Ya Hanouni, in proiezione durante il festival CortoCircuito, è un’opera a quattro mani del 2024, già vincitrice di diversi premi che si inserisce con forza nel panorama del cinema breve contemporaneo. Il film sceglie di esplorare la fragilità umana attraverso una situazione apparentemente minimale, per poi svelare un’urgenza espressiva che travolge lo spettatore. Portando sullo schermo una quotidianità familiare minacciata da forze esterne, la regia di Sofian Chouaib e Lyna Tadount firma un racconto teso, intimo e profondamente politico. Un’opera che costringe a riflettere sul valore del tempo e sulla pura sopravvivenza dei legami affettivi quando tutto il resto sembra crollare.
Ya Hanouni
C’è un momento esatto in cui l’infanzia smette di essere un flusso indistinto di suoni per farsi linguaggio, identità e speranza, soprattutto quando il mondo esterno sta crollando. Nel perimetro ristretto del loro cortometraggio, i registi compiono un miracolo di archeologia familiare e politica, prendendo un frammento di pura quotidianità e gettandolo nell’inferno di un conflitto armato.
La trama si muove su un contrasto lacerante: una madre e un padre, mentre cercano di far addormentare il proprio bambino sotto la minaccia costante della distruzione, ingaggiano una silenziosa e tenera competizione affinché la prima parola del figlio sia dedicata a uno di loro. Quella che in tempo di pace sarebbe una comune dinamica familiare, si trasforma qui in un disperato atto di resistenza emotiva, un’indagine acuta sulla sopravvivenza dell’amore attraverso la fonazione.
La trincea della culla: l’intimità contro l’orrore
Espressione d’affetto araba che significa letteralmente “mio tenero”, Ya Hanouni diventa il titolo manifesto di una genitorialità sospesa tra la vita e la morte. I registi Sofian Chouaib e Lyna Tadount compiono uno squisito scavo antropologico all’interno di una casa che è contemporaneamente rifugio e bersaglio. La macchina da presa si fa testimone ravvicinata di un’intima trincea degli affetti, combattuta a colpi di sussurri e sguardi complici. Una fragile barriera emotiva che tenta di esorcizzare l’orrore esterno, con la madre che camuffa il rombo delle esplosioni definendolo un semplice temporale.
Gli autori evitano con intelligenza il patetismo gratuito, preferendo lavorare sui tempi intimi di una coppia che cerca la normalità nell’assurdo. C’è una verità disarmante nella stanchezza dei genitori, nel loro bisogno di affermazione affettiva e nella volontà di donare al figlio un primo vocabolario d’amore prima che sia troppo tardi.
L’estetica del frammento: il verdetto delle macerie
Dal punto di vista formale, Ya Hanouni gioca magistralmente con i codici dello spazio chiuso, claustrofobico ma colmo di calore, che si contrappone alla violenza cieca della guerra. La regia lavora sui dettagli come i primi piani dei volti rigati dalla fatica, i tentativi di fonazione del neonato e creando un ritmo serrato che mima la frenesia e la paura dei protagonisti. Ma è nel finale che l’opera svela la sua devastante natura teorica e politica. L’illusione domestica si infrange bruscamente nella luce accecante e nel rumore sordo di un’esplosione prima, nel buio e nell’assordante silenzio del post-bombardamento poi. L’inquadratura dei soccorritori che trovano la culla tra le macerie della casa risuona come un pugno nello stomaco. Quella prima parola tanto inseguita smette di essere un semplice traguardo biologico e diventa un testamento spirituale, un ponte linguistico spezzato che interroga lo spettatore sull’eredità negata delle nuove generazioni.
Il respiro interrotto del cinema del reale
Nella sua preziosa e dolorosa concisione, Ya Hanouni dimostra la tesi più cara alla critica militante: il grande cinema non ha bisogno di budget faraonici, ma della capacità di saper filmare l’invisibile legame che ci rende umani anche di fronte alla catastrofe. Chouaib e Tadount firmano un’opera di sfolgorante urgenza espressiva, un piccolo gioiello drammatico che sa far sorridere per la sua tenerezza e, un secondo dopo, raggelare il sangue per la sua brutale autenticità.
Quando lo schermo si spegne sul fumo delle macerie, nello spettatore resta la consapevolezza che dentro la prima parola di un bambino sia custodito il senso profondo di tutta la nostra civiltà, un respiro di vita che nessuna guerra dovrebbe avere il diritto di interrompere.