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Hilal Baydarov a Ultracinema: fin dove arrivano sguardo e parola?

La visione di Hilal Baydarov a Ultracinema Art Festival: il potere di immagini e parole in 'Sermon to the Void' e 'Sermon to the Birds'

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Hilal Baydarov

Un viaggio verso i confini dell’esistenza e del linguaggio cinematografico. Il regista azero Hilal Baydarov presenta i suoi lungometraggi Sermon to the Birds e Sermon to the Void alla prima edizione di Ultracinema Art Festival (UAF).

L’evento nasce a Ferrara dalla visione del cineasta e scrittore Jonny Costantino, direttore artistico del festival nonché responsabile del corso di Regia e vicedirettore artistico della Blow-up Academy (BUA).

UAF ha debuttato come uno spazio dedicato a visioni radicali e “ultra”, riunendo autori che mettono in discussione le forme tradizionali del racconto attraverso immagini evocative e profondamente personali.

È proprio in questo contesto che il cinema di Baydarov trova una collocazione naturale. Un cinema che rifiuta la logica narrativa per farsi esperienza attraverso un’interrogazione continua sui limiti dello sguardo e della parola.

Biografia di Hilal Baydarov: da allievo di Béla Tarr a Venezia

Hilal Baydarov

Hilal Baydarov presenta ‘Sermon to the Void’ e ‘Sermon to the Birds’ a Ultracinema Art Festival. Immagine gentilmente concessa dal festival.

Hilal Baydarov nasce nel 1987 a Baku, tra le montagne dell’Azerbaigian. Inizia la sua formazione accademica studiando matematica, fino al conseguimento di una Laurea in Informatica. La passione per il cinema non tarda ad arrivare e nel 2013 si iscrive all’Accademia del cinema di Sarajevo, diventando allievo di Béla Tarr.

I primi lavori del regista passano inosservati, fino a che, nel 2019, un’importante collaborazione con il produttore e regista Carlos Reygadas dà a Baydarov l’occasione di fare un “salto di qualità” soprattutto per quanto riguarda la post-produzione dei suoi film.

È l’inizio dell’ascesa del regista azero nella scena cinematografica internazionale. Nel 2020 arriva la candidatura al Leone d’oro alla 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia con Səpələnmiş ölümlər arasında (In Between Dying). Sarà però proprio lui stesso a sostenere di aver scoperto il vero potere del cinema a partire dai suoi lavori più recenti della Sermon Trilogy (trilogia dei Sermoni).

Nella sezione Ultrafeat di Ultracinema Art Festival di Ferrara vengono proiettati proprio due capitoli di questa trilogia: Sermon to the Birds (2023) e Sermon to the Void (2025). Quest’ultimo viene proiettato anche fuori concorso alla 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

La trilogia dei Racconti di guerra: Sermon to the Fish (2022), Sermon to the Birds (2023) e Sermon to the Void (2025)

Sermon to the Fish

Estratto da ‘Sermon to the Fish’

La trilogia, che parte nel 2022 con Sermon to the Fish, rientra nel filone del cinema contemplativo e sperimentale che si lascia alle spalle la narrazione tradizionale e dissolve il racconto per aprirsi a una dimensione più astratta e meditativa. La consequenzialità con cui si costruiscono i film, per Baydarov, diventa una sintomatologia della visione, come lui stesso afferma in un’intervista a Venezia: “Sono allergico alla logica e alle storie”. Non è necessario, secondo lui, porre una logica in tutto quello che vediamo, dovremmo, piuttosto, sentire invece di capire.

I tre film portano dentro di loro gli echi di un periodo doloroso per l’Azerbaigian, un periodo di guerra che nel 2020 ha visto le forze azere combattere contro quelle armene. La guerra nei film di Baydarov non è davvero presente, la distruzione non è realmente visibile, ma c’è una sensazione, nelle sue immagini e nelle parole, che riporta ad una condizione personale ed esistenziale di solitudine e smarrimento.

