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Interviews

Intervista a György Pálfi regista di ‘Hen’

Il film é in sala dal 28 Maggio

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Il cinema di György Pálfi continua ad  occupare una posizione radicalmente autonoma. Il regista ungherese, da sempre interessato a destrutturare i codici della rappresentazione tradizionale, costruisce opere in cui il linguaggio filmico diventa un organismo vivo, capace di mettere in discussione il rapporto tra uomo, ambiente e sistema sociale.

Il dialogo si è sviluppato attorno alla sua opera più recente, Hen, un film che sceglie provocatoriamente un pollo come centro narrativo, trasformando l’animale non in un semplice simbolo, ma in una vera e propria presenza drammaturgica. Per Pálfi, infatti, il cinema non può più limitarsi a osservare l’essere umano come unico fulcro del racconto: uomini, animali, alberi e paesaggi condividono lo stesso ecosistema visivo e narrativo, senza gerarchie precostituite.

Intervista al regista György Pálfi, tra sperimentazione narrativa, animali come protagonisti e rapporto tra uomo ed ecosistema.

Intervista al regista György Pálfi, tra sperimentazione narrativa, animali come protagonisti e rapporto tra uomo ed ecosistema.

György Pálfi e il cinema come organismo vivente

I suoi film sono sempre stati anticonformisti e incisivi, ricchi di innumerevoli livelli di significato e caratterizzati da una straordinaria bellezza audiovisiva. Con Hen ho avuto l’impressione che questa volta abbia adottato un approccio più tradizionale, senza però rinunciare al suo stile. Direbbe che questo è il film più accessibile della sua carriera?

Final Cut era un progetto molto più grande: quello sì che era un film artistico, senza compromessi. Negli ultimi due film ho giocato molto con il modo di raccontare una storia, cercando nuove forme narrative, ma sempre mantenendo una struttura abbastanza lineare, da A a B, senza distruggere completamente l’impianto narrativo.

Con Hen, però, il rapporto con il pubblico è diverso, molto più forte. Ed è proprio per questo che sento il bisogno di trovare un equilibrio tra la storia, il pubblico e il soggetto che scelgo di raccontare — in questo caso, una storia di pollo, che diventa il nostro punto di vista.

Allo stesso tempo, cerco di non scendere a compromessi sul mio approccio estetico.

Non è la prima volta che un regista intraprende un progetto in cui gli animali sono i protagonisti. Ad esempio, in The First Cow di Kelly Reichardt o in EO di Jerzy Skolimowski: quando hai deciso di realizzare Hen, ti sei ispirato al lavoro di altri o hai cercato di apportare una prospettiva più personale a questo genere?

Fare un film richiede tantissimo tempo. Hen, per esempio, è stato scritto sette anni fa, quando il film che hai citato ancora non esisteva. Però è molto stimolante vedere come altri registi arrivino, in modi diversi, a intuizioni simili: scegliere un animale o persino un albero come protagonista di una storia.

Quando ho girato Hen, poi, è uscito EO, ma io avevo già completato le riprese. Ricordo che sul set arrivò la notizia sul telefono: “Ah, stanno facendo un film con un asino”, proprio mentre noi stavamo lavorando con questo pollo. Ma il modo in cui Skolimowski racconta quella storia è totalmente diverso dal mio. Lui usa l’asino soprattutto come simbolo, mentre io tratto il pollo semplicemente come un pollo: lei ha una propria storia, una propria individualità.

Era la prima volta che lavoravo così a lungo con degli animali, ma il rapporto tra esseri umani, animali e sistema naturale è qualcosa che mi interessa da sempre. Anche nel mio primo film, Hukkle, tutto si svolgeva ai margini di un villaggio dove uomini, animali, alberi e persino rocce esistevano sullo stesso piano. Nessuno era più importante degli altri, perché fanno tutti parte della stessa sottocultura, dello stesso ecosistema.

È questo che cerco di raccontare: un sistema in cui ogni elemento convive, si influenza e si sostiene a vicenda. Tutto appartiene allo stesso insieme. Credo di aver continuato questa visione narrativa per tutta la mia carriera artistica.

So bene che al cinema vanno gli esseri umani e che sono le persone a guardare i film, ma viviamo dentro un ecosistema molto più grande. E a volte, scegliendo un punto di vista diverso, quello di un animale per esempio, si riesce a raccontare gli esseri umani in modo più semplice, o forse persino più profondo.

Intervista al regista György Pálfi, tra sperimentazione narrativa, animali come protagonisti e rapporto tra uomo ed ecosistema.

Intervista al regista György Pálfi

Hen arriva in un momento particolare della tua carriera, dopo il successo di Taxidermia. Cosa ha spinto il György Palfì di oggi, e non prima, a raccontare una storia come quella di Hen?

Non lo so. Forse oggi non riuscirei più a raccontare una storia come Taxidermia. Vent’anni fa era molto più semplice affrontare certi temi: il mondo era più aperto, c’erano meno restrizioni e meno rigidità culturali nei confronti dei registi.

Ora tutto è molto più regolamentato. Io provo a fare un film che parli dell’uomo, del pollo, dell’immigrazione, del sistema in cui viviamo, ma mi trovo spesso davanti a domande legate soprattutto all’attivismo animale: “Perché lavori con un pollo?”, “In che condizioni viveva?”. E io devo rispondere che stavamo bene insieme, che era tutto sotto controllo.

Ma il punto è che noi vogliamo raccontare una storia sul mondo intero, non soltanto su un pollo. In questo film il pollo è un’attrice, ha un ruolo dentro il racconto, ma è difficile far passare questo tipo di discorso oggi.

Non so se adesso io sia in grado di dire qualcosa di migliore rispetto a vent’anni fa. A volte penso che i migliori film li abbia fatti quando avevo tredici anni, quando tutto era ancora completamente connesso e il mondo sembrava più complesso e unitario. Forse allora avevo le capacità migliori. Oggi sono solo un po’ più saggio e più paziente, ma non credo di essere diventato necessariamente più intelligente o migliore.

Intervista al regista György Pálfi, tra sperimentazione narrativa, animali come protagonisti e rapporto tra uomo ed ecosistema.

Intervista al regista György Pálfi

Solo un’osservazione personale: nel film c’è un cartone animato che mi ha ricordato Ghost Dog di Jim Jarmusch; in quel film, il cattivo guarda cartoni animati comici proprio come quelli che si vedono in Hen. È un’impressione corretta, o forse, da appassionato di cinema, sto interpretando troppo?

Penso che sia qualcosa che appartiene soprattutto agli appassionati di cinema. Quando realizzi un film, in realtà non stai pensando a cosa sia o non sia un “film comune”. A volte, mentre scegliamo l’inquadratura o la posizione della macchina da presa, ci diciamo: “Ti ricordi questo movimento di macchina di Hitchcock?”. Magari vorremmo riprenderlo o omaggiarlo, ma scena dopo scena il processo è molto più complesso.

Credo che, in fondo, per i registi non esistano poi così tante storie fondamentali da raccontare. Quello che cambia davvero è il punto di vista e il modo in cui scegli di raccontarle. Alla fine tutti cerchiamo di dire qualcosa sulla vita, e la vita continua a ripetersi continuamente.

Forse è proprio questo l’elemento comune che ritrovo nei film.

Hen – Storia di una gallina è in uscita nei cinema il 28 maggio, distribuito da Officine UBU.