‘Disclosure Day’ , l’immagine visibile e invisibile
Steven Spielberg torna al suo vecchio pallino, la razza aliena, che nel suo ultimo film è più di una metafora. Appare invece un dispositivo estetico sociologico in grado far emergere lo Spielberg più ispirato al passato, e quello più elettrizzantemente confuso
Finalmente arriva in sala l’ultimo attesissimo film del grande regista Steven Spielberg, Disclosure Day, al cinema dal 10 giugno. L’action sci-fi vede Spielberg alla regia mentre la sceneggiatura è curata da David Koepp (Jurassic Park, Indiana Jones, Spider-Man) su un soggetto dello stesso Spielberg. Disclosure Day è prodotto dalla Universal Pictures e l’Amblin Entertainment (casa di produzione del regista), e distribuito sempre dalla Universal. Cast stellare per il grande ritorno di Spielberg: Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Colman Domingo e Eve Hewson.
IL TRAILER – Disclosure Day
Disclosure Day – l’America in diretta
Mentre il mondo è sull’orlo della terza guerra mondiale, l’hacker Daniel Kellner (Josh O’Connor) ruba alla Wardex Corporation, un’agenzia segreta governativa, un dispositivo di origine extraterrestre e dei file che provano i contatti tra umani e alieni. Braccato dal cinico CEO Noah Scanlon (Colin Firth), la sua strada si incrocia con quella di Margaret Fairchild (Emily Blunt), una meteorologa televisiva in cui l’incontro con un misterioso uccellino risveglia latenti poteri psichici.
Uniti dal destino e braccati dalle autorità, i due scoprono grazie a una rete di ribelli capeggiati dal carismatico Hugo Wakefield (Colman Domingo) un passato comune: da bambini furono rapiti dagli alieni, che dotarono Margaret della capacità di parlare lingue extraterrestri e Daniel di quella di tradurle. In un climax mozzafiato, i protagonisti faranno irruzione negli studi televisivi per svelare al mondo intero gli insabbiamenti globali, e preparandosi a diffondere il primo storico messaggio di un vero extraterrestre.
Il peso della verità rivelata – Disclosure Day
Se in E.T. l’Extra-Terrestre l’entità aliena era visibilmente nascosta e legata alla fanciullezza ancora pervasa dall’innocenza, e in Incontri ravvicinati nel terzo tipo l’arrivo degli alieni aveva un’attesa mistica e divinatoria, in Disclosure DaySteven Spielberg tratta il uso vecchio “pallino” come qualcosa di invisibile, che non si vede per quasi tutto il film, ma è continuamente oggetto di contesa, ribellione, e segretezza.
Il cuore del film è in teoria qualcosa di già visto se pensiamo al vasto archivio filmografico della storia del cinema americano; già Robert Zemckis in Contact aveva esplorato come il desiderio umano di comprendere l’universo si portava dentro di sé domande filosofiche, desideri e resistenze governative. Si potrebbe citate anche il primo lungometraggio tratto della serie X-Files, Fight the Future, dove colonizzazione extraterrestre e cospirazione governativa andavano di pari passo.
Non è però il caso di Spielberg, il quale sceglie di usare l’alieno come rappresentazione abbastanza realista dello stato della società americana. Il grande regista di immensi cult, si dimostra sottile nel mostrarci due paure. La paura dei governanti della rivelazione pubblica, e nel contempo la paura dei due protagonisti di non mettere in mostra quell’immagine che per tutto il film Spielberg tenta di far sobbalzare da uno scenario all’altro. L’immagine della verità.
Tra complotto, media e coscienza collettiva: il nuovo sci-fi di Steven Spielberg
Margaret è una nota meteorologa televisiva, mentre Daniel è il classico personaggio alla WikiLeaks, la scheggia impazzita e iper morale in cerca non della verità ma della necessità di come questa diventi essenzialmente pubblica. Disclosure Day si muove quindi dentro ad un dispositivo essenzialmente mediale come punto di arrivo, l’uso della televisione come mezzo di divulgazione autonomo e indipendente, mentre il film viene condotto dalle visioni nostalgiche ed estetiche dello stesso Steven Spielberg.
