Il cortometraggio Cats è stato presentato alla 6ª edizione del Cactus International Children and Youth Family Festival, un evento cinematografico di rilievo che si terrà nella cornice di Aosta tra il 22 giugno e il 5 luglio.
Questa manifestazione si distingue nel panorama internazionale per la sua forte vocazione sociale, definendosi come il festival del cinema sostenibile, inclusivo e accessibile.
La programmazione è pensata specificamente per dialogare sia con chi è bambino oggi, sia con quegli adulti che non hanno dimenticato l’importanza e la sensibilità dell’infanzia.
Cats: l’infanzia marginale
Il cortometraggio porta la firma del giovane e promettente regista Danilo Stanimirović, un autore che ha già fatto parlare di sé partecipando a numerosi festival internazionali dedicati ai corti, tra i quali il MICB 2024.
Al centro della narrazione troviamo Miša, un bambino di otto anni che vive una realtà quotidiana complessa e isolata.
La svolta nella sua vita avviene grazie al fortuito ritrovamento di un gattino bianco abbandonato; da questo piccolo e indifeso essere vivente, il protagonista riesce a trarre quel calore umano, quell’affetto e quella vicinanza che la sua stessa famiglia, distratta o disfunzionale, non è in grado di offrirgli.
Con toni dolci e poetici, la pellicola mette in scena la complessa storia di un’infanzia difficile, profondamente marginale rispetto a quella vissuta dai compagni di scuola.
In questa situazione di solitudine, una semplice bestiola diventa per il piccolo Miša l’ancora di salvezza e il simbolo di un amore incondizionato e di una vera amicizia.
La sinfonia urbana in bianco e nero
Dal punto di vista puramente formale e visivo, il film adotta una scelta estetica rigorosa, essendo interamente girato in un suggestivo bianco e nero.
L’opera si apre con una delicata dissolvenza accompagnata dalle note solenni della musica lirica tedesca.
Sullo schermo l’ambiente mostrato è esclusivamente quello cittadino, con le sue strade e lo svolgersi dei vari lavori quotidiani: la città si presenta semplicemente come tale, una struttura urbana grigia e meccanica. È invece la musica stessa a farsi carico della narrazione emotiva, evocando ed esprimendo sensazioni e immagini di ambienti fluidi, come laghi immensi e blu che sembrano non avere nulla a che fare con la rigidità del grigio visivo.
In questa prima fase, l’opera si sviluppa quindi come una vera e propria sinfonia urbana, dove le note descrivono i luoghi e gli stati d’animo, prima che la melodia si dissolva per lasciare spazio ai rumori puramente meccanici della città e ai titoli di testa.
Subito dopo, l’inquadratura si focalizza stabilmente sul bambino e, attraverso una successiva e suggestiva soggettiva, ci mostra il gattino bianco dal suo punto di vista.
Una luce candida nel grigiore
All’interno della rigorosa estetica in bianco e nero scelta dal regista, la figura del gattino assume una valenza simbolica straordinaria grazie alla sua pelliccia candida.
In un mondo dominato dalle tonalità cupe di una città d’asfalto e di una scuola spietatamente geometrica, il bianco assoluto dell’animale spezza la monotonia cromatica. Il gattino è una macchia di luce pura che si staglia con forza contro lo sfondo grigio e meccanico della realtà adulta.
Questo contrasto visivo fa sì che il piccolo felino diventi l’incarnazione di una profonda e incontaminata devozione emotiva, un porto sicuro in cui Miša può finalmente rifugiarsi. Laddove il contesto urbano ed educativo erige barriere di freddezza e alienazione, l’innocenza di questa creatura indifesa risana le ferite del protagonista, offrendogli quel legame autentico e privo di sovrastrutture che nessun essere umano è stato in grado di garantirgli.
L’alienazione scolastica e la messa in scena dell’identità
Il film affronta dinamiche relazionali e sociali complesse. Assistiamo alla presentazione dei bambini in lingua tedesca, un dettaglio straniante se si considera che nessuno dei giovani attori è effettivamente di nazionalità tedesca.
Questa specifica modalità di interazione, incentrata sul come presentarsi e su come strutturare la propria identità formale, assume i tratti di un’azione studiata, artificiale e profondamente recitata. Questo elemento richiama le teorie sociologiche di Erving Goffman legate alla “messa in scena” dell’identità nella vita quotidiana.
L’ambiente scolastico viene rappresentato come un luogo fortemente alienante e quasi distopico: i corridoi sono deserti, asettici e talmente puliti da presentare un pavimento riflettente.
Nel contrasto del bianco e nero, ogni elemento della scuola appare rigorosamente ordinato, geometrico e apparentemente perfetto, specchio di una logica razionale e rigida che governa l’intero impianto urbanistico dell’istituto.
Il simbolismo sonoro
Anche la gestione del comparto sonoro segue una precisa strategia narrativa e simbolica.
Dopo la sequenza musicale introduttiva, la colonna sonora scompare quasi del tutto per lasciare spazio esclusivamente ai rumori diegetici, ossia ai suoni reali generati dall’ambiente circostante.
Questa privazione musicale riflette la condizione psicologica del protagonista: un bambino silenzioso che non parla, ma che percepisce il mondo esterno in modo totale, con rumori che risultano amplificati e quasi oppressivi.
L’equilibrio si rompe solo quando Miša decide finalmente di prendere la parola per rivolgersi alla maestra, dimostrando la propria capacità di comunicare verbalmente nel momento del bisogno. In coincidenza con questo sblocco emotivo, si attiva una musica leggera scandita da percussioni, che accompagna la proiezione in aula di un documentario sui felini.
Sebbene tutto il contesto circostante resti rigido, asettico e privo di empatia, la purezza e la semplicità del legame tra il bambino e il suo gattino riescono a rompere lo schermo, scaldando il cuore dello spettatore.
La poetica di Danilo Stanimirović: una riflessione sulla crisi europea
Le motivazioni profonde alla base del cortometraggio emergono chiaramente dalle dichiarazioni dello stesso regista, Danilo Stanimirović, il quale ha spiegato la genesi dell’opera partendo da un’esperienza strettamente personale.
L’autore ha raccontato di aver vissuto per alcuni mesi a Zurigo presso la famiglia di suo zio, testimoniando direttamente il doloroso processo di sgretolamento di quel nucleo familiare. Da questa convivenza è nata la consapevolezza che i micromondi familiari costituiscono la matrice dei problemi più estremi che affliggono la società europea contemporanea.
Così, anziché fermarsi alla sola denuncia dello spopolamento o delle problematiche serbe, il corto trasforma una vicenda particolare in uno specchio universale.
“Cats si inserisce nel filone di giovani autori che raccontano storie di abbandono, conflitti irrisolti, alienazione, intolleranza e violenza”