Dopo Piccolo Corpo Laura Samani firma un’opera seconda, Un anno di scuola, mirabile per coerenza poetica e sincerità dimostrando la capacità di passare con disinvoltura da una forma cinematografica all’altra. Di Un anno di scuola abbiamo parlato con Laura Samani.
Al cinema con Lucky Red, Un anno di scuola è l’opera seconda di Laura Samani.

Laura Samani e il suo Un anno di scuola
Prima di entrare nel vivo della conversazione volevo parlare dei presupposti filosofici che stanno a monte della storia. Il primo riguarda la struttura del racconto che nel suo sviluppo sembra prendere spunto dal processo di realtà formulato dal filosofo tedesco Friedrich Hegel. Come quello Un anno di scuola è articolato in una prima fase, quella dell’affermazione (tesi), in cui la protagonista riesce a farsi accettare dai propri simili, come succede a Fredrika quando distoglie Pasini dai pensieri suicidi allontanandolo dal limite del precipizio. Una seconda rappresentata dalla negazione (antitesi), coincidente con la scoperta della relazione tra la ragazza e Antero e infine il superamento (sintesi) in cui la protagonista si libera dei suoi fardelli per incamminarsi con speranza alla nuova vita.
È una ricostruzione molto bella anche perché ne riconosco la validità rispetto alle immagini del film. Non era una soluzione presente nei miei pensieri e in quelli della cosceneggiatrice Elisa Dondi, almeno nelle cose avevamo coscientemente messo sul tavolo. Poi però il bello di questo lavoro è quello di restituirti cose che magari stavano lavorando in maniera sotterranea. Ciò di cui eravamo coscienti era di seguire lo schema legato al viaggio dell’Eroina.
Il secondo è enunciato dalla professoressa di matematica quando a un certo punto parla ai ragazzi di una rappresentazione della realtà più grande rispetto a quelle dei singoli punti di vista. Così fa il racconto, con la protagonista che entra in campo con la propria visione della vita e ne esce con una visione più ampia, frutto dell’esperienza collettiva maturata confrontandosi con gli altri studenti.
Sì, tra l’altro quel momento è ispirato da La matematica è politica di Chiara Valerio, presente quando la professoressa di matematica parla dei concetti di rappresentazioni e di verità e di come le prime diventino convenzioni in conseguenza del fatto che a a un certo punto vengono date per scontate. E ancora quando suggerisce che il concetto di verità dipende dal contesto e dall’approssimazione. Quella è una delle tipiche scene tematiche che nel nostro caso era felicemente associata a una materia come la matematica ritenuta molto fredda, circoscritta a un contesto del mero ragionamento. Al contrario la cosa stimolante nel leggere il bellissimo saggio della Valerio è il fatto di usare l’atto dello studio sia come salvezza, in quanto strumento utile alla comprensione del mondo, sia come mezzo per elevarsi da ciò che nel mondo ci delude. Un aspetto ripreso verso la fine dalla professoressa di matematica quando dice a Fred di applicarsi per non restare indietro, intendendo che l’atto di apprendere qualcosa di nuovo non ci può deludere.
Una funzione salvifica che non manchi di celebrare con due sequenze consecutive in cui la trasfigurazione del corpo di Fred diventa il segno della rinascita coincidente con la decisione di riprendere gli studi. Mi riferisco a quella in cui l’ombra della ragazza riflessa sulla parete si produce in una specie di danza propiziatoria e poi quella che segna il suo ritorno a scuola, con la sfocatura della figura che ne segnala l’avvenuta trasformazione. Come un araba fenice Fred forte di nuove consapevolezze risorge dalle proprie ceneri lasciandosi indietro ogni delusione.
