Proiettato al Bolzano Film Festival il 12 aprile, Magalhães di Lav Diaz ci presenta la figura del noto esploratore portoghese in una dimensione tragicamente umana. Il grande navigatore viene ridotto a uomo mortale vittima delle sue credenze e dei simboli, in una spirale che lo porterà alla morte.
Magalhães: da mito a uomo
La prima scena della pellicola introduce a una fitta giungla delle Filippine, avvolta dalla nebbia e sospesa nel tempo. Una nativa del posto, terrorizzata, avverte i suoi compagni dell’arrivo di un uomo bianco. Uno dei pochi momenti dove vediamo il colonizzatore come una figura terrificante, un dio furioso e mortale portatore di distruzione. Ma ecco che il film fa un salto indietro di qualche anno, qualche tempo prima dell’inizio della spedizione di Magellano (Gael García Bernal).
L’esploratore portoghese è un uomo meschino, arrogante e truffatore. La sua maschera religiosa è un orpello per coprire le sue fragilità umane. Lo vediamo spesso delirante e in preda a una sindrome messianica, mentre guida uomini che forse lo considerano davvero come un dio, o forse riescono a vederne, senza riferirglielo apertamente, la sua natura umana e fragilissima. Un castello di carte pronto a crollare al primo soffio di vento, come quello che spinge la sua imbarcazione.
La potenza del film risiede (insieme alle inquadrature statiche di Lav Diaz, veri e propri quadri a la Werner Herzog dove i movimenti di macchina sono rari) nei momenti in cui vediamo Magellano solo con se stesso. La statua del Gesù bambino, che porta ovunque, sia sulla nave che a terra, è il feticcio materialistico di un uomo con il complesso di dio; il legno dell’idolo sostituisce la carne del figlio che ha perso.
L’assenza dell’amore
La presenza femminile nella sua vita è distante, e quando appare è un fantasma di ciò che la sua mente genera. La moglie di Magellano, Beatriz Magellan (Ângela Azevedo), scrive al marito lettere tragiche, cariche di amore e umanità, quella stessa umanità che manca a bordo del veliero di lui, dove le esecuzioni sono diffuse e facili.
Quando sua moglie parla del figlio che hanno appena perso, Magellano è abbracciato alla sua amata in un abbraccio da iconografia religiosa. Forse l’unico vero istante della pellicola in cui la sua umanità lo conduce a provare sentimenti amorosi e delicati. L’avidità di potere economico, religioso e politico si ferma per qualche istante.
Il colonialismo tra fantasmi passati e presenti
La tensione che percepiamo lungo tutto il viaggio in mare si fa concreta non appena la spedizione di Magellano giunge nelle Filippine.
La sostituzione della religione, da quella nativa a quella cristiana, e la distruzione degli idoli dei nativi sono il casus belli che porterà alla ribellione dei nativi e alla morte dell’esploratore.
La prima messa che viene celebrata non è né spontanea né voluta: è una dichiarazione di prepotenza, tuonante e imposta. La religione viene usata come arma silenziosa generando l’ira dei nativi, dipinti dai colonizzatori come selvaggi e brutali sia nelle abitudini che nelle azioni. Un’inquietante analogia dei conflitti coloniali che ancora oggi tormentano il medio oriente, dalla Palestina allo Yemen.
Un film funesto ma necessario.