‘Moulin’: un atto d’amore alla Resistenza francese e alla libertà
Nel giugno del 1943 Jean Moulin, capo della Resistenza, è arrestato a Lione mentre tenta di riunificare le forze dell’Armée Secrète. L’ultimo film di László Nemes racconta il confronto e la lotta implacabile di quest’uomo integro contro Klaus Barbie, capo della Gestapo, e la brutalità del regime. In concorso a Cannes 2026.
Chi non ricorda il magnifico film Il figlio di Saul, con cui il regista ungherese László Nemes nel 2015 consegnò al mondo la sua visione eccelsa della tragedia umana, vincendo il Grand Prix Speciale della Giuria, nonché il Premio Oscar per il Miglior film straniero nel 2016?
L’estenuante tentativo, utopico ma radicale, di seppellire un ragazzo con il rito ebraico nel campo di concentramento di Auschwitz ricorda, mutatis mutandis, la determinazione, disperata e incrollabile, di Jean Molins, nome di battaglia Max – protagonista di Moulin, film in concorso al 79° Festival di Cannes – uno dei capi della Resistenza francese sfuggito per anni alla macchina di morte del nazismo ed infine catturato a Lione, dopo la caduta di Vidal.
Un personaggio forse poco noto in Italia, quello di Jean Moulin, ma celebrato in Francia come uno degli eroi della Liberazione dal nazifascismo; il film di László rimanda con grande forza estetica, nella regia e nella fotografia straordinarie (il direttore della fotografia è Mátyás Erdély), il senso di sospetto, rischio e coraggio che ogni giorno le donne e gli uomini della Resistenza (in Francia così come in Italia e nel resto d’Europa) correvano per contrastare il regime del terrore, cercando al contempo di restare vivi per assicurare la libertà all’Europa del domani.
Essere arrestati significava – come visto in tanti film e ascoltato nei racconti dei testimoni – quelli viventi purtroppo vanno a poco a poco scomparendo – mettere in pericolo tutti gli altri, perché le atroci torture fisiche e psicologiche inflitte dai carnefici ai prigionieri spesso assicuravano loro nomi e informazioni anche dalle persone più salde e combattenti.
“Ho sempre percepito questo film come una lettera d’amore alla Francia – ha affermato il regista – che mi ha dato la possibilità di vivere in un Paese libero e di studiare quando nel 1989, ho lasciato l’Ungheria con mia madre. A partire quindi da questo legame particolare con la Francia, con la sua lingua e la sua cultura – scoperto da adolescente – il progetto di dedicare un film immersivo agli ultimi giorni di Jean Moulin e al sua confronto con Klaus Barbie e con l’apparato totalitario dell’epoca rappresentava per me una vera missione, dopo Il Figlio di Saul.”
Jean Moulins: nome di battaglia Max
Il progetto di girare un film su Jean Moulins viene proposto a László Nemes dal produttore Alain Goldman, su una sceneggiatura di Olivier Demangel: subito nel regista risuona l’interesse per una figura storica ben conosciuta in Francia, con la quale sente di condividere legami invisibili e immediati: ‘una persona integra, profondamente umanista con una vera visione della civiltà, dell’arte, dell’umanità’, tutti elementi estremamente forti, evidenziati anche in un libro di Daniel Cordier – combattente della resistenza ed ex-segretario di Moulins – in cui il regista si rispecchia.
“Tutti in Francia conoscono Jean Moulin – prosegue Nemes – anche se non si conosce mai davvero l’essere umano e il destino tragico che ha vissuto nei dettagli. Per me rappresenta ovviamente un fenomeno francese, ma che va oltre la Francia: incarna un vero scontro di civiltà tra l’umanesimo e l’anti-umanesimo. È per questo che, quando Alain Goldman mi ha chiamato, per parlarmi di un progetto che mi ‘corrispondeva perfettamente’, il progetto mi ha parlato immediatamente. Mi ha contattato senza aver consultato altri registi (ero il suo primo obiettivo!) e quando ho letto la sceneggiatura di Olivier Demangel, un artista incredibilmente talentuoso, mi sono subito reso conto che non si trattava solo di un film: era una nuova missione. Ho persino ritrovato un’email in cui confidavo a un amico, diversi anni fa, che volevo fare un film su Jean Moulin!”
