Questo articolo non contiene spoiler e può essere letto prima o dopo il film.
Dopo un crollo emotivo durante un concerto, una popstar mondiale si riavvicina alla stilista che aveva contribuito a costruirne il mito. Da questa fragile premessa narrativa, David Lowery costruisce un racconto rarefatto che alterna performance, tensioni affettive ambigue e ossessioni estetiche. Mother Mary sembra usare la trama come puro pretesto, affidando quasi tutto il proprio peso alla suggestione simbolica e all’estetizzazione dell’immagine, nel tentativo, non sempre comprensibile, di articolare una riflessione sulla celebrità contemporanea.
Il vuoto travestito da profondità
Ciò che rende Mother Mary così respingente non è tanto il fallimento, quanto la pretesa di profondità con cui mette in scena l’assenza di senso. David Lowery costruisce un oggetto audiovisivo che sembra voler alludere a qualcosa di enorme, traumatico, sacrale, senza mai avere il coraggio o la lucidità di incarnarlo davvero. Una continua attesa, una suspense perennemente tradita da primi piani sbigottiti che sembrano riprodurre lo sguardo dello spettatore in vana attesa. Persino le recensioni più benevole parlano di “spettri”, “sacralità”, “rarefazione”, “corpi trasformati in immagine”, termini che finiscono per descrivere perfettamente il problema del film: un’opera che evapora mentre la si guarda.
Ci si chiede di frequente: a chi è diretto questo film? Di chi parla, esattamente? E soprattutto, perché? Domande che fanno infrangere una sana curiosità in una drammatica certezza: un film fatto per l’autore che lo ha concepito (e pochi altri).
Celebrità come implosione
Mother Marysembra voler raccontare l’autocombustione identitaria prodotta dalla fama contemporanea, tema interessante, a dire il vero: individui talmente immersi nella propria estetizzazione da non riuscire più a distinguere la vita dalla sua rappresentazione. Ma il film finisce per soccombere esattamente alla stessa patologia che vorrebbe osservare. L’immagine divora tutto: conflitto, psicologia, esperienza. Rimane soltanto il guscio glamourizzato di un dolore mai realmente raccontato, se non dal profluvio di lacrime immotivate di Anne Hathaway. Qual è l’ossatura drammatica dei personaggi? Che cosa hanno vissuto davvero da renderli reduci meritevoli di un grande ritorno?
Si è parlato di melodramma pop, di horror psicologico, di videoclip metafisico, di un’indagine sull’identità femminile contemporanea. Il risultato è un cinema che accumula segni senza mai produrre significato. Ogni scena è sovraccarica di intenzioni estetiche: corone, tatuaggi, specchi, apparizioni, silhouette, performance, rituali pseudo-liturgici. Ma dietro questa ipertrofia simbolica non emerge alcuna vera urgenza narrativa. Solo atmosfera. Un esercizio di vuota sofisticazione che scambia l’ambiguità per profondità e la lentezza per intensità.
L’estetica che divora il senso
Il film prende evidentemente a modello l’immaginario di Taylor Swift, citata apertamente come fonte d’ispirazione per l’estetica della protagonista. Mother Maryè l’idea astratta di una popstar immaginaria concepita da un autore che sembra terrorizzato dalla concretezza del contemporaneo, senza comprenderlo. Persino la musica, affidata a nomi giganteschi come Charli XCX e Jack Antonoff (che campeggiano in locandina), rimane sorprendentemente inerte, come se tutto fosse stato sterilizzato da una patina artificiale.
La realtà che scimmiotta l’artificio
Il volto potente e surreale della splendida Michaela Coel (I May Destroy You), quegli zigomi ultramoderni e insieme profondamente arcaici, vengono fagocitati dal sospetto di essere artefatti dalla digitalizzazione; la sua presenza scenica, a tratti più potente di quella della stessa protagonista, finisce per accartocciarsi in una parodia di sé stessa, una caricatura dei gesti, espressioni, battute, fatta di buone intenzioni ma senza motivazioni profonde credibili, qualcosa che mina alla base la sospensione dell’incredulità dello spettatore nei confronti dell’intero impianto narrativo.
Le scene dei concerti poi, spiazzano davvero, fino a sfiorare il grottesco: producono una strana sensazione fasulla, come se fossero generate anch’esse da un algoritmo addestrato sull’immaginario dei grandi live contemporanei. Non importa nemmeno stabilire se l’intelligenza artificiale sia stata realmente utilizzata: ciò che colpisce è l’effetto finale. Masse umane indistinte, coreografie emotive prefabbricate, pubblico trasformato in texture luminosa, simulacri digitali senz’anima.
Non a caso Richard Brody, sul New Yorker, scrive che le performance “show that Mother Mary is a star but never explain why”, mentre Lowery le mette in scena “generically, as an average of concert-movie visual tropes”. Una definizione che coglie perfettamente la natura fasulla del film: non un’esperienza pop vissuta, ma la replica algoritmica di ciò che immaginiamo debba essere un grande concerto contemporaneo.
Relazioni senza nome
Prendiamo ad esempio l’asse portante del film, che ne determina la verbosità fin dalla prima scena: il rapporto tra le due protagoniste. La Pop Star e il suo alter ego la costumista. Ciò che dovrebbe costituire il cuore emotivo del racconto resta imprigionato in dialoghi ellittici ridondanti, teatrali, e psicologie opache. Il film continua a suggerire traumi senza mai scavare davvero o mostrare le azioni, i fatti che li hanno determinati.
Sono state amanti? Sono amiche? Nemiche? Emanazioni l’una dell’altra? Tutto e il contrario di tutto. Il politicamente corretto impedisce di dare una definizione alle cose, alle relazioni, per paura di imprigionarle. Il pericolo è di lasciare tutto incompiuto, incomprensibile. Un film che allude e ammicca, con la speranza che qualcuno riesca a trovarci buona fede e qualcosa di sensato.
L’unico momento di cinema
L’unica scena che si salva è la danza senza traccia musicale di Mother Mary, l’esibizione privata che fa al cospetto della costumista per lasciarle una ispirazione concreta per l’elaborazione di un progetto sul proprio costume. Vagamente ispirata alla celebre audizione di Flashdance, con una discreta dose de L’Esorcista. Anche qui, però, senza il coraggio di osare davvero, di avvicinarsi a quel corpo in movimento: la performance non cresce, non stupisce, si spegne sulle disarmanti battute di chi la osserva, frantumando la poesia nella banale domanda: “Come farai a cantare se ti dimeni così?”.
Ecco, se non si prendono sul serio neanche loro, ci sentiamo autorizzati a non crederci neanche noi.
L’esperienza di Mother Maryassomiglia a quella di assistere per due ore a una campagna pubblicitaria di lusso travestita da esperienza spirituale. Un cinema che vuole parlare di fantasmi ma che finisce per essere esso stesso un fantasma: elegante, freddo e completamente inconsistente.
Nota: Alcune riflessioni critiche sul rapporto tra sacralità, immagine e rarefazione nel cinema di Lowery sono già emerse sulle pagine di Sentieri Selvaggidove un accorto Alessio Baronci cerca di ricucire una mappatura fatta di citazioni alte e riferimenti cinematografici complessi. Noi lasciamo all’immaginario dello spettatore il lusso di lasciarsi coinvolgere, con una battuta: