Una nazione divisa e ferita, uno scrittore celeberrimo e i suoi figli geniali, il dopoguerra in Germania e la musica di Bach che ritorna a oscurare simbolicamente quella di Wagner: il tutto orchestrato nel bianco e nero con formato quadrato ricorrente nei film del regista polacco Pawel Pawlikowski: la sua ultima opera, in concorso al Festival Cannes, non a caso intitolata Fatherland, la patria, la terra dei padri, è un film da non perdere, che potrebbe aspirare a una Palma d’Oro.
Diversamente da Edgar Reitz, che nel grande affresco della magnifica saga di Heimat racconta la ‘sua’ Germania tra il 1919 e il 1982, qui Pawlikowski si sofferma su uno specifico, poco noto ma estremamente interessante, segmento di storia e cultura: il ritorno in Germania nel 1949, a guerra finita, del grande scrittore tedesco Thomas Mann, Premio Nobel per la letteratura nel 1929 (tra i suoi romanzi: I Buddenbrook, La Montagna Incantata, Morte a Venezia), invitato in alcune città per ritirare il Premio Goethe, in una Germania devastata dalla guerra e spaccata tra due ‘anime’, l’Est sovietico e l’Ovest filo-occidentale.
Al volante di una Buick nera, la figlia Erika – che oltre ad essere attrice e scrittrice è stata nella realtà pilota di Rally – accompagna il padre in questo viaggio complesso e ancora pericoloso (per il sospetto di molti verso chi, avendone i mezzi, ha deciso di abbandonare i compatrioti in difficoltà), attraversando le macerie di un Paese che la famiglia Mann aveva abbandonato sedici anni prima, con l’avvento del nazismo, per salvarsi la vita.
Le posizioni di Mann verso il regime in ascesa erano infatti state da lui chiaramente esplicitate in una conferenza pubblica per la quale finì fra gli indesiderati, insieme alla sua famiglia, e si traferì in America, a Los Angeles, per 16 anni: ma la Fatherland del titolo non si dimentica, e Mann nei discorsi che tiene, in occasione del viaggio, volutamente usa quella parola, per definire un’unica nazione, oltre le divisioni appena avvenute, citando Goethe come simbolo di unità
Da Francoforte, sotto la dominazione degli americani, fino a Weimar, controllata dai sovietici, padre e figlia attraversano una Germania in rovina, divisa in due dalla guerra fredda: attendono anche l’amato fratello omosessuale di Erika, Klaus, ma di lui giungerà invece, durante una delle tappe del viaggio, la notizia della morte per suicidio (o overdose) proprio nella città di Cannes, dove era rifugiato e dove è seppellito presso il cimitero di Grand Jas.
Il triangolo familiare: Thomas Mann e i suoi figli Klaus ed Erika
Lo strettissimo legame fra Klaus ed Erika Mann – fortificato dall’essere entrambi schiacciati dai paragoni col padre – si definisce in maniera chiara nella prima scena, in cui fratello e sorella hanno una lunga telefonata sulla vita, sul padre e sulle vicende politiche: Klaus, valido scrittore dalla vita tormentata (il padre non rispettò mai le scelte del figlio sulla comune condizione omosessuale, opposte alle sue) parla ad Erika di suicidio, anche come posizione di protesta verso l’orrore appena vissuto dal mondo con il nazismo. Nonostante l’invito di Erika a partire in viaggio con lei e il padre, Klaus ribadisce di odiare la Germania e di non volerci mettere più piede.
Il ruolo di Thomas Mann è affidato ad Hanns Zischler, un’icona del cinema tedesco della generazione di Reitz e Fassbinder, mentre quello di Erika è interpretato da Sandra Huller, una delle attrici tedesche più valide della sua generazione, che ha al suo attivo negli ultimi anni ruoli da protagonista in numerosi film importanti (Toni Erdmann, La Zona d’Interesse, Anatomia d’una caduta) per i quali è stata pluripremiata come miglior attrice. La breve ma non facile interpretazione di Klaus Mann è stata assegnata all’attore tedesco August Diehl, celebre per i suoi ruoli di maggiore della Gestapo in Bastardi senza gloria e di Karl Marx ne Il giovane Karl Marx.
“Il film non è una ricostruzione storica – racconta il regista alla conferenza stampa – ma qualcosa che ha il suo potere interno. È una storia di famiglia in un contesto storico incredibile, che è sempre qualcosa che mi piace fare: raccontare la storia attraverso le persone, attraverso le relazioni. Ho deciso di lavorare per sottrazione e di concentrarmi su questi cinque giorni di viaggio, volevo che fosse una sorta di road-movie (come nel film Ida). Il triangolo dell’amore fra Klaus, Erika e Thomas coincide con questo momento incredibile nella storia, e il periodo in cui Thomas Mann è tornato in Germania nel 1949 sembrava un buon contesto per un film, soprattutto per le vicende familiari di contorno”.
La Storia secondo Pawlikowski: qualcosa di estremamente complicato
Dopo Ida (2013) e Cold War (2018), Pawlikowski, uno dei registi che ha ricevuto il maggior numero di premi internazionali con i suoi ultimi film (Ida ha ottenuto 70 premi internazionali, tra cui 5 European Film Awards e l’Oscar nel 2015 per il Miglior Film Internazionale; Cold War, vincitore del premio per la Miglior Regia a Cannes nel 2018, ha ottenuto 52 vittorie e 126 nomination, tra cui le candidature agli Oscar per il Miglior Film Internazionale, Miglior Regia e Miglior Fotografia), continua a esplorare con Fatherland le inquietudini etico-politiche dell’Europa del dopoguerra.
Attraverso il racconto di personaggi realmente esistiti, in questo caso con destini fuori dal comune, il regista ripropone la riflessione su temi universali, quali l’identità, la colpa, la famiglia, l’esilio, l’arte e l’amore, quest’ultimo nelle sue polivalenti ed inafferrabili sfaccettature.
“Mi trovo meglio a fare film sulla storia del passato – prosegue il regista a chi lo sollecita a trovare analogie con la storia presente – perché riesco a capirla meglio rispetto a quella attuale. Al contrario di altri che fanno film per enunciare una verità o dare una spiegazione, attraverso i miei film cerco semplicemente di descrivere quanto tutto sia complicato nelle vicende storiche: penso che oggi sia una cosa molto salutare da ricordare alle persone: che tutto è estremamente complicato.”
Arte e musica come strumento di elevazione
Un film cupo nelle immagini e nella storia, ma che si guarda con piacere e quasi con un senso di speranza, nonostante tutto, per quella dignità che la cultura, l’arte e la letteratura (Goethe, Mann, Bach) possono restituire a una nazione.
Fatherland è un’opera densa ed evocativa, nei dialoghi e nella forma, che riesce a raccontare, con un procedimento induttivo e con perfezione stilistica ed estetica, una Storia fatta di drammi personali ed universali, oltre che di cultura, di guerra, di arte e ricostruzione.
In questo senso la musica (tedesca in particolare) è un altro elemento fondamentale del film, intesa come strumento di propaganda (Wagner) o di liberazione, di unione corale e autentico senso della patria, di odio o di fratellanza.
Il corale di Bach, Jesus Bleibet Meine Freude, suonato nella scena finale del film mentre scorrono immagini di luoghi distrutti dal conflitto, rimanda al superamento delle sofferenze e all’elevazione spirituale delle anime verso la luce divina e, più laicamente, all’aspirazione ad un mondo che può e deve impegnarsi, oggi come allora, per elevarsi dal degrado e dalle atrocità che la guerra inevitabilmente porta con sé.