Sono contenta che tu lo l’abbia colto perché a livello di messa in scena queste cose sono accadute in maniera molto fluida. In partenza non c’era una presa di posizione così formale. Nella sceneggiatura non c’era scritto che in quel momento Fred si sarebbe trasfigurata. Quello che si vede sono cose accadute in maniera naturale nella consapevolezza che si parla della zona più delicata del film, quella dove lei muore a se stessa, perdendo l’idea di se che poi in qualche modo è chiamata a rifondare: posto il fatto che in qualunque processo di crescita, ancora di più nell’adolescenza, c’è il momento dell’individuazione. Per tutto il film Fred non è stata mai un’individua. Un po’ perché coinvolta all’interno di un processo di omologazione che l’ha spinta dalla parte dei ragazzi, un po’ per aver parte ricoperto il ruolo di civilizzazione della componente maschile. Questo però non le impedisce di individuarsi. Vederla uscire da scuola lasciandosi alle spalle il brutto e il bello di quanto è accaduto ne è la testimonianza. Fred si è liberata dei loro sguardi e per questo appare davanti a noi. All’inizio quando era entrata a scuola per la prima volta non poteva comparire davanti alla mdp perché era oggetto dello sguardo degli altri mentre alla fine è il soggetto di quel punto di vista.

Le inquadrature
Un anno di scuola è emozionante per l’autenticità dei sentimenti messi in campo ma anche per come le immagini contribuiscano a costruirne il senso. Per iniziare a parlarne ti chiedo della particolarità delle inquadrature che a partire dalla scena iniziale e lungo tutto il film sembrano costruite per riprodurre la vertigine della giovinezza attraverso una dialettica tra alto e basso. Lo fa la prima scena mettendo in relazione cielo e terra. La fa il film incorniciando l’esperienza di Fred all’interno di due sequenze, quella iniziale e quella finale in cui vediamo la ragazza salire le scale e poi scenderle. Lo è la scena in cui i ragazzi si tuffano in acqua e la mdp li riprende dall’alto. Una dialettica presente anche nelle parole dei protagonisti se è vero che a un certo punto Antero parlando di letteratura dice che la felicità non è qualcosa che sale ma che cade. Potrei citare altre scene ma finisco con quella che suggella la decisione di Fred di tornare a studiare. La sua scelta è accompagnata all’immagine di lei che volge il suo sguardo verso l’alto.
Sono d’accordo con te. Tutte le inquadrature riportano alla vertigine della giovinezza ma anche alla verticalità della città perché per me queste due cose sono intrinsecamente legate: non solo perché l’adolescenza l’ho spesa a Trieste, città verticale se ce n’è una, ma anche per avere un paesaggio capace di rappresentare uno stato d’animo. Per me le location sono sempre legate all’interiorità dei personaggi. Banalmente anche il fatto che il primo appuntamento tra Antero e Fred sia un’ascesa ribadisce una verticalità già presente nelle location oltreché sui passaggi di soglia che nominavi poco fa. Un anno di scuola è un film di soglie. Molti dei momenti cruciali si giocano sull’atto di varcare una soglia. Pensa alla porta o meglio, alla saracinesca che i ragazzi chiudono in faccia a Fred e al fatto che poi lei riesce a varcarla venendo meno alla promessa iniziale, al fatto che nessuna ragazza poteva entrare come pure alla premessa del racconto. Lì la verticalità della storia torna a farsi vedere perché da quel momento in poi le cose iniziano di nuovo a precipitare. E ancora, a proposito di soglie, non è un caso che il primo bacio tra Fred ed Antero avvenga attraverso un vetro e in un ex posto di controllo doganale lungo il confine tra Italia e Slovenia. Io ho sempre con me un quadernetto dedicato al progetto su cui sto lavorando. Per questo uno dei primi appunti è stato che Un anno di scuola era un film di soglie. Figurati che sul comodino avevo I riti di passaggio di Arnold Van Gennep. Il mio cervello era monopolizzato da questo argomento e su quelli relativi alla vicinanza e alla distanza, alla separazione e all’ individuazione.
Una delle soglie presenti nel film è rappresentata dalla lingua parlata e dalla diverse funzioni svolte dall’uso dell’italiano e dall’inglese. Il passaggio dalla lingua straniera a quella autoctono segna l’accettazione di Fred da parte della compagine maschile mentre quando la storia d’amore viene meno Fred risponde ad Antero in Inglese. La lingua crea vicinanza o distanza a seconda del caso.