Chi sono Margaret e Daniel? Certamente gli eroi del film, personaggi attraverso cui passa il vorticoso thriller spielberghiano, ma ne rappresentano anche la sua visione fanciullesca. C’è esattamente un passaggio paradigmatico verso la fine del secondo atto; il collegamento tra gli alieni e i due protagonisti viene rivelato attraverso passaggi onirici, mentali, avatar dell’inconscio, attraverso cui capiamo l’intento di Spielberg: riportarci all’Elliott degli anni ’80 che scopre l’indifeso extraterrestre e che è da quel momento sua missione difendere.
Cervi, scoiattoli, animaletti selvatici, così in Disclosure Day viene visto l’alieno, come un incontro con l’infanzia, rimasta lì viva, un passaggio fondamentale della stessa adolescenza di Spielberg e che adesso, in questo passaggio del film, rivive in tutto il fondamentale legame tra alieni baluardi della fanciullezza e ex bambini rimasti con un vuoto incolmabile.
L’immagine che tutti cercano e che nessuno vuole vedere
Nella sua ricerca della verità emerge un ennesimo fattore dell’approccio che Spielberg fa della costruzione dell’immagine di verità; quando finalmente il pubblico mondiale scopre i soprusi inferti agli extraterrestri nel corso dei decenni dai governi, un’ennesima metafora del regista salta fuori. Quelli alieni, ora esposti al pubblico in tutta la loro crudeltà subita, non sono altro che la prova dell’essere umano rispetto alla tragedia che non sospetta e che adesso conosce.
L’Olocausto, genocidio a Gaza, lo scandalo Watergate. È così che Spielberg “usa” i suoi extraterrestri come medium tra la storia e la verità, cercando mediante il suo sci-fi di smuovere le coscienze nell’odierna dittatura della manipolazione delle immagini contemporanee. Quanto pesa la verità sembra dirci Spielberg, e quanta fatica il pubblico dovrà e deve fare per accettare verità scomode. È anche questo Disclosure Day, una profonda radiografia su ciò che è consentito sapere a tutti i costi.
La regia di Spielberg tornata ai fasti dei suoi grandi blockbusters
Era da almeno West Side Story che Spielberg non aveva un budget così importante, e da Ready Player One un comparto produttivo che potesse avvicinarsi alla categoria del blockbuster, quest’ultimo decostruito e reinventato alla fine della New Hollywood dallo stesso Spielberg. Se ci basiamo sul piano estetico-registico, la prova mostrata dal cineasta in Disclosure Day non solo è pienamente superata ma perfino eccellente.
Spielberg sembra essere tornato alle incalzanti opere della sua prima parte di carriera dettate dalla suspense e dal ritmo frenetico. Il cinema spielbergiano è da sempre una costruzione visiva fondata sulla gestione dell’informazione e come questa viene recepita dallo sguardo dello spettatore. In Disclosure Day questo principio è ampiamente rispettato; la regia di Spielberg, attraverso un montaggio portato all’estremo con sequenze dettate da una serializzazione di plot twist, mostra solo ciò che non vuole mostrare, l’alieno, mostrandoci invece tutta la diatriba tra l’agenzia segreta governativa e gli anarchici informatici che non fa altro che cibare il voluminoso cinema di genere di Steven Spielberg.
Assenza e controllo dello sguardo
In questo senso il secondo film del regista, Duel, ci aiuta a capire del suo ritorno alle origini; il conducente non ci viene quasi mai mostrato mentre è il veicolo con le sue azioni, le sue irruenze, i suoi ribaltamenti, il vero personaggio, l’oggetto e soggetto motore del film. Esattamente come avviene in Disclosure Day quando il recupero del dispositivo rubato da Daniel si tramuta in uno spettacolare inseguimento da action movie. Ed è proprio per questa straordinaria capacità del cinema di Spielberg ad informare che il montaggio del film assume anch’esso una funzione preminente.