Il periodo preso in esame dal regista ungherese è l’ultima fase della vita di Moulins (interpretato dall’eccellente Gilles Lellouche, presente anche nel film di apertuta del Festival di Cannes): nel 1943, dopo il fallimento di alcune operazioni e la cattura di elementi importanti della Resistenza, Jean Moulins deve correre il rischio di organizzare una riunione (il 21 giugno), a Caluire‑et‑Cuire, nella periferia di Lione, nella casa del dottor Dugoujon (in realtà affittata dal dottor Dugoujon), cui avrebbero partecipato sette dirigenti della Resistenza: André Lassagne, il colonnello Albert Lacaze e il tenente colonnello Émile Schwarzfeld, Bruno Larat, Claude Bouchinet‑Serreulles, Raymond Aubrac e Henri Aubry.
Obiettivo della riunione era la designazione del successore ad interim del generale Delestraint alla guida dell’Armée Secrète, in attesa di una nomina ufficiale da parte del generale de Gaulle. Moulins, che da Londra era tornato in treno a Parigi, raggiunge Lione con una falsa identità e con la motivazione di dover decorare la casa della contessa De Forez. Dunque la professione dichiarata è quella di decoratore, data anche la sua abilità nel disegnare sviluppata negli anni giovanili.
Ma qualcosa va storto, non si è mai saputo se a causa della soffiata di un traditore o per delle piste già seguite dai nazisti, e i presenti del gruppo vengono arrestati, tra questi Max. La Gestapo sa che fra quegli uomini c’è un leader ma non sa chi sia.
Ricostruire soggettività dai ‘frammenti’ e collegare i punti della realtà
Inizia così il gioco del gatto con il topo: il comandante in capo, Klaus Barbie (nel ruolo Lars Eidinger) , soprannominato dalla Storia il ‘boia di Lione’, dopo un fitto tira e molla dialettico, userà tutti i mezzi criminali a sua disposizione finché non scoprirà chi è il capo del gruppo.
Neppure l’intervento della potente contessa De Forez (l’attrice Louise Bourgoin), donna bellissima con amicizie potenti, che si invaghisce di Moulins ad una mostra d’arte dove lui finge di discutere delle decorazioni da fare in casa della donna – che ignara di tutto l’aveva assunto per lavorare nella sua casa di Lione – riuscirà a farlo liberare, anzi sarà anche lei umiliata e costretta a subire insulti e angherie da parte di Barbie.
Oltre alle torture ai prigionieri, viene usata anche la minaccia di uccidere una giovane collaboratrice di Max, in sua presenza, anche lei catturata, facendola sbranare dai cani. Ma Moulins non può parlare, pur piangendo per la sorte orribile destinata alla ragazza – puntualmente portata a termine dalle SS – perché è in gioco tutta la rete della resistenza francese. Sarà uno dei rappresentanti del gruppo, stanco di soffrire, a indicare il leader.
Dopo le ripetute torture subite nella prigione di Montluc, Jean Moulin morirà ufficialmente e storicamente (sembra per le torture subite e/o per un tentativo di suicidio), senza aver parlato, nel 1943 nella stazione di Metz. nel convoglio che lo deportava a Berlino per essere nuovamente imprigionato, interrogato e torturato come detenuto politico chiave ed ostaggio presso il Comando centrale nazista.
László Nemes riassume come segue la scelta di non raccontare l’intera vicenda storica del nazismo e delle sue atrocità, ma di partire da soggettività: dai frammenti alla realtà più ampia.
“La mia filosofia è cercare di fare film mantenendosi a misura d’uomo e di non intraprendere una “ricostruzione totale”, perché ai miei occhi c’è qualcosa di totalitario in una ricostruzione totale. Non si può ricostruire un’intera oggettività e non si sta scrivendo un libro di storia. Ciò che si può ricostruire è una certa forma di soggettività, immaginando cosa possano essere stati gli ultimi giorni di Moulin e facendolo con una visione deliberatamente restrittiva. È esattamente ciò che avevo già fatto con Il figlio di Saul: attraverso alcuni frammenti, tentare di far emergere una realtà più ampia nella mente dello spettatore. È infatti proprio lo spettatore a collegare i punti: non siamo obbligati, come registi, a raccontare tutto o ricostruire tutto, come in un tema di storia.”