La lingua è uno strumento di potere. Lo è in senso generale mentre in questo film è dosato in maniera intenzionale e attenta perché è quello che attiva pratiche di inclusione o esclusione, con Fred che fin dall’inizio si spinge di continuo verso i ragazzi. Se hai notato c’è un’altra scena in cui Mitis e Alice, la sua fidanzata, litigano davanti a tutti. Alice sente continuamente l’ingerenza del gruppo all’interno della loro relazione per cui inizia a parlare sloveno per non farsi capire dagli altri, escludendoli di fatto dalla sua vita. E ancora c’è, come hai detto tu, il fatto che Antero costringe Fred a parlare la sua lingua. E’ un atto violento a cui la ragazza giustamente risponde dicendo a lui di fare lo stesso iniziando a parlare lo svedese.

Un anno di scuola di Laura Samani: un film circolare
Uno dei momenti fondamentali del film è dato dalla circolarità tra il piano sequenza iniziale e quello finale che sintetizza in maniera esemplare il viaggio dell’eroina all’interno della storia. Il primo aspetto è dato dalla scelta di girare la sequenza d’apertura con questa falsa soggettiva giustificata dal fatto che Fred non ha ancora un’identità all’interno della scuola. Per i motivi opposti in quella finale Fred domina la scena attraversandola in prima persona. La vediamo raggiante e sicura di se mentre si lascia alle spalle il muro della scuola che ha rappresentato uno dei momenti più bassi della sua esperienza.
Oltre a questa c’è un ulteriore possibilità di leggere quella soggettiva, ipotizzando che essa rappresenti l’entrata degli spettatori nella storia e dunque il loro sguardo che si unisce a quella degli altri maschi intenti a spiare Fred dal buco della serratura. Almeno all’inizio diventiamo parte di questa gang e quindi a nostra volta la osserviamo come oggetto fino al momento del furto degli abiti nello spogliatoio. Da quel momento intenzionalmente la mdp rimane con lei, schierandosi dalla sua parte come se si trattasse di un posizionamento di fazioni. Nel finale invece c’è il privilegio di aver capito tutti i punti di vista, incluso quello di Fred, perché non si esce dal film con un atteggiamento manicheo, e cioè con il pensiero che il maschile sia cattivo e il femminile buono. Per questo usciamo da scuola con lei essendo in grado di capire e condividerne lo stato d’animo; addirittura guardandola in faccia e non andandole dietro. Ne anticipiamo i passi come se volessimo spazzare la strada su cui sta avanzando. Tenere tutte queste cose insieme ha reso la scena difficile da realizzare dal punto di vista tecnico.
Tornando al piano sequenza iniziale e al significato di quella falsa soggettiva che rimane tale fino al momento in cui Fred esce dalla porta da cui i ragazzi la stanno spiando, ho individuato nella coincidenza tra il tuo sguardo e quello di Fred un’adesione autobiografica ai fatti del film.
In qualche modo sì, io e l’altra sceneggiatrice siamo Fred nel senso che abbiamo scritto questo personaggio con le caratteristiche che avremmo voluto avere alla sua età. Chiaramente ha delle somiglianze con noi per come si muove nel mondo, per la sua attitudine, e perché potevamo permetterci di fargli dire cose che abbiamo avuto il tempo di elaborare e che all’epoca potevano sfuggire alla nostra comprensione.

La storia
A parte le note di produzione in cui troviamo riscontro sul tempo e sul luogo dei fatti, in Un anno di scuola non ci sono riferimenti espliciti alla Trieste del 2007, epoca in cui si svolgono i fatti trattati dal film. Una scelta, la tua, che favorisce la dimensione archetipica del racconto sull’arrivo dello straniero che sconvolge gli equilibri preesistenti. Si tratta di una soluzione che mette lo spettatore nella stessa prospettiva dei ragazzi ricreando la distanza dal mondo che contraddistingue l’adolescenza nell’anno che porta all’esame di maturità. Della cronaca di quel tempo non c’è traccia così come delle famiglie dei protagonisti perché così è la bolla esistenziale della giovinezza.
