‘La casa – Il rogo del male’ e l’orrore dei legami di sangue
Il regista francese Sébastien Vaniček firma il sesto capitolo del franchise combinando la violenza radicale e il dramma familiare attraverso la French Extremity
Quando ti sposi, ti sposi anche la famiglia. È proprio così che si potrebbe riassumere il sesto capitolo della saga La casa, in inglese Evil Dead. In cui la protagonista Alice, interpretata da Souheila Yacoub, già presente in Climax, lascia la Francia per seguire suo marito William. Il quale ci mostra sin dall’inizio il lato negativo del suo carattere. In seguito a una lite, George Pullar, ovvero William, muore misteriosamente in un incidente d’auto, portando Alice a dover affrontare il lutto nella sua nuova famiglia. Una famiglia che continua ad esserci anche in assenza del marito.
Il regista, proprio come dal quarto capitolo in poi, non è più Sam Raimi, il quale rimane comunque tra i produttori di La casa – Il rogo del male. Dopo Fede Álvarez e Lee Cronin, arriva il francese Sébastien Vaniček, regista del film Infested. Il quale, come lui stesso afferma in un’intervista, porterà alla saga un’ondata di French Extremity, un movimento cinematografico trans-genere nato in Francia a cavallo del 2000.
“La casa – Il rogo del male contiene i film più brutali e violenti che abbiamo. Se ci metti le mani dentro, non ti servono solo buone idee… È come lo giri. È come rendi l’esperienza fisica per il pubblico. Ed è per questo che ho tratto ispirazione dal ‘French Extremity’, perché è una violenza molto, molto radicata.”
Si tratta di un movimento coniato dal critico James Quandt. Un termine che auspica a descrivere i film d’autore in grado di rompere i tabù attraverso la violenza esplicita, portando tematiche come ad esempio il sesso crudo, il nichilismo e l’esplorazione dei traumi sia fisici che psicologici.
Al cinema dal 08 Luglio.
Cosa cambia realmente dagli altri film della saga?
I cliché della saga rimangono pressoché identici: continuano ad essere presenti il Necronomicon, i deadite e soprattutto le possessioni. Sottolineando, anche se in forme differenti, ancora una volta la trama all’interno di un’abitazione, con l’eccezione del terzo capitolo. L’armata delle tenebre è infatti ambientata nel Medioevo. D’altro canto, il linguaggio sembra ancora in continua evoluzione; si tratta di una saga in cui ogni regista è libero di sperimentare attraverso la propria visione. Lo stesso Raimi attraverso l’elemento slapstick, il quale vede il suo massimo potenziamento in La casa 2.
Dopo Raimi, il linguaggio di Fede Álvarez vede un ritorno alla violenza sporca dei B-movie degli anni ’70/’80. Mentre Lee Cronin sposta nel 2023 lo sguardo nell’era post-pandemica, utilizzando un’abitazione in un centro urbano. Vaniček nel 2026 torna nell’isolamento geografico, portando con sé l’isolamento psicologico e familiare. Se in La casa 2 Annie (Sarah Berry) non si sentiva obbligata ad ascoltare i richiami della sua defunta famiglia, qui nel sesto capitolo le cose cambiano. In La casa – Il rogo del male la minaccia si insidia nel nucleo più intimo e protettivo dei legami acquisiti. D’altronde non bisognerebbe mai controbattere quando si tratta dei suoceri, giusto?
La claustrofobia di Vaniček in La casa – Il rogo del male
Vaniček ci mostra una casa in cui l’ostilità parte proprio dai personaggi, ovvero dalla famiglia di William. Alcuni sono più sviluppati rispetto ad altri, specialmente la nonna, ossia la moglie di colui che mise insieme il famoso libro della narrazione. La madre e soprattutto il padre non vengono raccontati con la stessa rotondità della nonna (Maude Davey). E sono loro a costringere Alice a continuare i suoi doveri di moglie, anzi di vedova, creando una dinamica psicologica vicina alla claustrofobia. Una claustrofobia che non si limita dunque alla casa, bensì alle relazioni umane. Assistiamo dunque, proprio come in Mother! di Darren Aronofsky, ad una profanazione sistematica e violenta dello spazio privato da parte di forze incontrollabili.