In Sermon to the Fish la morte è annunciata e ormai ricopre tutto quello che circonda Davud (Orkhan Iskandarli, interprete di tutti i film di finzione di Baydarov). La premessa qui è leggermente più narrativa che nei due film successivi: il protagonista ritorna dalla guerra e scopre che tutti i suoi concittadini sono morti a causa di una malattia che li ha fatti imputridire. La sorella (Rana Asgarova, anche lei presente in tutti i film della trilogia), l’unica sopravvissuta, ma anche lei malata, racconta a Davud che lì non c’è più niente, l’acqua si sta prosciugando e non c’è né luce né gas.

In questo primo capitolo della trilogia la fine non è un evento, ma una condizione che permea ogni cosa. La malattia diventa simbolo di una decomposizione più ampia, che investe realtà, memoria e identità. In questo scenario, la guerra non appare più come un evento concluso, ma come una presenza persistente e corrosiva, che continua a contaminare ogni cosa. Il conflitto si insinua nei corpi e nei luoghi, trasformandosi in rovina silenziosa.

Fare cinema è come specchiarsi: parlare della morte significa parlare di vita

Sermon to the Birds

Estratto da ‘Sermon to the Birds’.

In Sermon to the Birds lo stile di Baydarov si conferma nuovamente. Qui la “trama”, se di trama si può parlare, racconta la storia di Davud e Sura che, sotto assedio e in attesa dell’arrivo del Cacciatore, si spostano tra le montagne.

L’incipit del Sermone si apre con un paesaggio in bianco e nero e un uomo, in lontananza, che cammina dandoci le spalle. Lentamente i colori iniziano ad apparire. O meglio, il cinema lentamente inizia ad apparire e l’immagine si colora dell’azzurro dell’acqua, del verde delle piante e del giallo (colore che tornerà prepotente nel film successivo) dell’abito indossato dall’uomo. Si ha da subito la sensazione che davanti a noi si apra qualcosa, come un sipario o un’orizzonte, ma dopo alcuni secondi, in cui la realtà del colore ha completamente immerso la scena, sentiamo uno sparo e l’uomo cade a terra. Poi la voice over del protagonista ci introduce al resto del film: “Questa è la nostra storia. Tutti muoiono nella nostra storia, perché la morte è tutto quello che vediamo”.

Così si apre il secondo capitolo della trilogia dei Sermoni di Hilal Baydarov, con un chiaro rimando alla scena iniziale del suo film del 2018 In Beetwin Dying e una presa di coscienza che è alla base della sua arte e del suo sguardo verso il mondo: tra la morte e la vita non c’è differenza.

La natura poetico-esistenziale di questa affermazione non è altro che la rivelazione di un’intima ossessione e devozione, quella del regista, per lo sconosciuto e l’incerto. Per Baydarov il cinema non è intrattenimento o divertimento, per lui il cinema è un viaggio verso l’ignoto, un atto di esplorazione radicale, un mezzo per attraversare ciò che sfugge alla comprensione, una tensione verso ciò che non può essere pienamente detto.

Natura e metafisica dei corpi: l’attesa di un destino segnato

Hilal Baydarov Sermon to the Birds

Estratto da ‘Sermon to the Birds’.

Sermon to the Birds è un film che si immerge completamente nelle foreste delle montagne dell’Azerbaigian, rendendole il personaggio “nascosto” del film, ma anche il più presente della storia.

Il regista cresce fin da bambino tra il verde di quei boschi, ma nonostante la bellezza e la fascinazione, non può far altro che sentirli come luoghi bui e misteriosi. È questo lo sguardo che Hilal Baydarov pone sul mondo e quindi sul suo cinema, uno sguardo che si rivolge all’infinità della natura senza chiedere nulla, semplicemente rimanendo in ascolto. La natura, infatti, è sempre presente ed è anche colei con la quale i personaggi interagiscono maggiormente. Davud e Sura sono una “coppia”, parlano del loro matrimonio come se fosse qualcosa a cui sono destinati, ma la loro solitudine è palpabile.

