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Il cinema di Ettore Scola: storia e psiche di un’Italia che cambia

Da vignettista a regista di culto della commedia all'italiana: retrospettiva su Ettore Scola attraverso i suoi film più memorabili

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Ettore Scola

Ettore Scola è stato uno dei registi protagonisti della commedia all’italiana. Un uomo che conosceva bene l’Italia e i cambiamenti che negli anni l’avevano attraversata e modificata. Con i suoi film ha saputo raccontare sogni e debolezze, vizi e virtù di diverse generazioni di italiani. Il suo cinema ha saputo essere elevato senza essere sofisticato, riuscendo a essere al contempo popolare ed elegante, grottesco e profondo, malinconico e divertente.

Ettore Scola: dal Marc’Aurelio al grande schermo

Ettore Scola nasce a Trevico, in provincia di Avellino, il 10 maggio 1931. Pochi anni dopo si trasferisce a Roma, dove vivrà tutta la sua vita. All’età di quindici anni la sua nota ironica è già evidente. Inizia a disegnare vignette per la rivista umoristica Il Marc’Aurelio della quale diventa collaboratore. Qui, conoscerà quelli che saranno i mostri sacri del cinema italiano: da Age & Scarpelli a Steno, passando per Federico Fellini. La magica redazione de Il Marc’Aurelio verrà poi meravigliosamente raccontata nel suo ultimo film: Che strano chiamarsi Federico

A partire dalla metà degli anni 50, Ettore Scola inizia a scrivere sceneggiature per alcuni dei più popolari registi italiani, arrivando a firmare due dei capolavori di Dino Risi: Il sorpasso e I Mostri. Debutta alla regia nel 1964 con Se permettete parliamo di donne, dando il via a una carriera da regista che lo porterà a dirigere ben 30 lungometraggi. 

Riusciranno i nostri eroi a salvare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?

Con Riusciranno i nostri eroi, Scola firma nel 1968 il suo primo grande successo commerciale: Fausto (Alberto Sordi) è un ricco editore romano che intraprende un viaggio nel cuore dell’Angola per ritrovare il cognato disperso, Oreste (Nino Manfredi). Affascinato dalla meta esotica e alla ricerca di una via di fuga dal vuoto esistenziale che il benessere occidentale gli ha riservato, Fausto scoprirà nel suo viaggio che la realtà è ben diversa e più complessa dalle sue fantasie postcolonialiste. Attraverso una storia vagamente ispirata a Cuore di Tenebra, il regista mette a nudo l’arroganza della borghesia romana del boom economico, incarnata da un Alberto Sordi magistrale nella sua sgradevolezza. 

Il confronto finale tra Fausto e Oreste diventa una riflessione malinconica sulla fuga: di fronte al tuffo liberatorio di Oreste, che sceglie l’autenticità di una vita selvaggia al ritorno nella triste mediocrità quotidiana, Fausto fa per seguirlo, ma si blocca. In un turbinio ipnotico a ritmo tribale, rivediamo tutte le esperienze del suo viaggio, positive e negative. “Si vuole buttare anche lei?” viene chiesto a Fausto nell’ultima inquadratura del film: “non lo so, non ho le idee chiare“. In questo dubbio c’è tutta la crisi dell’intellettuale borghese italiano: la consapevolezza che il benessere economico è una gabbia, unita all’incapacità cronica di spezzare del tutto le catene. Scola chiude il film non con un punto, ma con un punto di domanda, lasciando il suo protagonista e lo spettatore sospesi in un limbo di insoddisfazione

C’eravamo tanto amati

Ettore Scola

C’eravamo tanto amati, regia di Ettore Scola. L’immagine è stata gentilmente concessa dall’Ufficio Stampa di Torino Film Festival.

In C’eravamo tanto amati, Ettore Scola racconta trent’anni di storia italiana, dagli ultimi anni della guerra alla metà degli anni settanta. Il film segue le parabole esistenziali di Gianni (Vittorio Gassman), Nicola (Stefano Satta Flores) e Antonio (Nino Manfredi), tre ex partigiani conosciutisi in montagna durante la resistenza. Con la fine della guerra, le loro vite prendono direzioni diverse: Gianni è un avvocato che tradisce i propri ideali per l’ascesa sociale e il denaro, Nicola è un intellettuale che sacrifica famiglia e carriera per l’amore cieco verso il cinema e gli ideali, mentre Antonio è un portantino che rimane fedele alla propria classe sociale. A legarli e dividerli nei decenni c’è l’amore per Luciana (Stefania Sandrelli), donna intelligente che tenta di inseguire i propri sogni da attrice, finendo per scontrarsi con la durezza della realtà. 

I sogni inesauditi di cambiamento

Verso la fine del film i  tre protagonisti si rincontrano dopo diversi anni, trovandosi costretti a fare i conti col proprio passato e con l’avvenire. Il tempo ha piegato i loro grandi sogni rivoluzionari, le “grandi ambizioni” della resistenza e del dopoguerra. 

“Volevamo cambiare il mondo, invece il mondo ha cambiato noi.”

Gianni e Nicola litigano violentemente senza accorgersi di essere ancora d’accordo sui loro ideali non esauditi. È il racconto di due idealisti che, delusi dal presente in cui vivono, che esprimono questa frustrazione scendendo alle mani, solo per riversare la loro rabbia verso qualcosa o qualcuno. I due nemmeno si accorgono che la loro rabbia andrebbe indirizzata su Gianni, che li assiste in silenzio, il quale tradendo e rinnegando quegli stessi ideali si è arricchito. È proprio dalla sua bocca di uomo disilluso già da tempo che escono queste parole:

“Il futuro è passato e non ce ne siamo nemmeno accorti.”

