Capita pochissime volte d’incontrare film che scatenino un dibattito così vivace, divisivo, quasi drammatico, com’è successo alla 62a edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro per Punk State, esordio nel lungometraggio di Loris Di Pasquale. Il film è una specie di teatrale gioco al massacro, un’opera audace e radicale sui fantasmi rimossi della nostra società delle apparenze, eterodiretta, profondamente violenta nella sua essenza. Punk State è qualcosa di estremamente originale nell’asfittico panorama del cinema italiano, fatto di commedie e film sempre più uguali a se stessi. Un lavoro che, nonostante gli enormi travagli finanziari, si presenta di elevato tasso artistico, con una cura dell’aspetto visivo e sonoro che rende Punk State un cinema totale da rincorrere in ogni dove.
Per saperne di più, abbiamo intervistato il suo regista, Loris Di Pasquale.
Da quale visione nasce Punk State?
Da un periodo di lunga riflessione su quello che vediamo. Sul motivo di tutta questa passività, sul perché abbiamo paura di dire che c’è qualcosa che davvero non va. Siamo arrivati ad autocensurarci, non serve neanche più ci dicano di non parlare. Volevo capire da dove arrivasse tutto questo, come possiamo non inorridire di fronte al nostro mondo. Ho voluto analizzare il dolore che sentiamo non ci appartiene, un’indifferenza indotta da una società che ci dà dei modelli che pensiamo siano i nostri. Ci inculcano che la violenza è forza, che bere il sabato sera è figo. Così è nato Punk State.

Punk State
Quanto è stato complicato realizzare un film come Punk State?
Tanto. Ogni fine settimana non avevamo i soldi per pagare la troupe. Eppure, il film è come se fosse stato stregato, aveva un’energia incredibile e chiunque ci apriva le porte, ci dava una mano. Non solo un diretto contributo economico, una volta è addirittura arrivato un camion che ci ha portato le colazioni e l’acqua dell’Azione Cattolica per il Giubileo. C’è stato un produttore, che ha realizzato più di cento film, che ci ha detto non lo avremmo mai finito. Invece, stranamente, si sono incrociate sinergie che ci hanno permesso di portarlo a termine. E di farlo al meglio. Pur essendo un film a bassissimo budget, i service ci hanno dato oltre 80 corpi illuminanti per la fotografia.
La sceneggiatura è rimasta uguale durante le riprese?
No, perché, strada facendo, ho incontrato un cast incredibile, che è diventato parte integrante del film. Abbiamo provato per cinque o sei mesi, poi siamo andati sul set. Soprattutto il finale è stato improvvisato mentre ci arrivavano le notizie del genocidio palestinese, quindi abbiamo optato per quello scenario, la fine di tutto, la desolazione dell’umanità. Inserendo, però, anche un barlume di speranza, con un vagito infantile, perché forse alla fine ci estingueremo o, forse, ci sarà una generazione migliore.
Cosa hai chiesto ai tuoi attori nelle scene più dure e difficili del film?
A tutto siamo arrivati per gradi. Avendo fatto un lungo periodo di prove, avevamo già tanto lavoro alle spalle. Motivo per cui, quando abbiamo girato, le scene sono venute naturali. Gli attori sapevano perfettamente come il loro personaggio avrebbe reagito, cosa stesse sentendo. Gli interpreti sono stati organici al progetto e c’è stata una dimensione teatrale fortissima che li ha aiutati a entrare nella parte. Alla fine, si è creata una dimensione quasi familiare che ha facilitato il lavoro, buttando giù molte delle nostre sovrastrutture. E poi avevamo un intento comune: volevamo parlare dei concetti forti che si affrontano in Punk State, li volevamo urlare. E portare a casa il film.

Punk State
Da quale cinema nasce Punk State?
Da tante suggestioni, in primis da un classico come Stanley Kubrick, tematicamente e tecnicamente, per l’utilizzo della musica in una determinata maniera o anche degli zoom. Poi l’avanguardia francese di Gaspar Noè e la visionarietà di David Lynch. Oltre a Pier Paolo Pasolini, naturalmente.
Hai definito Punk State un atto politico. In che senso?
È un atto politico in un periodo in cui, per fare un film, devi dire quello che gli altri vogliono che tu dica. Noi, invece, abbiamo fatto il contrario. Punk State è un inno al cinema che può tornare a essere libero.
Il sonoro nel film, non solo la musica, è come fosse un altro personaggio, un asse portante dalla narrazione. Come lo hai pensato e strutturato?
È vero, per me era come un altro personaggio. Ho lavorato tantissimo a fianco del fonico di presa diretta e montatore del suono, Mario Iaquone. Abbiamo pensato all’aspetto sonoro prima ancora di scrivere la sceneggiatura. C’è una costruzione del suono molto particolareggiata, fatta anche con un microfono Stealth, che assorbe il suono a 360 gradi. Poi tutto è stato registrato in Dolby Atmos. Un lavoro lunghissimo anche quello.

Punk State
Come hai lavorato sull’aspetto visivo? C’è una fotografia e un utilizzo delle luci mirabile.
Con il direttore della fotografia, Jacopo Maria Caramella, volevamo un tocco molto pop. Il pop come fosse il rumore di fondo del nostro consumismo. Anche questo aspetto è stato studiato molto prima di andare sul set. Ogni cosa, però, ha funzionato in corso d’opera, perché, sino alla fine, non sapevamo se avremmo avuto i mezzi tecnici ed economici per fare il film.
Il nostro mondo è diventato l’horrorshow di Punk State, seguendo il modello dell’Arancia meccanica kubrickiana?
Abbiamo simbolicamente messo in scena lo spettacolo della nostra società. Lo stesso stupro della ragazza, mentre è costretta a leggere, è qualcosa di metaforico: è la violenza del nostro tempo, di una (in)cultura, di giovani che stanno perdendo il futuro. Rispetto al capolavoro kubrickiano che citi, però, ho tolto la componente visiva del sesso. Non ne posso più di vedere sesso in funzione spettacolare. L’ho lasciato drammaturgicamente fuori scena. Come nello stupro di cui parlavo prima: non vederlo direttamente, credo interiorizzi ulteriormente quella violenza. Lo so che il pubblico da un film così si sarebbe aspettato più sesso, se lo aspettano sempre. Spesso i registi ce lo vogliono mettere anche dove non va. Io ho preferito raccontare sia quello stupro che la scena di masturbazione con dei primi piani dei volti, perché è lì che tutto si esprime. Non ho fatto un film violento, ma la rappresentazione di una società violenta.

Loris Di Pasquale con tutto il cast di Punk State