Quando vi dicono che il Cinema è morto, voi proponete di vedere Resurrection. Quando vi dicono che il Cinema fa solo remake, reboot, sequel, voi proponete ancora Resurrection. Se poi siete Voi che pensate questo sul cinema, andate a vedere Resurrection di Bi Gan. Il film ha vinto il premio speciale alla 78esima edizione del Festival di Cannes ed è in uscita, il 23 aprile, nelle sale selezionate grazie alla distribuzione di I Wonder Pictures.
Resurrection
In un mondo in cui l’umanità ha barattato la sua capacità di sognare con l’immortalità, un giovane sognatore intraprende la sua odissea attraverso le varie epoche. Una ragazza, determinata a scoprire la realtà nascosta tra le pieghe del sogno, lo segue nel viaggio.
L’estetica della soglia
«Chi una sola volta si è appisolato a un concerto, o alla rappresentazione di un melodramma, o anche di un’opera drammatica, sa che nel momento del passaggio dallo stato di veglia al sonno, in questo punto detto della soglia, la rappresentazione o la melodia o il dialogo si liberano da ogni scoria, diventano liquidi, celestiali. I sensi fatti più acuti colgono ogni più lieve sfumatura […], e li ricevono come un indimenticabile e personale messaggio… È in quegli istanti che abbiamo lo spettatore perfetto, unico, ideale». Ennio Flaiano, uno tra gli autori maggiori della letteratura italiana del dopoguerra, definiva così il perfetto spettatore di teatro.
L’intuizione di Flaiano non è semplice provocazione ma una dichiarazione teorica. Nello stato tra il sonno e la veglia, i nostri sensi sono più acuti e ci permettono di intuire cose e sensazioni che altrimenti non riusciremmo a percepire. Lo stesso si può dire dello spettatore di cinema; anzi probabilmente lo si può dire ancora di più. I saggi e gli studi sulla connessione tra sogno e cinema sono innumerevoli e non è questa la sede adatta per discuterne. Ma è importante tenere bene a mente questa connessione per cercare di comprendere, o meglio, vivere Resurrection di Bi Gan.
Il caleidoscopio fantastico di Bi Gan
La connessione tra sogno e cinema in Resurrection è subito esplicitata. Bi Gan non nasconde i suoi intenti e apre il film con una soggettiva: una persona semi addormentata viene osservata da una pletora di uomini in giacca e cravatta. Le coordinate però sono ancora fumose, e il regista cinese calca ancora di più la mano. Tutto il lungo prologo che introduce ai quattro episodi (più l’epilogo) è costruito come un film muto con tanto di didascalie esplicative. La macchina da presa accompagna il pubblico, guidato dalla giovane “esploratrice”, attraverso un caleidoscopio di immagini fantastiche e omaggi ai grandi film della storia del Cinema, e lo fa con una mirabile cura e padronanza tecnica. Tu Nan e Liu Qiang costruiscono scenografie complesse e diorami popolati da strani personaggi, in cui la prospettiva gioca con la camera e con gli occhi dello spettatore che non può non rimanere estasiato di fronte a quelle splendide immagini.
Superato il prologo, Resurrection si apre alla propria struttura episodica. Quattro parti in tutto, scollegate tra loro nella trama ma non nella loro essenza cinematografica. Non sveleremo i contenuti dei quattro episodi, poiché ciò che è importante risiede nel fatto che Bi Gan riesce a diversificare e gestire i generi, attraversandoli nella loro specificità senza perdere originalità e poetica. Un elemento cruciale di questa esplorazione risiede nella splendida fotografia, curata da Dong Jingsong, che attraversa e plasma l’intero film. Lungo i quattro episodi, l’impianto visivo muta letteralmente pelle: si passa dal rigore di una fotografia marcatamente espressionista a un uso della luce via via più morbido e avvolgente, per poi sprofondare, nell’ultimo episodio, in una vibrante immersione tra toni crepuscolari e luci al neon in un suggestivo richiamo alle atmosfere del cinema horror e noir contemporaneo.
Resurrection: risvegliarsi dentro un film
Resurrection è un’opera magistrale che si muove tra le pieghe del sogno sfruttando il Cinema e i generi con una rara potenza immaginifica e tecnica. La regia di Bi Gan accompagna lo spettatore in una sinfonia lirica che immerge in quello stato di dormiveglia che Flaiano evocava come stato d’elezione per la comprensione profonda delle opere. Tanto che, alla fine del film, sembra di aver vissuto un’esperienza onirica e indimenticabile, di quelle che rimangono dentro e che ci costringono a riflettere, non solo sul ruolo del cinema contemporaneo, ma sulla nostra stessa vita.
E allora echi del passato, sogni, delusioni, speranze, amori e sofferenze si intrecciano tra noi e i quattro episodi, vere e proprie poesie per immagini dove l’azione e la narrazione si piegano alla visione estetica e lirica di Gan. Perché come ci insegna Pedro Calderón de la Barca: «tutta la vita è sogno e i sogni, sogni sono».