamo spettatori reali delle ingiustizie e della sofferenza. E loro, queste donne, meglio di noi, hanno saputo leggere lo schermo che stavano guardando, per riuscire ad alzarsi e uscire dalla proiezione: noi quel film non lo vogliamo più vedere e faremo in modo che nessun altro al mondo lo veda più.
“Questo è l’inizio della fine”,
dice Masih.
Masih Alinejad, come tutte le donne presenti nel film A War on Women, parla senza paura, senza tentennamenti, facendo trasparire solo una e incredibile sentenza: io sono ineluttabile. Un “io” che sa di un noi; una collettività che parte dall’hijab che si fa simbolo di repressione e lotta, creando – di fatto – un cortocircuito di significato nel disperato clero iraniano. Nel romanzo Il Racconto Dell’Ancella di Margaret Atwood c’è una frase tuonante: “Non dovevano darci le divise se non volevano che diventassimo un esercito”. Ed è da quel velo e dai quei capelli liberi che si è creata una rivoluzione, violenta e crudele e paurosa eppure potentissima.
“War on Woman”: il sepolcro dell’Occidente
È con la colpa dell’occhio occidentale che siamo in grado di guardare e parlare di questo film. Masih dice una frase fondamentale che dovrebbe essere iscritta come epitaffio sul – sacro o profano che sia ormai – sepolcro della società occidentale. Quello dove dimorano le colpe di un popolo arreso e vinto. Masih dice: “L’occidente non vuole eroine, non vuole guerrieri, non vuole attivisti. L’occidente vede solo i martiri“. Ed è solo tramite i martiri che siamo in grado di fare da cassa di risonanza a un gruppo di donne che da più di trent’anni lotta contro l’apartheid di genere.
A War on Women riesce a lasciare a posteriori un senso assoluto di inadeguatezza, provocato dalla radicata consapevolezza che da qualche parte del mondo, non lontano né vicino – perché poi poco importa – ci sono giovani donne che combattono e muoiono per potersi mettere le mani tra i capelli e cullarli liberamente come si fa quando sei vinto o sei perso, ma comunque libero.
Infine, quindi, nel frastuono delle urla di chi ancora lotta per i propri capelli liberi si fa avanti la consapevolezza che un giorno, non lontano, sapremo riconoscere le colpe non solo di chi non ha fatto niente, ma soprattutto di chi ha avuto talmente tanta paura di quei capelli da renderli un crimine. E la pagheranno, tutti.