Quest’anno, il CortoCircuito Film Festival si tinge di tutti i colori dell’arcobaleno con lo statunitense And What If I Am? di Bryan Powers. Prima di competere nella categoria International Short, il corto ha già trionfato in altri festival, come ad esempio il Cinema Diverse, US e il Bridges International Film Festival, grazie al suo messaggio sociale e all’interpretazione del diciannovenne Caden Martel.
Che sia l’inizio di un lungo viaggio in Italia, dopo la prima tappa a Milano?
Un adolescente incompreso
Tim (Caden Martel), un ragazzo che ha appena dichiarato la sua omosessualità, è in punizione per essere stato sospeso da scuola. L’accusa è quella di aver picchiato un compagno di classe, ma sostiene che in realtà sia stato l’altro ragazzo a colpirlo in pieno volto.
Rimanere in casa non migliora di certo la situazione: suo padre (Mike Greca) non lo capisce, mentre sua madre (Tania Rubis) lo trascura. Una mattina, Tim si imbatte in Josh (Rob Veksenfeld), l’unico coetaneo che lo ha soccorso durante l’aggressione. Siccome ha saltato la scuola, quest’ultimo gli propone di passare un pomeriggio insieme. Perplessità a parte, Tim accetta con piacere.
Sarà l’inizio di una splendida amicizia o di un tenero amore?
I dettagli che raccontano Tim
In questo corto, la sintonia tra i due ragazzi è molto toccante e lo sguardo registico è agrodolce ma non melenso. Nella maggior parte degli corti LGBTQIA+, soprattutto se sono rom-com o drammi sentimentali, accadde spesso il contrario. Fortuna che Powers è riuscito a trovare un giusto equilibrio ed evitare i soliti luoghi comuni.
Persino la scenografia ha colto nel segno: nella stanza di Tim si può scorgere sulla bacheca un foglietto di carta con su scritto: “It’s get better?” (“andrà meglio?”); in salotto, invece, c’è scritto, su un rettangolo in legno appeso a un chiodo, “Be Wild / Be Free / Be Brave / Be You” (“Sii selvaggio / Sii libero / Sii coraggioso / Sii te stesso”). Questo è un esempio di come bastino pochi elementi scenici per raccontare un personaggio a tutto tondo.
L’unico difetto del film sarebbe l’interpretazione monotona della madre. Un vero peccato, data la sua importanza all’interno della storia.
L’urgenza di raccontare una storia
Oltre a essere un inno alla spensieratezza adolescenziale e al coraggio di essere sé stessi, And What If I Am? e altri film come Boys Don’t Cry (1999), Brokeback Mountain (2005) e Il ragazzo dai pantaloni rosa (2024) ci ricordano che i crimini d’odio e i casi di omobitransfobia sono sempre all’ordine del giorno.
Il cinema, soprattutto quello sociale, ha sempre avuto l’arduo compito di far smuovere le coscienze, ma, purtroppo, non basta per vivere in un mondo migliore. I fatti di cronaca dell’ultima ora lo dimostrano. In parole povere, i registi hanno fatto il loro dovere, il resto sta allo spettatore. È lui che dovrebbe fare la differenza!
I mediocri copiano e i migliori rubano
Alcuni cinefili noteranno sicuramente che il regista ha rubato alcune immagini de I 400 colpi di François Truffaut. Entrambi i film, in effetti, condividono la città come simbolo di libertà rispetto alla casa e alla scuola, la madre infedele, le corse matte e disperatissime del protagonista e il fermo immagine sul suo volto in primo piano mentre guarda in macchina, ma senza l’effetto Ken Burns.
È da sottolineare, però, che “furto” non è sinonimo di “copia”. L’importante è che ogni autore utilizzi questi riferimenti visivi con il fine di renderli personali e di giocare con la sapienza degli spettatori.