E’ esattamente come dici ma per un duplice motivo: da un lato c’è il fatto che tendenzialmente gli adulti sono esclusi da questa dimensione perchè per i ragazzi la vita è altrove: anche se il film si chiama Un anno di scuola e noi stiamo con loro dal primo giorno all’ultimo l’esistenza è fuori; non è nelle lezioni e nei corridoi della scuola ma per esempio nel ritrovo esclusivo in cui Antero, Pasini e Mitis il più delle volte rimangono a dormire. Dall’altro, per parlare della città non avevo intenzione di fare una cartolina perchè penso che Trieste possa avere la stessa dignità di altre città e quindi essere trattate in maniera normale, senza il bisogno di filmare nelle strade e nei siti più famosi per la preoccupazioni di renderla riconoscibile al pubblico.
Retrodatare la storia ti ha anche permesso di depotenziare l’importanza della componente tecnologica nelle vite dei protagonisti a favore di un racconto che da più spazio ai sentimenti e al fattore umano.
Sono cambiati i mezzi ma le sensazioni sono le stesse anche perché mi sono trovata a lavorare con adolescenti della Gen Z, che fanno largo utilizzo dei social. Rispetto ad allora sono solo cambiati gli strumenti. A me quell’epoca interessava non solo per motivi autobiografici – essendomi io diplomata nello stesso anno dei protagonisti – ma perché volevo che ci fosse un rimando al tramonto di un’epoca riferito non solo all’ultimo anno di scuola, destinato a decretare l’entrata nel mondo degli adulti, ma anche ad eventi storici come lo furono l’avvento dei social e ancora la crisi economica americana e le sue conseguenze in Europa, in Italia e nel nord est del nostro paese e da ultimo l’ingresso della Slovenia nei patti di Schengen che portò alla fine della rigida contrapposizione tra due emisferi considerando che la Cortina di Ferro a sud finiva a Trieste. Questo per dire che i personaggi del film vivono quei giorni come la fine di un’epoca con la e maiuscola.

Laura Samani prima di Un anno di scuola
Ho apprezzato tantissimo la scelta di passare da un film come Piccolo Corpo che pur nella sua umanità si presentava come un’opera sofisticata a Un anno di scuola, in cui mantenendo intatto sguardo e poetica ha deciso di lavorare sulle forme del cinema di genere come facevano i cineasti della nuova Hollywood. Peraltro i due film presentano diversi punti di contatto a cominciare dal fatto che entrambe le protagoniste sono chiamate a mettere in discussione lo status quo delle comunità nelle quali sono inserite e che in ambedue i casi lo fanno in nome dell’amore.
È bellissimo che tu osservi questa continuità perché sei uno dei pochi che lo sta facendo. Questo mi rassicura perché molte persone sono rimaste un pò smarrite su questo argomento mentre secondo me non credo di dover essere io a spiegare le somiglianze, le differenze e le ragioni tra questi due film. L’unica cosa che ti posso dire è che in entrambi i casi si racconta quella che De Martino chiamava la crisi della presenza, cioè il timore di non esserci, il fatto di dover proteggere la propria esistenza. Nel caso di Piccolo corpo la paura è quella di perdere il proprio affetto; di perdere se stessa identificandosi nel ruolo di madre. Nel fatto di non potersi dichiarare madre e quindi nel timore di non potersi ricongiungere alla figlia dopo la morte. In Un anno di scuola questa crisi della presenza ha a che vedere con la costruzione di un’identità, quindi torniamo all’inizio, al discorso di separazione, di individuazione e di appartenenza. In entrambi i casi le giovani protagoniste sono loro malgrado donne In questo senso il passaggio dal primo al secondo film mi sembra emblematico e secondo me molto poetico.
Tanto Piccolo Corpo era immerso nella dimensione della morte ma comunque con una prospettiva di rinascita, tanto Un anno di scuola è immerso nella vita, anche qui con un processo di superamento del dolore.
Sì, assolutamente. Oltre al fatto che avevo proprio bisogno di fare un film sulla vita dopo averne fatto uno sulla morte. In più volevo raccontare una protagonista che vince sopravvivendo. Ecco, forse era questa la grande promessa che mi portavo dietro dopo Piccolo Corpo, il fatto di riuscire a tenere tutto insieme facendo sopravvivere la mia eroina.