Per ricreare questa atmosfera claustrofobica, Vaniček ha dichiarato che il suono costituisce l’80% dell’opera.
“Non si tratta di ciò che senti, si tratta di come lo percepisci fisicamente. E per percepire, hai bisogno di molti livelli […] Il mio team sa che avrò bisogno di 15 o 20 tracce audio solo per una porta che si chiude, perché ho bisogno di molti elementi affinché la cosa sia fisica e viscerale.”
Il regista punta dunque ad un horror a 360 gradi, che possa anche essere udito oltre che visionato, cosicché lo spettatore con gli occhi serrati non rimanga tagliato fuori dall’esperienza. La dimensione acustica priva dunque lo spettatore di qualsiasi via di fuga mentale e di dissociazione.
I mostri umani terribili tanto quanto i deadite
L’abuso domestico è terrificante tanto quanto i deadite, gli spiriti demoniaci della saga. L’umorismo perverso per tormentare i vivi non è poi tanto distante dai genitori di William, i quali non sopportano particolarmente non solo Alice, ma anche Thya, interpretata da Luciane Buchanan, fidanzata di Joseph (Hunter Doohan), nonché fratello del defunto William. Thya sarà infatti un deadite leggermente diverso rispetto alla famiglia, proprio perché non è mai andata in sposa a Joseph. E questo perché non appena cambia sembianza avrà come obiettivo quello di vendicarsi in parte di quella famiglia. Di far emergere i sentimenti repressi che si potrebbero provare nei confronti della famiglia dell’altro. Degli impulsi che ovviamente non si potrebbero mai accettare, proprio perché si tratta di un vero e proprio tabù della società: quello di odiare apertamente i propri suoceri.
Vaniček spiega infatti, attraverso la sua metafora dell’hamburger, quale verdura o meglio cosa si cela dentro un cibo pop, con l’obiettivo di chiarire come concepisce i temi sociali nell’horror:
“È quello che fai quando giri questo tipo di film: il primo livello è l’intrattenimento… Ma sotto questo aspetto, abbiamo bisogno di personaggi complessi, con livelli di scrittura e dichiarazioni sulla vita o sulla società, ma li nascondiamo per evitare che il film risulti noioso.”
Vediamo infatti pochi dialoghi che ci spiegano le dinamiche fra i personaggi, forse maggiormente la suocera, la quale sostiene di aver dato la vita per la sua famiglia, oppure Alice che cerca di far luce sugli abusi subiti da suo marito defunto. Gli altri personaggi si esprimono attraverso le loro azioni, proprio come Thya.
Il rogo del reale come unica purificazione dal tabù
Il “Rogo” evocato dal titolo italiano del film costituisce l’inevitabile punto di rottura di una dinamica familiare diventata ormai tossica e irrespirabile. Vaniček decide dunque di mettere in scena questo parossismo rifiutando gli effetti digitali e scegliendo di utilizzare il vero fuoco sul set, definendolo come una vera e propria “bestia feroce” da gestire a stretto contatto con gli attori.
Una scelta estrema che si riflette nella sequenza finale di La casa – Il rogo del male. Il regista racconta che una tenda che bruciava è quasi sfuggita al controllo della troupe per cinque secondi durante l’ultimo ciak, scatenando il panico generale. Una quasi tragedia che ha donato all’opera un tocco in più di realismo, in un’epoca in cui gli effetti speciali sembrano sempre ostacolare la veridicità e i cosiddetti effetti speciali home-made. Quei cinque secondi di fuoco reale sono, metaforicamente e tecnicamente parlando, la “parola fine” impressa dal regista sul film, anche se, come ben sappiamo, non è ancora finita. Sia nel senso narrativo che di sequel. Infatti, siamo in attesa che esca Evil Dead Wrathnel 2028, con la regia di Francis Galluppi, regista di The Last Stop in Yuma County.