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‘Love Me Tender’: Intervista alla regista Anna Cazenave Cambet

Genitorialità, libertà d'essere e lavoro fotografico: ne abbiamo parlato con la regista del film

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Love Me Tender

Abbiamo intervistato la talentuosa regista e sceneggiatrice Anna Cazenave Cambet, in occasione dell’ edizione XVI di Rendez-Vous, il Festival del nuovo cinema francese di Roma. La regista ha presentato il suo film Love me Tender, che analizza il divorzio dal punto di vista di una madre.

‘Love me Tender’: l’amore di una madre

Clémence, la sempre eccelsa Vicky Krieps, è una madre separata di un bambino di otto anni, Paul. Tra lei e l’ex marito Laurent la gestione del figlio sembra procedere serenamente. Fino a quando Clémence gli rivela frequentazioni lesbiche e di voler chiedere il divorzio. Improvvisamente, tra Clémence e Paul inizia ad ergersi un muro sempre più invalicabile. Laurent chiede la custodia esclusiva del figlio e Clémence inizia a rincorrere e ad aggrapparsi con tutte le sue forze alla propria maternità, scoprendone un lato viscerale, biologico, spirituale.

Da un romanzo di Constante Debrè

Questo film è tratto dal romanzo omonimo di Constante Debrè. Cosa ti ha colpita di più di questa storia tanto da decidere di adattarla?

Ho letto il libro di Constance alla sua uscita, nel 2020. In quel momento ero io stessa una giovane madre e credo facessi fatica a trovare voci di madri, artiste, queer, che desiderassero di costruire la propria carriera pur essendo madri. Questa lettura, all’epoca, mi ha interrogata e mi ha fatto bene. Era una voce nuova, liberatoria. Veniva a rompere dei tabù.

Due anni dopo, sono stati i produttori di Novoprod Cinéma a contattarmi per propormi l’adattamento. Ho pensato che se questo libro tornava così nella mia vita fosse un segno, e che bisognasse lanciarsi!

La potenza di una protagonista stratificata

La protagonista Clemence è un personaggio straordinariamente interessante. Ama l’amore, la tenerezza dell’essere madre, la semplicità dei gesti, la libertà come valore supremo. Cosa hai pensato di questo personaggio quando l’hai scoperto nel romanzo e quali valori di lei volevi trasparissero dal film?

Ho percepito subito l’aspetto iconico del personaggio. In questo senso, per me era evidente che potesse diventare un personaggio cinematografico vibrante. È una donna integra. Sceglie di essere tutto allo stesso tempo. In un certo senso, è un personaggio che mette in luce come ognuno di noi sia composto da più identità.

Essere madre non è, a mio avviso, una definizione sufficiente per definire qualcuno: si può essere madre e giornalista, per esempio, e appassionata di letteratura del XVIII secolo, o chissà cos’altro. Spesso, i personaggi maschili sono definiti innanzitutto dalla loro carriera, nel cinema ma anche nella letteratura e nella società in generale. Qui, invece, il mio personaggio è pienamente madre, amorevole, tenera, ma è anche pienamente artista e profondamente guidata dai suoi desideri. Ed è qui che la cosa diventa interessante, perché raramente le donne vengono mostrate nella loro molteplicità.

Love me Tender

Maternità sofferta e rarefatta

Ho adorato come questo film affrontasse la tematica della maternità, distaccandosi dalle pose tradizionali. Clemence è una madre che continua ad imparare, e reinventarsi. Al contempo rispetta suo figlio, ci tiene a liberarlo dal senso di colpa, e non vi si impone mai, anche quando ne soffre l’allontanamento. Come ti saresti posta tu nella sua condizione?

Questa è una domanda molto intima. Forse tutto ciò che posso dire è che lavorare per anni su questa storia mi ha permesso, come credo accada all’eroina alla fine del film, di capire più precisamente che un bambino è prima di tutto un individuo. E che, anche se mio figlio è mio figlio, appartiene prima di tutto a sé stesso. Credo che l’alienazione che si fa gravare sulle madri e sui loro figli sia soprattutto molto funzionale al mantenimento delle nostre società. Penso che il legame, l’amore e l’impegno che il mio personaggio ha per suo figlio non vengano mai meno, nonostante tutto ciò che attraversa nel film. Ciò che invece è interessante è che lei rifiuta la reificazione, sia del
figlio sia di sé stessa.

