La memoria di un genere cinematografico si deve radicare oltre la virtù dei classici da antologia, in particolar modo nelle opere dei suoi esponenti relegati all’ombra del tempo, sbiaditi dagli ingranaggi crudeli e fatali di tendenze ricettive e di sedimentati giudizi, ma redivivi grazie alle aggiornate storie del cinema e alle rivitalizzazioni critiche.
La XL edizione del Cinema Ritrovato di Bologna 2026 dedica una delle sue retrospettive a Mitchell Leisen (1898-1972), voce inconfondibile della sophisticated comedy tra gli anni Trenta e Quaranta, meno vistosa di quelle di Cukor, Lubitsch, McCarey, ma celebrata all’epoca dalla Paramount per la sensibilità alle ben rodate regole di genere, coniugata a guizzi di originale eleganza, a inflessioni più introspettive. Il regista di pellicole passate agli annali come Un colpo di fortuna (1937), La signora di mezzanotte (1939) e La porta d’oro (1941) fu più di un esperto metteur en scène (come alcuni gli rimproverarono, dopo i suoi esordi come costumista): come ricorda il Festival bolognese nelle parole del curatore della selezione, Ehsan Khoshbakht:
Non c’era bisogno di una teoria dell’autore per riconoscerne le qualità inconfondibili: la naturalezza del flusso narrativo, una messa in scena impeccabile e dialoghi brillanti e ricchi di doppi sensi – talvolta scritti da Preston Sturges, Billy Wilder o Charles Brackett – insieme a protagoniste tanto affascinanti quanto intransigenti. Nei suoi film, Carole Lombard, Claudette Colbert, Barbara Stanwyck e Jean Arthur univano spirito e grazia a un impeccabile tempismo comico.
Il percorso che propone il Cinema Ritrovato al suo pubblico fino al 28 giugno 2026 include preziose copie d’archivio e versioni restaurate. E le trame e i personaggi scolpiti dallo sguardo acuto e impalpabile di Leisen sono sorprendenti ritratti di relazioni sentimentali, resistenze femminili e soffuse amenità.
Tra indipendenza e industria
Laureato in architettura, Leisen, originario del Michigan, nacque professionalmente come scenografo, costumista e art director, con tanto di nomination all’Oscar per Dinamite (1929) di Cecil B. DeMille; il passaggio alla regia presso la Paramount fu breve e gradualmente fruttuoso, sotto l’egida prestigiosa di Ernst Lubitsch, che promosse il suo esordio con Il canto della culla (1933). Con i più sontuosi film successivi, che riscossero successo, si affinò la buona stella di Leisen, tanto che nei titoli di testa poteva fregiarsi della nomenclatura “A Mitchell Leisen Production”, un’ambita concessione nello studio system, e non si esimeva sul set dal perfezionare le rigorose sceneggiature altrui (con tanto di irreversibili incomprensioni con un collaboratore promettente: Billy Wilder).
La sua bisessualità fu però malvista dalle malelingue di Hollywood e anche la critica oltreoceano non fu sempre indulgente nei confronti della sua poetica vellutata e scandita (che mai si piegò agli standard del mestierante); la parabola estrosa di Leisen si affievolì negli anni Cinquanta, ma fu riesumata, non con qualche increspatura, negli anni Ottanta dalla Cinémathèque Française. In Italia il suo più illustre alfiere fu il compianto Vieri Razzini, che promosse la distribuzione dei DVD dei suoi classici nella collana Il Piacere del Cinema per Teodora Film.

“La signora di mezzanotte”
L’incanto della lucida leggerezza
Nell’universo setoso ma non accomodante di Leisen, nelle meccaniche leggi del caso che si eleva a destino, si innesta sempre una nota di effervescenza poetica che ingrana tutto con grazia sognante e riscatto emotivo, non indenne però da acredini: può essere una pelliccia di zibellino che cade da un grattacielo su Jean Arthur, come in Un colpo di fortuna, oppure una corsa al termine della notte parigina con un aitante tassista ungherese per Claudette Colbert, showgirl spiantata che giunge da Monte Carlo con un solo abito da sera, in La signora di mezzanotte. Equivoci e camuffate identità alla ricerca della felicità, come da tradizione squisitamente statunitense, per rievocare un fortunato saggio di Stanley Cavell.
I rovesci al crepuscolo
Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Non sempre o comunque non sempre senza screziature morali e ripiegamenti malinconici. Nella rassegna bolognese si scoprirà una sterzata verso il melodramma con venature noir con Non voglio perderti (1950), incrociando l’icona di questo festival, Barbara Stanwyck, a cui è dedicata una ricca rassegna parallela; si assaporerà un inedito Leisen con il racconto gotico e spirituale La morte in vacanza (1934), la svolta psicanalitica alla moda con Le schiave della città (1944), le suggestioni più cupe in La porta d’oro, storia d’amore per interesse, per un visto d’ingresso negli Stati Uniti., con Olivia de Havilland.
A coronamento del sogno hollywoodiano che ha incarnato il cinema del regista, si potrà assistere a limature più classicheggianti con la commedia, qui davvero screwball, Non c’è tempo per l’amore (1943), dotata di profondità al femminile e recondite implicazioni progressiste. Punta di diamante della selezione, se non tra le più imperdibili di questa quarantesima edizione, Swing High, Swing Low (1937), finalmente proiettabile in una copia recuperata, dopo tante traversie con i negativi che ne danneggiarono una nitida e dignitosa visione; non solo: si spalanca la conoscenza di un Leisen plumbeo e struggente, che orchestra con austerità e delicatezza la tragedia del vivere nei compromessi con l’ambizione artistica, che logora la coppia di musicisti interpretati da Carole Lombard e Fred MacMurray. Un titolo che rievoca l’alternanza tonale della tradizione della sophisticated comedy, “gaia e tragica” (come la definì Guido Fink), in cui Leisen può finalmente riconquistare il suo capitolo d’onore.