Esistono legami, in amore come nell’arte, che sembra impossibile spezzare. Rapporti tenaci e indissolubili, magari necessitanti di pause periodiche ma capaci di crescere e di rinnovarsi costantemente nell’arco di decenni. Con l’uscita di Heart of light – Eleven Songs for Fiji, il mondo del cinema ha avuto la conferma che il sodalizio tra Cynthia Beatt e Tilda Swinton rientra nella categoria sopracitata.
Le due artiste, regista la prima, attrice la seconda, hanno generato diverse opere pregne di una forte identità autoriale e nettamente distinguibili da qualunque altra forma di media audiovisivo. A distanza di 17 anni dalla loro ultima collaborazione, un nuovo capitolo di questa straordinaria convergenza di intenti cinematografici ha raggiunto il 39° Bolzano Film Festival in anteprima nazionale.
Realtà o finzione?
Discernere il genere di film a cui Heart of light – Eleven Songs for Fiji appartiene manifesta concretamente la definizione di “compito ingrato”.
Il lungometraggio si struttura in 11 stanze, come in un sonetto leopardiano, e ciascuna di esse presenta temi, personaggi e luoghi diversi, nel modo in cui si differenzierebbero le parti di una poesia. D’altra parte, l’attenzione che la pellicola rivolge alla storia coloniale delle Figi, agli aspetti della cultura tradizionale e ai molteplici modi di vivere degli autoctoni dimostra un approccio fortemente documentaristico alla materia.
Per la direzione che la Settima Arte ha abbracciato negli ultimi tempi, individuare un filone nel quale inserire una simile operazione filmica risulta meno complicato. Difatti, la recente vittoria alla Berlinale di Dahomey, diretto da Mati Diop, ha consacrato agli occhi della critica un modo innovativo di coniugare la ripresa di fatti di cronaca a una narrazione immaginifica che fonda le sue basi proprio nella rappresentazione degli eventi reali.
Storie di una comunità
Oltre a ciò, i 2 “documentari narrativi” presentano numerose similitudini. Sia in Dahomey che in Heart of light – Eleven Songs for Fiji, un avvenimento più o meno comune, che sia il trasporto intercontinentale di opere d’arte o il ritorno a un luogo dell’infanzia, trascende la sua oggettività e diventa il richiamo di una forza primitiva, un’essenza tribale che risiede in tutti gli elementi del paesaggio e li assorbe in un respiro unico e coeso.
Nel caso specifico del film di Beatt, è necessario notare il punto di vista che la regista britannica offre sugli isolani che si scorgono nell’ambiente. Quest’ultimo verbo esprime coerentemente la sensazione di fusione tra vegetazioni, edifici e uomini che le immagini proiettano sullo spettatore, quasi a suggerire l’inestricabilità di questo triangolo perfetto.
In opposizione a quanto succedeva tra Mati Diop e gli studenti beninesi, gli abitanti delle Figi non vengono mai avvicinati dalla macchina da presa. Raramente sono visibili senza la compagnia di qualcuno, mentre spesso gruppi separati di agricoltori e cittadini occupano i diversi piani spaziali all’interno dell’inquadratura, così da rimarcare l’idea che ogni individuo, attraverso la sua microstoria personale, allarghi il grande meccanismo vitale che si estende oltre i confini dello schermo e connette ogni anima che alberga sulle isole e nell’Oceano.

Il ruolo di Tilda Swinton
A fare da cicerone di una tale immersione nell’esoterico troviamo Iona (Tilda Swinton), donna di origine scozzese cresciuta sulle coste di Suva, capitale delle Figi, fino all’adolescenza che ha segnato il suo ritorno in madrepatria. Un’interpretazione senza dubbio ostica per l’attrice feticcio della cineasta dall’epoca di Cycling the frame, tanto per l’ampio minutaggio che la protagonista occupa nel lungometraggio quanto a causa della pressione emotiva nell’interpretare l’alter ego di una persona esistente (Cynthia Beatt ha trascorso la giovinezza in mezzo alle terre che Iona visita nella pellicola).
Durante le prime otto stanze, la presenza di Tilda Swinton si palesa unicamente come voce narrante, la quale accompagna la visione con quella che ha l’aria di essere una malinconica elegia, talvolta eccessivamente ripetitiva per sostenere la sua ampia durata. È invece a partire dalla nona divisione che Iona compare nella sua fisicità e il suo ruolo acquista pieno significato, in quanto espressione vivente della contraddizione fra l’ancestralità ascetica delle Figi e la loro storia di colonizzazione che le ha trasfigurate in maniera insita.
La forza di questa performance risiede nella naturalezza con cui l’interprete interagisce con le comparse naturalmente spontanee che dimorano sulle isole di Nanuku, Lakeba e Kabara, al punto da porre nell’audience la questione se coloro che hanno collaborato a Heart of light – Eleven Songs for Fiji fossero a conoscenza di star parlando con un’attrice di fama internazionale, o quantomeno con un personaggio inesistente.
Piccoli istanti divini
Seguendo l’andamento del viaggio di Iona, doppelgänger della regista, il pubblico farà fatica a percepire in lei una serenità combaciante con la quiete che attraversa gli spazi aperti dell’opera. Dopotutto, una placida minaccia percorre la strada insieme a lei, poiché la carnagione chiara di Tilda Swinton le impedisce di esporsi al sole dei Tropici in mancanza di un ombrello a coprirle la testa, eccezion fatta per i rari segmenti che la vedono immersa nell’azzurro dell’Oceano Pacifico.
Quando in una pellicola, documentario fiction o ibrido che sia, l’acqua raggiunge il limite dell’orizzonte, non è mai un caso. Esso incarna il fascino infinito del mistero, fonte inesauribile di profondità che non si immanentizza, rimanendo in un turbinio perpetuo. Grazie al moto delle onde, è possibile raggiungere un porto di approdo; per mezzo delle stesse, un uomo può lasciare le terre emerse e non ritrovarle più. L’oceano connette e divide simultaneamente i territori delle Figi, un luogo in cui, come ricorda Iona:
“Possiamo sentirci liberi e in trappola.”
Heart of light – Eleven Songs for Fiji, alla luce del ragionamento, non intende fare altro che parlare del desiderio di raggiungere i posti che riflettano a pieno l’energia vitale che pulsa in ogni essere umano, della paura di sentirsi estranei a un modo di esistere che non coincide con quello a cui si è stati abituati, e del sottile spazio liminale tra queste forze, un angolo di buio e solitudine dove scoprire, anche solo per un’istante, la vera pace.