Il film riesce, anche visivamente, a raccontare un’Italia che cambia. Il passaggio dal bianco e nero iniziale al colore riflette cronologicamente la trasformazione del paese, che sfuma progressivamente nei colori saturi del benessere economico. È la storia di un’Italia che pur avendo vinto la guerra contro il fascismo, ha perso la sfida contro la modernità capitalista. Qual è la soluzione? Cosa possiamo fare? Nel finale è lo stesso Scola ad ammettere di non avere risposte, riuscendo, come sempre, a far nascere una risata dall’amarezza: Antonio e Nicola litigano in maniera quasi metacinematografica sulla conclusione stessa del film, che si conferma essere la frase detta da Antonio dopo aver scoperto l’immensa ricchezza di Gianni:

“Insomma, Boh!”

Brutti, sporchi e cattivi

Ettore Scola

Con Brutti, sporchi e cattivi, Scola compie un’operazione di rottura, distruggendo il mito neorealista del “povero ma buono”. Ambientato tra le baracche fatiscenti della periferia romana, il film segue le vicende di Giacinto (Nino Manfredi) e della sua sterminata famiglia. Tutti sono ossessionati dal milione di lire che il vecchio patriarca possiede come risarcimento per la perdita di un occhio sul lavoro e che lui nasconde gelosamente. Giacinto è spregevole sotto ogni aspetto, non ha alcun affetto nei confronti dei suoi familiari arrivando a ferire la moglie con un coltello e a sparare a suo figlio. L’unica donna che ama è una prostituta, solamente perché ella gli dà l’animalesco piacere sessuale che non trova nella moglie.

Il film si chiude con l’immagine della giovanissima nipote già incinta che va a prendere l’acqua: la famiglia è destinata ad allargarsi ancora, la miseria di quella vita si ripeterà di generazione in generazione.

L’altra faccia della società del benessere

Ettore Scola usa il grottesco non per giudicare moralmente i suoi personaggi, ma per mostrare la violenza di un sistema che ne ha annullato la dignità. Facendo ciò, riesce a dimostrare la sua capacità di narrare l’emarginazione senza mai scadere nel pietismo. La scelta di ambientare la narrazione in cima ad una collina carica l’inquadratura di un significato politico immediato. In primo piano troviamo un ammasso di case fatiscenti mentre, sullo sfondo, svetta la cupola di San Pietro insieme ai palazzi della città benestante. Un orizzonte fisico vicinissimo ma socialmente precluso a chi è confinato in quella discarica umana.

Gli incubi di Giacinto sono abitati dalla società dei consumi, l’imperativo ad acquistare prende forma nella paura che i suoi familiari sperperino il suo milione di lire acquistando oggetti. Eppure, più avanti nel film, è lui stesso a cedere a quell’imperativo. Spende infatti buona parte del denaro in una bellissima macchina che non sa nemmeno guidare, mentre la sua famiglia continua a vivere di stenti.

Una giornata particolare

Ettore Scola

È l’8 maggio 1938, il giorno della parata per la visita di Hitler a Roma. Tra gli appartamenti vuoti dei palazzi Federici riecheggia il gracchiare della radio condominiale. la storia con la “S” maiuscola rimane confinata all’esterno. Al centro della scena ci sono due persone sole che il regime fascista ha spinto ai margini. Da un lato Antonietta (Sophia Loren), una madre sfinita e annullata dal ruolo di angelo del focolare. Dall’altro Gabriele (Marcello Mastroianni), un ex annunciatore radiofonico perseguitato in quanto omosessuale. 

Il loro incontro, nato quasi per caso in un edificio svuotato dalla folla accorsa alla sfilata, diventa un atto di resistenza civile silenzioso. Mentre fuori la massa celebra il culto della forza e dell’uniformità, dentro un appartamento due emarginati si riconoscono e si offrono una reciproca, momentanea salvezza. Antonietta è ingenua, quasi incolta, perché così il regime la vuole. Il suo incontro con Gabriele è prima di tutto un risveglio intellettuale, egli è capace di smontare il mito fascista che le è stato inculcato. Quando lui le presta un libro, I tre moschettieri, compie un atto rivoluzionario: le restituisce il diritto all’immaginazione e alla cultura, territori che le erano stati preclusi in quanto femmina. 

Il finale è, se possibile, uno dei più amari della filmografia di Scola. Dopo aver vissuto quella giornata particolare di libertà e scoperta, Antonietta vede Gabriele portato via dalla polizia. Lei torna a letto, spegne la luce e aspetta il marito che, eccitato dalla parata, vuole “celebrare” la giornata mettendo in cantiere il settimo figlio.

L’eredità di Scola

A poco più di dieci anni dalla sua scomparsa, il cinema di Ettore Scola resta uno strumento fondamentale per leggere le passioni e le contraddizioni dell’Italia. Dal fascismo alla resistenza, fino agli anni del boom: questo regista ha documentato la storia d’Italia attraverso personaggi profondamente umani.

La sua capacità di fare ridere attraverso i dialoghi lo ha reso un intellettuale in grado di parlare a tutti, senza mai risultare paternalistico. Tutto questo mantenendo in ogni pellicola un profondo significato politico e sociale, mai retorico o banale e senza la pretesa di dare risposte nette. I suoi film, dai più comici ai più tragici, finiscono sempre con noti dolceamare. Riescono a far ridere pur raccontando verità anche molto scomode e spesso malinconiche, lasciando lo spettatore alle sue riflessioni nei titoli di coda.