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Cannes

‘Garance’: scivolando nell’alcolismo del quotidiano, un bicchiere dopo l’altro

La regista Jeanne Herry, per la prima volta a Cannes, porta in competizione non un film classico sulla dipendenza da alcool ma il volto di una generazione alla ricerca di identità ed equilibrio: una prova intensa e coinvolgente di Adèle Exarchopoulos.

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Aperitivi, dopocena e feste fra amici, tutti momenti di svago apparentemente innocui, possono trasformarsi in pericolosi percorsi evolutivi verso la dipendenza da alcolismo per persone instabili emotivamente e minate nella propria autostima: mentre si chiacchiera e si fuma non ci si accorge di stare bevendo troppo, per annegare o nascondere insoddisfazione o dolore, per evadere e non pensare. Ma a un certo punto, ‘un bicchiere tira l’altro’, finché non se ne può più fare a meno e ci si ritrova a 36 anni con il fegato gravemente compromesso.

Questo è proprio quanto accade alla donna giovane e bella, raccontata dalla regista Jeanne Herry nel film Garance (Another Day), in concorso al 79° Festival di Cannes, interpretata da una Adèle Exarchopoulos (La Vita di Adele, L’Amore che non Muore, L’Accident de Piano)  ansiosa ed irrisolta, che corre da un teatro all’altro, da un lavoro e da un casting all’altro e anche da una relazione insoddisfacente a un’altra, ordinando, ovunque si trovi, un primo bicchiere di bianco, poi un secondo, anche in mattinata, per poi ricominciare nel pomeriggio fino a scolare due, tre bottiglie a sera.

Una catabasi annunciata, insomma anche se Garance, che beve da quando è molto giovane, appare sempre sempre piena di energia, ben disposta a darsi da fare e a portare avanti le incombenze della vita: poco a poco iniziano a farsi notare piccole-grandi défaillances sul lavoro, che possono renderla inaffidabile, così viene licenziata e allontanata sia in teatro che altrove, perde amici, si sente disperata, e continua a bere (non si può non citare sul tema alcolismo e disperazione il magnifico film I giorni del vino e delle rose di Blake Edwards, dove la distorsione delle percezioni e dei sensi è affidata a un Jack Lemmon in stato di grazia).

Il film della Herry, girato con perizia e ritmo, ed arricchito dai tanti registri attoriali utilizzati dalla Exarchopoulos per sfaccettare il personaggio di Garance, poteva forse aspirare a una narrazione più varia e articolata sul tema, ma forse il messaggio/riflessione dalla regista è proprio questo: la facilità, per una generazione in cerca di sé stessa e di riconoscimenti, di scivolare nelle tante forme di dipendenza oggi disponibili, alla portata di tutti e consolatorie di frustrazioni, abbandoni e precarietà.

Tra interesse pubblico e ritratto di donna

Jeanne Herry prosegue l’esplorazione dei temi sociali e di interesse pubblico a lei cari, senza mai trasformarli in ‘spiegoni’ sociologici, ma attraverso le storie di donne e uomini reali, con vite ed esperienze in cui ciascuno possa riconoscersi.

Dopo aver parlato di temi impegnati quali l’adozione nel film Pupille (In Safe Hands) e di giustizia riparativa in Je verrai toujours vos visages (All Your Faces), la regista si focalizza su un problema di salute pubblica molto più allarmante di quanto si pensi, soprattutto fra i giovani e le donne, e sceglie di farlo attraverso il racconto, a tappe intermittenti, di otto anni cruciali della vita di Garance, un’attrice sulla via dell’alcolismo.

“Non è solo un film sull’alcolismo, né sugli alcolisti – ha raccontato la regista – Per i due film precedenti mi ero documentata per mesi, avevo davvero studiato un’arena sociale, e poi avevo creato qualcosa di particolare: qui ho fatto il contrario. Per me è prima di tutto il ritratto di una donna, che è attrice ed è alcolista: questa è solo una delle dimensioni della sua persona.”

Una generazione che ha bisogno di dipendenze

L’ispirazione di Garance è legata in particolare ad una serie di interviste fatte dalla regista con una giovane alcolista che ha raccontato il proprio percorso di guarigione, e ovviamente a film precedenti sull’argomento quai Love Streams di John Cassavetes, cui Herry aggiunge elementi personali legati alla sua storia di attrice, che ben conosce le attese, le incertezze, il bisogno, individuale e generazionale, di essere riconosciuti.

La cineasta francese, come accennato, ha deliberatamente scelto di raccontare un personaggio legato al mestiere di attrice da lei praticato e ben conosciuto: figlia di Miou-Miou, lei stessa attrice prima che regista ha affermato, riguardo alla professione  di Garance che “quello dell’attrice/attore è un mestiere che non si conosce molto bene: è arte, ma è anche artigianato, è offre uno stile di vita molto particolare”, inevitabilmente creando vulnerabilità e precarietà.

Risalire la china non sarà facile, ma alcuni eventi importanti segneranno per Garance una linea di demarcazione col passato che le darà la forza di reagire: la malattia della sorella, operata più volte per la leucemia, con due bambini molto piccoli che adorano Garance; l’incontro omosessuale e poi l’amore con Pauline (la deliziosa Sara Giraudeau nella parte) una scenografa dal carattere ‘giusto’, che accoglie Garance senza giudicarla e l’aiuta a superare l’astinenza; la diagnosi di una vita molto breve con il 70% del fegato già compromesso e, last but not least, un importante ingaggio di lavoro inatteso.

Tutto è possibile, nonostante anni di negazione e autodistruzione, se esistono le motivazioni e i sostegni giusti, in termini di persone e opportunità.

 

 

 

  • Anno: 2026
  • Durata: 105'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Jeanne Herry