Richiami e riferimenti
Parlando delle reference del film vorrei chiederti di una scene più belle del film, quella in cui Antero e Fred si baciano attraverso il vetro dell’ex dogana. In essa ho trovato lo spirito ludico e la libertà tipica della Nouvelle Vague. Mi pare che il film sia impregnato dei suoi film, in particolare di Jules e Jim non solo per il contesto narrativo che vede Fred al centro di un duplice innamoramento ma perchè con quel cappello e quella maglietta a righe lei ricorda da vicino il personaggio di Jeanne Moreau.
Le tue sono considerazioni corrette nonostante abbiamo promesso a noi stessi di non incastrarci in reference che per forza di cose abbiamo interiorizzato in maniera così perentoria. Il cappello indossato da Fred rientra nella reference da te individuata. Per il resto non abbiamo riguardato nessun film, soprattutto quelli della Nouvelle Vague perché avendoli interiorizzati così tanto c’era il rischio di rifare sempre la stessa cosa. Così come riferimento principale avevamo le foto di un fotografo contemporaneo tedesco poco più giovane di me che si chiama Josh Kern. Lui scatta su pellicola immortalando le serate di bagordi con i suoi amici. In molte di queste ci sono baci e autoscatti che hanno un energia punk alcolica e sgarrupata che a me piaceva tantissimo, quindi anche con Inès Tabarrin, la direttrice della fotografia, abbiamo lavorato tanto su quel tipo di energia. Nelle specifico la scena a cui ti riferisci nella sceneggiatura originale non era pensata così. Il vetro non ci doveva essere poi però succede che le intuizioni trasformano i limiti produttivi in un occasione creativa e così è stato.
Le immagini sono frutto di un modo di girare molto energetico tipico del documentario in cui la vita viene ripresa in maniera non prestabilita e dunque con i personaggi che entrano ed escono dal campo invece che essere sempre al centro dell’inquadratura. Parlando della fotografia il film è attraversato da luci morbidi e colori tenui. Vorrei sapere qualcosa in più su questi aspetti.
Per quanto riguarda la messa in scena non sono una regista iper formale nel senso che per me la precedenza non ce l’ha l’immagine ma i corpi e lo spazio. Tutto il resto viene di conseguenza. Sulla pasta dell’immagine Ines ha fatto un lavoro molto attento. Essendo cresciuta a Trieste sono viziata dalla memoria e dall’abitudine quindi mi sono fidata molto delle prime impressioni. Ne abbiamo parlato a lungo dopo di chè ho dato la precedenza allo sguardo di Ines e a quella della scenografa Federica Bologna considerando che il loro sguardo era più fresco perchè non condizionato da ricordi precedenti. . Entrambe mi hanno restituito una palette di colori dominati dall’albicocca e dall’azzurro polvere che solo uno sguardo “giovane” come il loro poteva cogliere nella Trieste di oggi.
Il lavoro con gli attori
Uno dei pregi del film è l’autenticità dei sentimenti messi in campo e dunque del tuo modo di lavorare con gli attori. Come mi ero innamorato a suo tempo del personaggio interpretato da Celeste Cescutti così è successo per quello di Stella Wendig. In entrambi i casi e come per gli altri personaggi si trattava di interpreti che apparivano per la prima volta sullo schermo senza avere esperienze precedenti. Che metodo hai adottato per riuscire a raggiungere un tale livello di verosimiglianza.
Io scelgo persone che mi piacciono. Ho bisogno di lavorare con individui con cui poi mi va anche di andare a bere una birra, fare una passeggiata. Insomma ci deve essere innanzitutto un rapporto umano. Sicuramente la scelta è ricaduta su dei ragazzi con delle qualità nel senso più neutro del termine e con delle caratteristiche simili ai personaggi che incarnano. Non necessariamente con una vita analoga però con le stesse reazioni agli stimoli e agli eventi. Per trovare Stella e gli altri ragazzi triestini con Davide Zurlo abbiamo fatto uno street casting importante. Ci sono stati ragionamenti di carattere umano e di attitudine al lavoro anche perché non voglio neanche farti immaginare una dinamica troppo lassista. Cercavo una propensione al lavoro che fosse calda, umana e però capace di andare verso una progressiva professionalizzazione. Così è successo e il risultato ci ha davvero soddisfatto.