Risate di gioia (con sottintesi politici) per una comicità sopraffina e rifrangente, in un terreno inusitato, quello della Nová Vlna, la Nouvelle Vague cecoslovacca degli anni Sessanta: eppure è la promessa perseguita fino alla fine da Lemonade Joe (1964), incursione complessa nel western da parte di Oldřich Lipský, un fuoco d’artificio di invenzioni e intrattenimento variopinto e spiazzante, che la XL edizione del Cinema Ritrovato 2026 rilancia nella sua sezione di opere restaurate, lustrando per il pubblico bolognese la gloria misconosciuta di un successo commerciale in patria e di una reliquia di nicchia per molti cinefili.
Il West non abita più qui
Pistoleri, saloon e risse, ma invertiti in smaccati stereotipi che sono marca di straniamento e d’affetto; una storia d’amore divisa tra una casta bionda e le seduzioni di una maîtresse bruna; comicità slapstick, umorismo nero, tenera irrisione; western, cinema muto, musical, pubblicità, comics. Anticapitalismo sulfureo e invaghimento (sotterraneo, ma non troppo) per l’imperialismo statunitense. Lemonade Joe è un carosello figurativo di audacia rocambolesca, un’acrobazia di stilemi maneggiato più da un giocoliere che da un funambolo, un pastiche di culture e tradizioni da far invidia al postmodernismo, ma qui con una coerenza d’intenti che trasuda vicinanza consapevole e non distanza critica.
In patria e nei paesi del blocco sovietico (compresa Cuba) circolò con plausi unanimi e i suoi meriti superarono la prova del tempo, anche se non con prontezza distributiva i confini dell’Europa orientale. Cosa racconta un film parodico (e non solo) girato in Cecoslovacchia quando negli anni Sessanta, con la destalinizzazione in corso, cominciarono a filtrare nelle sale i primi western a stelle e strisce? All’altezza del suo estro incrinato e corrosivo, si snoda la guerriglia cittadina tra un giovanotto astemio, alfiere di una marca di limonata, e una branca di farabutti che rivendicano la vendita esclusiva di whiskey.
Per un pugno di bibite
Un giovane e misterioso cowboy, soprannominato Lemonade Joe, un angelo del focolare con la Smith & Wasson, arriva a Stetson City, nel 1885. Con carisma e magie col grilletto conquista la fiducia di tutti, promuovendo per orgoglio salutista la bibita analcolica Kolaloka. Insieme ai predicatori Goodman, padre e figlia (graziosissima), si oppone alla supremazia del Trigger Whisky Saloon, gestito dai fratelli Doug e Hogofogo Badman (ancora, nomen omen). Winnifred Goodman si innamora del protagonista, oggetto di desiderio anche della bella sciantosa Tornado Lou. I fratelli Badman tendono continui agguati a Lemonade Joe, con trappole, duelli e camuffamenti, fino a uno scontro mortale nel deserto in cui… Si brinderà poi con rivelazioni da soap opera, fusioni industriali e la benedizione di Kolaloka, panacea di ogni male.
Oldřich Lipský (1924-1986), maestro ceco della commedia parodica e della sperimentazione d’avanguardia (che trova un suo manifesto in Happy End del 1967, montato al contrario) e cantore dei percorsi innovativi della Nová Vlna, basò Lemonade Joe sui beffardi racconti western degli anni Trenta di Jiří Brdečka (che firmò con il regista la sceneggiatura), dopo una trasposizione d’animazione di Jiří Trnka, nel 1949. Girato interamente nell’odierna Repubblica Ceca, Lemonade Joe inscena un microcosmo snaturato, pop e manicheo (allegoria dei due blocchi della Guerra fredda), eretto sui residui stereotipati dell’Ovest americano tra letteratura, teatro e cinema, svuotati di senso ma non di funzione diegetica e contemplativa, come tutte le icone abusate (e in fondo indispensabili).
Una strada polverosa, i canyon, il saloon, seduttrici à la Marlene Dietrich (quella di Rancho Notorious), fanciulle di bucolica fulgore come Grace Kelly in Mezzogiorno di fuoco, morbosità degli affetti come in Duello al sole, faide vendicative ispirate a Sfida infernale e tanto altro. Lemonade Joe rievoca, sagoma e scardina tutto senza bulimia citazionista, sul fondale astratto del suo racconto d’azione e affetto, in cui si stagliano i miti culturali fondanti, le formule produttive in serie, gli ingranaggi di genere, tutti immersi esteticamente nel manto in un fittizio restauro di una pellicola muta con il metodo Desmetcolor, dalla tavolozza cromatica uniforme e artificiale, in una psichedelica sferzata di ironia fotografica.
Al di qua del divertissement
Una caricatura compiuta nella sua progettualità canzonatoria e stilizzata? Un esercizio temerario di cinefilia che precorre West and Soda di Bruno Bozzetto e Le margheritine di Věra Chytilová? Oldřich Lipský ambisce a una maturità identitaria per il suo capolavoro, con una trasposizione da altri media e periodi della storia del cinema, che genera un’ariosa, giocosa, fantasmagorica coesistenza, più che una commistione concettuale e filologica o un effetto d’antan da bric-à-brac.
Lemonade Joe ri-crea con quello che (apparentemente) destruttura, con un abbecedario sempre più esponenziale di tecniche di ripresa, trovate ottiche (attinte anche dai cartoon) e rovesciamenti verbali nelle canzoni, che fiammeggiano sullo schermo (già saturo di colore) con una formidabile energia creativa, senza deviazioni debordanti, senza diagnosi di isteria. Se Oldřich Lipský e Jiří Brdečka ripongono fede (con consapevolezza contestuale) nei loro modelli, lo fanno equamente anche i loro personaggi, bicromatici nella diserzione e al contempo nell’adesione al consumismo statunitense. Ce lo prova la pudica Winnifred, che gioisce quando viene a sapere che il suo innamorato lavora in realtà segretamente come sponsor del marchio Kolaloka, con fior di quattrini.
Il finale, una sarcastica risoluzione aziendale alle diatribe tra astemi e bevitori, è un manifesto all’anima bifronte della pellicola (che la consacrò nei decenni al successo trasversale in ogni paese, comunista o capitalista), mai ambigua o neutrale, sempre gaiamente reversibile nei toni, negli sviluppi e nelle immagini. Basta calibrare il dosaggio equilibrato di limonata e whiskey e shakerare con cura, conoscendo le proprietà e gli effetti di ciascun ingrediente.