Difatti nel corso di tutta quanta l’opera, la tensione non nasce da situazioni a cui i protagonisti vanno incontro ma da una distanza cognitiva tra ciò che i personaggi sanno e ignorano; Daniel e Margaret ignorano di essere stati rapiti dagli alieni e di avere un legame con loro, e ogni punto di svolta del film avviene sempre da una sorpresa di ciò che si inizia a conoscere.
Le rivelazioni dei personaggi non sono semplici informazioni narrative ma eventi che trasformano radicalmente i personaggi. Spielberg sa andare a momenti, dosare la parte di una spy story paranoica e gestire emotivamente il focus della storia (il salvataggio dell’immagine pubblica degli alieni mediante la rivelazione).
Nel solco di Duel, Spielberg ritrova il suo cinema delle origini
In tutto questo Disclosure Day segna la 30esima collaborazione tra Spielberg e l’iconico compositore John Williams. Una presenza che si fa sentire in una gestione della colonna sonora che sa essere epica come i grandi film di Star Wars ma anche capace di passaggi più intimi e malinconici che avvicinano la musica a cult come E.T. l’Extra-Terrestre. Williams, come suo solito, si dimostra capacissimo nel mescolare una scrittura orchestrale tradizionale con effetti di sintetizzatori e elettronici, fornendo i ritmi e gli impulsi che guidano la suspense e l’azione, i tratti interiori e il climax rivelatorio. Un’opera impreziosita quindi anche dalla maestria dello storico compositore premio Oscar.
Un film imperfetto e troppo frammentato
Spielberg riesce indubbiamente a garantire una tenuta da film di ampio respiro, non essendo però indenne da critiche essenzialmente sul piano della costruzione della storia. Lo sceneggiatore, collaboratore di vecchia data del regista, David Koepp, costruisce il film in base alla pretesa che siano gli eventi, innumerevoli, a guidare la storia e non viceversa.
Accade quindi all’interno del film che il plot della storia, la fuga di Daniel e Margaret e la lotta tra governo e ribelli anarchici, si incaselli in una miriade di plot twist costruiti troppo frammentariamente non per avere un senso nel corso della narrazione, ma per averlo invece nel solco del cinema-spettacolo.
I limiti di uno script guidato “solo” dai colpi di scena
In DisclosureDay si ha l’impressione che ci sia una precisa scelta nei dialoghi superficiali e in molte situazioni drammatiche involontariamente no sense, nel far apparire il film un prodotto volutamente proteso per il risultato commerciale. Le troppe “pistole di Čechov” insistentemente inserite a fine scena, instaurano un automatismo semplicistico con ciò che succederà. Dinamica questa in contrasto con la gestione dell’informazione del non mostrare tipica del cinema di Steven Spielberg. Un’architettura narrativa a tratti grossolana e in alcune casi dentro il cringe movie, che espone Spielberg in molte scene d’azione ad una similitudine col cinema di Michael Bay dove vige un’unica regola: la storia è alla fine una grande esplosione.
Un grande cinema o un cinema che intrattiene
Disclosure Dayappare come un’opera profondamente spielberghiana e proprio per questo divisa: da un lato il ritorno a un cinema spettacolare, costruito su suspense, e gestione magistrale del nemico visibile e dell’entità aliena non mostrata; dall’altro una struttura narrativa sovraccarica, che a tratti sacrifica la coerenza in favore dell’accumulo di eventi e colpi di scena.
È un film che riflette ossessivamente sul valore della verità e sulla sua esposizione pubblica, ma che finisce per incarnare anche le contraddizioni del suo stesso autore: un’opera, quindi, indecisa fino all’ultimo tra introspezione e spettacolo. Spielberg firma così un Disclosure Day ambizioso e imperfetto, attento all’immagine da rivelare ma molto poco alla costruzione reale dell’intero film.