Storico collaboratore di Apichatpong Weerasethakul, che ha prodotto il film, Sompot Chidgasornpongseha esordito al documentario nel 2016 con Railway Sleepers, e 9 Temples to Heaven è la sua opera seconda, a Cannes in anteprima nella sezione Directors’ Fortnight.
La prima sequenza del film si svolge dentro un tempio buddista thailandese, dove il canto ripetitivo e cadenzato delle preghiere ci culla docilmente. Scopriamo quasi immediatamente che calpesteremo, come ci dice il titolo, ben altri otto templi, dai colori caldi e avvolgenti, per nutrire il karma famigliare minacciato da una visione.
La premonizione che porta a 9 Temples to Heaven
Per scongiurare un avvenimento infausto che è stato anticipato in un sogno premonitore, la famiglia porta la nonna in giro per 9 templi a consegnare le offerte e accumulare un karma positivo. Un tour che la nonnina ottuagenaria dovrebbe concludere personalmente e necessariamente prima del suo compleanno, altrimenti il rito non funziona. L’occasione di questa famiglia di essere istruita dai monaci, diventa anche un buon motivo per l’ascoltatore di ricevere una lezione sulla meditazione e sui buoni principi del buddismo.
A tal proposito, allegorica ma particolarmente efficace è la sequenza in cui, mentre il Monaco illustra i valori della meditazione, l’obiettivo panoramica sul soffitto come la mente che divaga, incapace di mantenersi in stato meditativo; e poi rientra sui protagonisti, una volta che il Monaco li richiama severo. È lo stesso stratagemma che il regista usa per abbattere la quarta parete oscillando tra uno stato meditativo, la finzione del film, e la realtà, ovvero il contatto con il pubblico.
Le donazioni, spontanee
Via via che il viaggio della famiglia avanza, tuttavia, c’è dell’altro che emerge: non solo le tensioni tra i parenti, ma anche una spiritualità fluida. Questi monaci, che elargiscono consigli standard, hanno l’aspetto di commercianti del mercato: tessono le lodi dei loro rimedi, dei corsi che offrono, esaltano la condotta adottata nella vita monastica per reclutare nuove leve, o garantirsi le offerte migliori.
Per quanto preparino donazioni di qualità queste non sembrano essere mai sufficienti: c’è sempre una causa aggiuntiva per cui pagare, uno scrigno all’ingresso da riempire, un progetto da finanziare. Sompot Chidgasornpongse si mostra critico con sarcasmo verso questo sistema che lucra sulla superstizione e sulla disperazione della gente trasformando la spiritualità in un gioco in borsa. I monaci stessi sembrano avere solo abito e testa rasata di “monastico”: a parte qualche eccezione, i loro discorsi sono molto concreti e mirati al profitto… spirituale.
We’re soaked in blessing today
È evidente come si racconti di una Thailandia che intesse tradizioni, religioni di diversa natura e il consumismo: un grande melting pot per alcuni criticabile, per altri unico e inimitabile.
La terza età
C’è anche questa lettura che passa modesta e rispettosa, nei confronti della vecchiaia e dei tempi della vita. Pare che questa nonna (Amara Ramnarong), per cui il figlio maggiore Sakol (Surachai Ningsanond) ha costretto tutti al road-trip mistico, non abbia il diritto di rallentare né tantomeno di terminare la sua corsa. La sola idea che questo possa succedere ha scatenato l’intera famiglia, che adesso viaggia per garantire lo shampoo e le lamette ai monaci. Questo intestardirsi a volerla trascinare da un Buddha dorato all’altro, e a turbare il suo riposo in continuazione, emerge come un monito a chi pretende di poter avere qualche controllo sulla terza età, la cui parabola è discendente, rallentata e chiaramente incontrollabile.
Con questi ritmi melliflui, un sottofondo pacato e ridondante, continuamente presente, il film ci lascia in sospeso fino all’ultima scena e non concede sconto alcuno sui 9 templi faticosamente raggiunti e venerati. Ma il tono leggero e la tenerezza che la nonna ci suscita, completati da una regia non scontata, rendono il film un esordio thailandese vibrante e più che piacevole alla visione.