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‘Giulia’: Il tema del genere attraverso la lente giusta?

O forse è quello strano problema del cinema-laboratorio di quando la formazione audiovisiva imita già i difetti dell'industria?

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Giulia

Ogni volta che un’università, un’accademia o una scuola di cinema presenta un nuovo progetto audiovisivo in concorso, la tentazione è sempre la stessa: giudicare il risultato finale come si giudicherebbe una qualsiasi opera destinata al mercato. È una reazione comprensibile, ma spesso fuorviante.

Il pilot di Giulia, serie presentata dalla Luiss, con la collaborazione di Sky Arte, nell’ambito di un percorso formativo dedicato alla produzione audiovisiva, non dovrebbe essere osservato soltanto come prodotto finito. Dovrebbe essere considerato soprattutto come sintomo. Un piccolo frammento attraverso cui osservare una questione ben più grande: che tipo di cinema stiamo insegnando alle nuove generazioni di autori?

Perché il problema, molto probabilmente, non è Giulia e nemmeno il talento; il problema è ciò che Giulia racconta indirettamente, oltre che direttamente, sullo stato della formazione audiovisiva contemporanea.

Quando il tema diventa più importante della storia

Sul piano produttivo il progetto dimostra competenze reali soprattutto nel ruolo di Andrea Vulcano, il regista. Dietro la macchina da presa si percepisce un lavoro serio, una struttura organizzata e una volontà concreta di confrontarsi con le dinamiche professionali dell’industria.

Le fragilità emergono invece dove oggi emergono più spesso nel cinema e nelle serie di matrice italiana: nella scrittura.

Non si tratta di errori clamorosi o ingenuità tecniche. Il problema è più sottile. I personaggi sembrano tutto tranne che individui autonomi dalla funzione del testo; così come alcuni conflitti appaiono schematici e determinate svolte narrative finiscono per semplificare questioni che richiederebbero maggiore stratificazione. È una debolezza che non appartiene esclusivamente a Giulia. Anzi, è una caratteristica sempre più frequente in una parte consistente della produzione contemporanea.

Da anni il cinema, la serialità e persino la narrativa sembrano attraversati dalla stessa tendenza: partire dal messaggio, alle volte già compromesso dalla mancanza di competenze specifiche sufficienti, invece che dalla storia.

Insomma prima si decide cosa dire, poi si costruisce un racconto incaricato di dimostrarlo. E quando accade questo, i personaggi smettono di vivere e cominciano a svolgere una funzione.

La scuola come specchio dell’industria

È qui che il caso diventa interessante.

Tradizionalmente le scuole di cinema erano luoghi di sperimentazione. Erano spazi nei quali si sbagliava molto, ma si cercava anche qualcosa di personale. Un linguaggio, una voce, una prospettiva; oggi, sempre più spesso, i progetti formativi sembrano nascere già modellati sulle convenzioni dell’industria contemporanea e il risultato è paradossale.

Gli studenti non vengono incoraggiati a sfidare i limiti del sistema. Vengono preparati a riprodurli, direttamente o indirettamente e ne consegue che le stesse rigidità narrative vengono quindi tramandate come l’argenteria della nonna.

Gli stessi automatismi drammaturgici. Le stesse semplificazioni. Le stesse formule. Semplicemente viene persa l’idea che ne avevamo prima.

Si crea così una sorta di cortocircuito culturale: la formazione smette di essere un laboratorio e diventa una simulazione preventiva accidentale del mercato.

Giulia

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L’esordiente italiano e la paura del rischio

Giulia purtroppo inciampa proprio lì.

La scrittura appare fragile, didascalica, incapace di costruire personaggi realmente tridimensionali. I dialoghi spesso sembrano nati più per spiegare il tema che per far vivere le persone dentro la scena. E soprattutto emerge una sensazione sempre più diffusa in certo audiovisivo contemporaneo: l’idea che basti affrontare un argomento sensibile per ottenere automaticamente profondità narrativa.

Non funziona così. Non ha mai funzionato così.

Nel caso specifico, il racconto della disforia di genere qui finisce per apparire come una fuga simbolica da un disagio esistenziale più ampio, quasi una scorciatoia narrativa attraverso cui convogliare alienazione, fragilità e difficoltà relazionali, senza che il testo riesca davvero ad affrontarle. E il problema non è il tema scelto, ovviamente. Il problema è la sua semplificazione drammaturgica.

Ma ancora più interessante è il contesto produttivo attorno a opere come questa.

Perché Giulia non nasce nel vuoto. Nasce dentro un ecosistema culturale che abbiamo osservato poc’anzi. Pitch, pacchetti estetici, temi riconoscibili, identità immediatamente comunicabili, serialità percepita come linguaggio dominante. Il risultato è che anche molti progetti universitari finiscono per assorbire già in fase embrionale i tic peggiori dell’industria streaming.

Una specie di involontaria Netflixizzazione preventiva della creatività.

Personaggi schematici, temi forti trattati come badge narrativi, dialoghi che spiegano invece di suggerire, tempi morti spacciati per introspezione e soprattutto quella sensazione da “prodotto che sa già come deve essere percepito” ancora prima di capire cosa voglia davvero dire.

Perché iniziative come questa restano importanti

Ed è proprio per questo che sarebbe un errore liquidare progetti come Giulia.

Anzi, la loro esistenza è fondamentale.

Università, scuole e laboratori continuano a rappresentare uno dei pochi spazi in cui nuovi professionisti possono confrontarsi con la produzione reale, imparare il linguaggio audiovisivo e costruire esperienze concrete.

La domanda da porsi non è se queste iniziative siano utili.

Lo sono.

La domanda è un’altra.

Se il compito della formazione è preparare gli autori di domani, non dovrebbe forse insegnare loro qualcosa che l’industria attuale sembra aver dimenticato?

Ovvero che il cinema non nasce dai temi.

Nasce tanto dai personaggi, quanto dai messaggi e dai conflitti. E soprattutto non nasce dalla volontà di avere ragione.

Nasce dalla capacità di porre domande abbastanza complesse da non avere una risposta immediata.

Forse il vero laboratorio di cui il cinema italiano avrebbe bisogno oggi non è tecnico, produttivo o organizzativo.

Forse è semplicemente narrativo.