Curry Barker costruisce un horror romantico che parla di controllo, desiderio e autoinganno. Ma la vera domanda non è quanto Bear abbia distrutto Nikki. È capire chi fosse davvero Nikki prima che il desiderio la deformasse
Abbiamo visto come Obsession tratti il tema della tossicità relazionale, dove il soprannaturale diventa semplicemente il modo più onesto per mostrare qualcosa che esiste già nei rapporti.
Perché il vero orrore del film non è la possessione. Non è la maledizione. Non è nemmeno Nikki. È Bear.
O meglio: è il modo in cui Bear sceglie deliberatamente di vivere dentro una menzogna pur sapendo fin dall’inizio che quella menzogna distruggerà entrambi.
L’angosciante consapevolezza e la spiazzante menzogna
Una delle cose più intelligenti dell’opera scritta da Curry Barker è proprio questa: Bear non è ingenuo.
Non è il classico protagonista horror che “non capisce” le conseguenze delle proprie azioni. Lui comprende immediatamente la natura “paranormale” del desiderio espresso. Sa che l’amore ottenuto artificialmente non è amore. Sa che Nikki non lo sceglierebbe davvero. E soprattutto sa che ciò che sta vivendo è una simulazione emotiva.
Ma decide comunque di restarci dentro.
Forse addirittura spera che, col tempo, Nikki si convinca di amarlo. Una sorta di rivisitazione personale di 365 giorni.
Ed è qui che il film diventa quasi tragicamente cyberpunk nella propria logica morale. Bear assomiglia moltissimo a Cypher in The Matrix davanti alla famosa bistecca; Bear ragiona esattamente così.
“Vedi, io so che questa bistecca non esiste. So che quando la infilerò in bocca, Matrix suggerirà al mio cervello che è succosa e deliziosa…”
Sa che Nikki non è più davvero Nikki. Sa che il desiderio ha alterato la sua volontà. Sa che quella relazione è costruita sopra una violenza emotiva archetipica.
Eppure continua disperatamente a tentare di renderla “funzionante”. Cerca di normalizzare l’orrore. Di domesticarlo. Di convincersi che, se riuscirà a gestire abbastanza bene la situazione, forse quella copia deformata dell’amore potrà trasformarsi in qualcosa di autentico.
È un meccanismo psicologico devastante perché profondamente umano.
“…Perché? è così brutto stare con me?”
Quante relazioni tossiche sopravvivono esattamente grazie a questo autoinganno? Quante persone continuano a restare dentro dinamiche evidentemente malate perché l’alternativa sarebbe guardare in faccia il fatto che tutto era sbagliato fin dall’inizio?
Bear non vuole davvero Nikki. Vuole la pace emotiva che Nikki rappresenta per lui. E quando capisce di aver creato un mostro, il suo primo istinto non è fermarsi.
È provare a farla funzionare; ad ogni costo.
Bear mentre riconsidera tutte le sue scelte di vita
Nikki: vittima, mostro… o semplicemente Nikki?
Ed è qui che Obsession apre la sua domanda più disturbante.
Per tutto il film siamo portati a interpretare la trasformazione di Nikki come effetto diretto del desiderio maledetto. La sua possessività, i comportamenti antisociali, il controllo ossessivo, la violenza. Tutto sembra il “contraltare oscuro” dell’amore artificiale imposto da Bear.
Ma il film lascia continuamente piccoli spiragli di ambiguità.
Prima ancora della maledizione, Nikki viene definita “Nikki the weird one”. La stramba. Quella eccentrica. Quella già leggermente fuori asse rispetto agli altri. E Barker è abbastanza intelligente da non chiarire mai completamente dove finisca la maledizione e dove inizi la sua personalità autentica.
Ed è una scelta geniale.
Perché rende impossibile separare del tutto il soprannaturale dalla realtà psicologica del personaggio.
Siamo sicuri che il desiderio abbia creato da zero quella possessività? O ha semplicemente eliminato i filtri sociali che normalmente la contenevano? Siamo certi che Nikki non avesse già dentro di sé una tendenza all’attaccamento ossessivo? Alla dipendenza emotiva? Al bisogno di controllo?
Il film non offre risposte definitive. E proprio per questo funziona così bene.
Perché l’orrore non nasce soltanto dalla magia nera. Nasce dal sospetto terrificante che il desiderio di Bear non abbia inventato una nuova Nikki. Abbia semplicemente preso qualcosa che esisteva già e gli abbia tolto i freni inibitori. Dopotutto il desiderio che esprime Bear è molto chiaro:
“I wish Nikki would love me more than anyone else”
Il desiderio come amplificatore, non come creazione
Ed è probabilmente qui che Obsession supera moltissimi horror contemporanei.
Il film non tratta il male come una forza aliena che invade personaggi innocenti dall’esterno. Tratta il desiderio come un acceleratore di ciò che già esiste dentro le persone.
Bear desidera controllo emotivo. Ottiene dipendenza assoluta…reciproca
Lo abbiamo detto; Nikki probabilmente possedeva già una natura eccentrica, intensa, forse emotivamente instabile. Il desiderio trasforma quella predisposizione in una forma estrema di annullamento identitario.
Il risultato è una relazione che smette progressivamente di sembrare romantica e inizia ad assomigliare a una prigione ontologica bipartisan. Due persone intrappolate dentro una versione deformata dei propri bisogni emotivi.
Ed è qui che il film colpisce davvero nel profondo:
nessuno dei due sembra completamente innocente. Ma nessuno dei due sembra nemmeno completamente colpevole.
Nilkki che si stupisce di essersi presa a bottigliate
L’horror più riuscito del film è la codardia emotiva
Alla fine il vero mostro di Obsession non è la possessione. È la codardia.
La codardia di Bear nel trascurare egoisticamente la verità fin dal principio. Nel preferire una relazione falsa a una solitudine autentica. Nel continuare ad alimentare il disastro pur sapendo che ogni giorno peggiora la situazione.
Perché il film suggerisce continuamente una cosa terribile:
l’orrore non nasce quando Bear esprime il desiderio.
Nasce quando decide di restarci dentro dopo aver capito che era sbagliato.
Ma quindi; con un Bear evitante e spaventato, ed una Nikki possessiva e manipolatrice. succube e prigioniera del desiderio di un altro, chi ha davvero il controllo?