Racconto visivo della psiche

Nel cinema si racconta spesso il divorzio dal punto di vista dei figli, qui invece la verità del figlio fa fatica a venire fuori, per colpa dell’influenza manipolatoria del padre. Su cosa hai giocato o a cosa ti sei ispirata, da regista, per far emergere con così grande chiarezza il mondo emotivo di questa madre?

Come nel libro, tenevo a rispettare questa zona d’ombra su ciò che il bambino prova e vive. E, allo stesso modo, rispetto anche il punto di vista del padre. Come il mio personaggio, che ha questa integrità che mi impone di farlo, non mi permetto di pensare al loro posto. È qualcosa che trovo ammirevole nella scrittura del libro e volevo fare lo
stesso. Ciò che mi interessa nel film è permettere allo spettatore di comprendere ciò che lei attraversa, il prezzo che la sua libertà le costerà, il coraggio che le serve. Volevo che si percepissero anche i terribili conflitti interiori in cui il bambino è immerso. Ma non volevo permettermi di raccontare le cose dal loro punto di vista: sarebbe stato un altro film.

Una regia ‘ a fior di pelle’

Tu vieni da lunghi studi sulla fotografia. Il pattern visivo è quasi nordico in questo film, riuscendo a creare quasi un termometro naturale delle emozioni. Molto bello il finale, con quel sole caldo che libera Clemence e di conseguenza libera anche noi. Qual è stato il tuo approccio fotografico?

Sono arrivata al cinema attraverso l’immagine, avendo una formazione da fotografa. L’immagine è molto importante nel mio film. Cerco di pensare i miei film in un equilibrio tra contenuto e forma: non cerco a tutti i costi il naturalismo, nemmeno per un film come questo che ha un contenuto sociale. Per Love Me Tender, come per il mio primo film De l’Or pour les Chiens, ho lavorato con il mio direttore della fotografia, Kristy Baboul. Insieme lavoriamo molto presto sulla sceneggiatura, nutrendoci reciprocamente di molti film di riferimento, poi realizziamo dei moodboard e scomponiamo il film più volte. Questo processo richiede mesi. Per questo film, cercavamo di stare il più vicino possibile a Vicky Krieps, di fare il ritratto del personaggio e di filmarla come un cowboy solitario. Volevamo mostrarla mentre attraversa grandi spazi, sempre in movimento. Cercavamo anche di vedere, quasi attraverso la sua pelle, le sue emozioni. È un personaggio piuttosto silenzioso, eppure è continuamente attraversato da emozioni forti, che spesso trattiene ma che traspaiono sul suo volto e nel suo corpo. È un personaggio molto fisico.

Abbiamo lavorato in modo molto sensuale, sia sulla luce sia sul modo di filmare i personaggi e i loro corpi. Per ispirarci, abbiamo visto e rivisto i film di Andrej Tarkovskij, in particolare Lo specchio, che è un film molto importante per noi. È un film in cui tutto è sensazione. Ci ha anche aiutato, insieme a Mariette Mathieu-Goudier, a lavorare sul suono del film.

L’importanza del dibattito

Quale messaggio vuoi che più di tutti arrivi al pubblico con quest’opera?

Non so se voglio trasmettere un messaggio. Mi piace soprattutto l’idea di porre delle domande. Credo che viviamo in società attualmente lacerate sulle questioni di identità. Ho fiducia nel fatto che il cinema permetta di incontrare l’altro, di comprenderlo. Il mio film mette in scena un personaggio di donna forte, libera. E so che le sue scelte non lasciano indifferenti gli spettatori. A volte questo crea grandi dibattiti in sala, e per me è una gioia. Non scrivo film per mettere tutti d’accordo, ma piuttosto per permettere alle persone di discutere, di interrogarsi. Credo che sia urgente smettere di avere paura degli altri, della differenza, e il cinema permette di fare piccoli passi in questa direzione.

Il significato del titolo: ‘Amami dolcemente’

Il titolo di questo film/romanzo è lo stesso di una famosa canzone di Elvis Presley. Nella canzone l’autore parla di tenerezza, fedeltà, di amore eterno. In quale tipo di amore credi, e quale pensi sia più necessario nel tempo in cui viviamo?

Non lo so, ci vorrebbe molto tempo per rispondere a una domanda del genere. Ma ciò che credo è che quando le persone si amano davvero, quando hanno la fortuna di conoscere l’amore nella loro vita, non si permettono di giudicare il modo in cui gli altri si amano.

Doriana Gatta

  • Data di uscita: 23-April-2026