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Intervista a Michel Gondry: cos’è oggi la creatività?

Ospite della Scuola Holden di Torino e premiato con la Stella della Mole, Michel Gondry riflette sul futuro del cinema tra intelligenza artificiale, serialità industriale, videoclip e creatività imperfetta: “Oggi il vero rischio è il rapporto tra potere e lavoro umano”

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Gondry

Abbiamo avuto modo di confrontarci con uno dei più grandi artisti del ventunesimo secolo: Michel Gondry. Il regista arriva alla Scuola Holden come fanno certi illusionisti stanchi: senza posa da maître à penser, senza la liturgia del “visionario” che il giornalismo culturale ama appiccicare addosso ai registi appena girano due videoclip con Björk e piegano un corridoio come fosse origami. A Torino per ricevere il premio Stella della Mole, nel contesto di una proiezione di anteprima del suo ultimo film, Maya, donne-moi un titre, alla 29ª  edizione CineAmbiente, nel frattempo tiene una masterclass, parla di memoria, improvvisazione, intelligenza artificiale, serie TV e potere. E, soprattutto, parla come uno che del cinema conserva ancora una visione artigianale, quasi fisica, mentre attorno il settore si trasforma sempre più in una filiera di contenuti fatti di 0 e 1.

Gondry e l’intelligenza artificiale: “Il problema è il lavoro umano”

Naturalmente, nel 2026, è impossibile evitare una domanda sull’intelligenza artificiale. Ormai l’IA nei festival viene evocata con la stessa frequenza con cui negli anni Novanta si pronunciava la parola “multimediale”: tutti ne parlano, tutti la vogliono. Gondry ci dà il suo punto di vista ed evita sia il catastrofismo da cinefilo apocalittico, sia l’entusiasmo da startupper con l’abbonamento premium a Midjourney.

Da una parte riconosce il potenziale democratico dello strumento, con pensiero che ci ricorda che oggi chi ha poco può fare comunque tanto:

“Se vuoi fare una grande esplosione nel tuo film, cambiare il cielo, spostare un albero, oggi senza soldi non puoi farlo. In questo senso l’intelligenza artificiale può democratizzare il fare cinema.”

 Poi però Gondry devia bruscamente. E lì emerge il punto interessante. Perché il regista di Eternal Sunshine of the Spotless Mind non sembra realmente spaventato dall’algoritmo in sé. Lo preoccupa piuttosto il rapporto tra capitale e lavoro:

“Mi inquieta di più il modo in cui i lavoratori saranno trattati dai patroni.”

Tradotto: il problema non è la macchina. È chi la possiede. Una distinzione che nel dibattito contemporaneo sul cinema viene spesso rimossa con la delicatezza di una ruspa. Ci si concentra sulla “creatività minacciata”, mentre sotto il tavolo resta il solito convitato di pietra: precarizzazione, compressione produttiva, sostituzione del lavoro umano, ottimizzazione permanente. Il progresso tecnologico raccontato come favola emancipatrice, salvo poi scoprire che l’unica cosa realmente automatizzata è il licenziamento. Una prospettiva orrorifica che gli scuce una piccola news:

“Preparo un film chiamato La Petite Peureche girerò in 15 giorni.È una sorta di film d’horror, un po’ naif.

Michel Gondry

Dai videoclip ai lungometraggi: il cinema secondo Gondry

E infatti non c’è da stupirsi che, a nostra domanda diretta, Gondry rifiuti anche la retorica della “frenesia produttiva” applicata indistintamente al cinema:

“Lei crede che oggi l’iperconsumo di contenuti stia a una frenesia produttiva cinematografica e, avendo lei lavorato come regista di videoclip, pensa che potrebbe essere proprio questo medium a segnare il punto di congiunzione per questa nuova forma di contenuto?”

“Non percepisco questa frenesia nel cinema di fascia media. Esiste soprattutto nei blockbuster, nei film di supereroi. Oggi, semmai, fare cinema è diventato sempre più difficile.”

Secondo Michel Gondry il vero problema è un altro. Da una parte sopravvivono le produzioni gigantesche, dall’altra i micro-budget indipendenti. In mezzo, invece, il cinema medio si sta lentamente sgretolando.

