Il cortometraggio Italiano, firmato dal regista Mehdi Davachi, è stato presentato il 10 luglio nell’ambito della 2ª edizione del Corto Circuito film festival, collocato nella prestigiosa cornice dell’Anteo Palazzo del Cinema di Milano.
Lo storico avamposto del cinema d’autore milanese ha offerto l’ambiente ideale, sia tecnico che culturale, per accogliere un’opera che fa della precisione formale e della sottrazione visiva i suoi punti di forza fondamentali.
Italiano: la dedica a Navid Afkari e Amin Bazregar
Davachi orchestra un dramma intimo che, pur parlando una lingua universale, affonda le sue radici in una dolorosa e specifica urgenza politica. Il cuore pulsante del film risiede nella sua potente dichiarazione d’intenti: l’opera è dedicata alla memoria di Navid Afkari e Amin Bazregar, figure reali che prestano i propri nomi ai due protagonisti della finzione.
Navid Afkari, il celebre lottatore iraniano giustiziato dal regime nel 2020 a seguito delle sue proteste antigovernative, e Amin Bazregar, anch’egli lottatore e amico di Navid, scomparso in circostanze misteriose e trovato senza vita dopo aver subito minacce per non essersi piegato al silenzio, sono simboli di una gioventù spezzata dalla repressione.
Mehdi Davachi compie un’operazione cinematografica straordinaria: prende i nomi di due simboli della resistenza civile e politica iraniana, e li traspone in una storia d’amore e d’esilio. In questo modo, il regista trasforma il loro sacrificio in un tributo alla libertà negata, legando il destino tragico dei due attivisti reali alla drammatica ricerca di un futuro dei due protagonisti del corto.
La geometria del legame
Il film si poggia su una scelta di regia ferrea, quasi geometrica, che stringe i due protagonisti all’interno di una co-presenza costante. Per quasi tutta la durata del racconto l’obiettivo si rifiuta di concepire lo spazio senza di loro, trasformando l’inquadratura in un rifugio e, al contempo, in una gabbia emotiva.
Questa vicinanza forzata simboleggia la loro condizione in Iran, un microcosmo intimo e compresso che deve difendersi dall’ostilità del mondo esterno.
La vera catarsi drammatica si consuma tuttavia quando questa regola aurea viene infranta. Negli ultimi minuti la separazione si fa scelta formale prima ancora che narrativa: l’assenza dell’altro diventa un vuoto tangibile e concreto proprio perché la cinepresa, per la prima volta, isola il personaggio rimasto, privando lo spettatore della certezza visiva su cui era stato costruito l’intero film.
Una tavolozza cromatica soffocante
La narrazione psicologica di Davachi si affida interamente a una fotografia sporca e polverosa, capace di descrivere l’oppressione ambientale senza il bisogno di espliciti passaggi didascalici.
Durante le scene diurne dominano le tonalità del giallo e del marrone, colori che evocano una terra immobile, asfittica e logorata dal tempo, dove le speranze sembrano destinate a coprirsi di polvere. Di notte, la transizione verso atmosfere verdastre introduce una nota di profonda alienazione e pericolo costante.
Questo cromatismo malato riflette la paura sotterranea della persecuzione e della scoperta, traducendo in sensazione visiva la minaccia costante che incombe all’interno del contesto iraniano.
L’eco della rivolta: il rumore di fondo delle donne
Sullo sfondo delle vicende intime dei protagonisti si avverte la presenza costante di una traccia secondaria, un rumore di fondo che è insieme politico e sociale: la protesta delle donne iraniane. Mehdi Davachi sceglie deliberatamente di non portare questa rivolta in primo piano, ma di lasciarla risuonare come un’eco opprimente e necessaria che attraversa i muri e le strade.
Questa tensione collettiva si intreccia inevitabilmente con il destino della coppia. La lotta delle donne per la propria libertà diventa lo specchio della ricerca di dignità dei due protagonisti; un contesto di scontro totale che amplifica il senso di urgenza, pericolo e, in definitiva, la spinta disperata verso la fuga.
Il miraggio del titolo e il sacrificio individuale
In questo scenario, il titolo scelto agisce come un potente paradosso semantico. La parola italiano non richiama elementi geografici immediati, ma si proietta nell’immaginario dei protagonisti come un miraggio dell’Occidente, un altrove sinonimo di diritti, libertà e sopravvivenza.
Il nucleo tematico del corto si sposta così dall’amore romantico alla tragica necessità del coraggio individuale. La decisione di non partire insieme ridefinisce l’idea stessa di sacrificio, dove restare si configura come una dolorosa resa al proprio destino e partire da soli diventa l’unico, disperato istinto di conservazione a discapito della felicità condivisa.
Il pianto universale e il silenzio
Il finale sigilla l’opera con un’inquadratura di straordinaria potenza emotiva, ambientata nell’abitacolo di un’auto dove il protagonista rimasto si abbandona al pianto insieme a due sconosciuti. Questo pianto condiviso eleva il dramma privato a sofferenza collettiva, intercettando il dolore generazionale di un intero popolo segnato dall’esilio e dall’addio.
Come in una struttura circolare, è un suono dolce a chiudere il racconto, ma questa volta si spoglia di ogni speranza. Le parole della musica in sottofondo sanciscono la fine di ogni illusione, ricordando che dell’amore non resta che la lucida certezza che l’altro non farà ritorno, lasciando lo spettatore nel silenzio di un vuoto definitivo.