“Le serie televisive vampirizzano tutto.”

dice Gondry, sottolineando come oggi siano soprattutto i prodotti seriali ad assorbire attenzione, investimenti e pubblico, mentre realizzare un film richiede sempre più fatica, tempo e ostinazione.

Sul rapporto tra videoclip e cinema, invece, Gondry rifiuta qualsiasi gerarchia culturale. Per lui non sono mai stati un trampolino verso il “vero cinema”, ma forme espressive autonome:

“Ogni videoclip era come un cortometraggio. Ne ho fatti più di cento e non li vivevo come una marcia di avvicinamento al lungometraggio.”

Anzi, proprio i videoclip gli hanno permesso di sperimentare liberamente e incontrare artisti come Björk o i White Stripes:

“Mi hanno insegnato molto. Mi hanno permesso di entrare in contatto con persone che vivono costantemente dentro la celebrità e di capire la complessità che questo comporta.”

Gondry non sembra nemmeno particolarmente interessato alla distinzione gerarchica tra videoclip e cinema, quella che per anni la critica ha trattato come se dirigere i White Stripes fosse una colpa giovanile da espiare prima di accedere al “vero cinema”. Lui rivendica tutto:

“Ho fatto più di cento videoclip e non li vivevo come una marcia verso il lungometraggio.”

Anzi. I videoclip, racconta, gli hanno permesso di sperimentare, incontrare artisti come Björk o i White Stripes, capire la celebrità dall’interno, assorbire la complessità umana di chi vive sotto esposizione permanente. Una palestra creativa, non un sottogenere da cui emanciparsi.

Ed è qui che Gondry tocca forse il nervo più irritante per certa critica culturale. Quando parla del suo rapporto con l’arte contemporanea:

“Quando un regista passa al mondo dell’arte moderna, la stampa lo massacra.”

Videoclip, pubblicità, cinema, arte contemporanea. Salire è consentito. Scendere pure. Attraversare lateralmente, invece, no. Se un artista contemporaneo gira un film, viene accolto come un raffinato sconfinamento interdisciplinare. Se un regista entra in galleria, improvvisamente diventa un corpo estraneo da abbattere a colpi di recensioni scandalizzate. Il solito progressismo culturale che ama le contaminazioni, purché avvengano nel verso corretto.

Gondry

Eternal Sunshine e la memoria come imperfezione emotiva

Naturalmente Gondry resta Gondry anche quando parla della memoria. Interrogato su Eternal Sunshine of the Spotless Mind, spiega di aver costruito le scene dei ricordi cercando di evitare l’effetto teatrale artificioso. Suoni che svaniscono, pioggia che entra nelle stanze, battute invertite tra gli attori, vuoti percettivi. Non nostalgia estetizzata, ma memoria come spazio instabile, imperfetto, continuamente ricostruito. Una specie di sabotaggio emotivo controllato.

E forse non è un caso che tutta la sua lezione torinese ruoti attorno all’imperfezione. Gondry racconta di limitare i workshop a tre ore per mantenere alta l’energia creativa:

“L’imperfezione motiva le persone ad avanzare e a non farsi troppe domande.”

Frase che suona quasi eretica in un’industria ossessionata dall’ottimizzazione infinita, dalle note produttive, dai test screening, dalle revisioni algoritmiche e dalla sterilizzazione preventiva di qualsiasi rischio. Oggi il cinema passa mesi a lucidare superfici già morte. Invece  Gondry continua a difendere l’errore, l’urgenza, il difetto vivo.

Alla fine, la risposta più inquietante arriva quasi distrattamente, mentre parla del potere:

“Le qualità necessarie per arrivare al potere non sono le stesse necessarie per esercitarlo.”

Eccola la frase che resta nella stanza quando tutti se ne vanno. Non solo sul cinema. Non solo sulla politica. Su tutto.

Del resto, siamo in un’epoca in cui per emergere bisogna sgomitare, vendersi, produrre incessantemente, occupare spazio, trasformarsi in brand permanente. E magari poi ci stupiamo se a dirigere il traffico culturale globale finiscono persone perfettamente addestrate alla conquista e totalmente inadatte alla responsabilità.

Paese meraviglioso. Industria ancora di più.