Fin dai primi minuti del film, inquadrature statiche come dipinti fissi su un muro, ritraggono i protagonisti che sembrano fondersi con il paesaggio, il marrone striato dei tronchi sembra un’estensione della treccia castana di Sura, i due personaggi abbracciano gli alberi, si sdraiano e dormono in mezzo al bosco. Una fusione che però non sembra del tutto calcolata e programmata, la sensazione è piuttosto di una spontanea compenetrazione di corpi, una connessione profonda resa quasi visibile dalla dimensione di attesa in cui vivono i personaggi e che viene portata avanti per tutto il film.

La guerra arriva anche dove non può arrivare

Sermon to the Birds Baydarov

Estratto da ‘Sermon to the Birds’

Davud è vestito da soldato, ma la guerra non si vede. Sembra non esserci nemmeno, fino a quando, mentre sono seduti nel bosco, Sura pronuncia una frase; “Dimmi che tornerai vivo dalla guerra e che saremo felici”, ma lui non risponde. La domanda verrà ripetuta svariate volte, fino a trasformarsi in un pianto disperato, mentre Davud, in ginocchio e a sguardo basso, sembra rappresentare quel silenzio, il silenzio di chi non tornerà mai dalla guerra.

La morte questa volta arriva dalla mano della persona amata, è Sura a premere il grilletto. Un gesto di paura e profonda angoscia che diventa metafora di speranza, quella di sottrarre il compagno ad una morte peggiore e al tempo stesso di rassegnazione, per un destino ormai segnato. I colori lentamente si spengono e una nebbia densa invade la scena. Nell’invisibilità sentiamo uno sparo, la guerra è arrivata fin dove non poteva arrivare.

Hilal Baydarov a questo punto ci mostra un altro lato del suo cinema e ci fa rivedere quello sparo, ma rovesciando le parti. La costruzione di questa sequenza strizza di nuovo l’occhio alla struttura di In Between Dying, rivelando la dimensione onirica della scena precedente. Nel suo film del 2020, il regista rappresenta il desiderio del protagonista di trovare una famiglia, attraverso scene ambientate nei boschi. In esse, l’uomo incontra sua moglie e suo figlio. Il volto della donna non verrà mai mostrato così da trasmettere quel senso di irrealtà che in Sermon to the Birds, invece, percepiamo per tutto il film.

La situazione di assedio metafisico arriva così al sua apice e poi si dissolve con l’arrivo del Cacciatore. Davud e Sura sfuggono alla sua violenza, ma solo per consegnarsi, per mano propria, al loro destino, in un finale a cui eravamo già predestinati e che ci ha aspettato fino a quel momento.

Sermon to the Void: l’ultima preghiera va al vuoto

Frame estratto dai Sermoni

Estratto da ‘Sermon to the Void’.

L’ultimo capitolo della trilogia dei Racconti della guerra di Hilal Baydarov si conclude innalzando al massimo il tono enigmatico della ricerca visiva del regista. I colori esplodono, la silhouette del paesaggio e dei personaggi sono appena visibili. Tutto è sfuocato, destrutturato nella sua natura e portato al limite della sua rappresentazione.

Baydarov compone un mosaico d’immagini che non ha niente a che fare con i suoi precedenti lavori, ma che ne conserva l’intima tensione verso l’irraggiungibile. Quello che vediamo, infatti, è la dichiarazione di una ricerca sperimentale e senz’altro radicale che arriva in modo determinante all’interno di un mondo che concepisce il cinema solo in modo narrativo. Eppure possiamo trovare nel suo lavoro echi molto più lontani, di una tradizione più ampia. Quella di autori come Tarkovskij e Bresson, maestri del cinema trascendentale, che condividono uno stile essenziale e contemplativo.

Il nome del protagonista, Shah Ismail, è un richiamo ad un filosofo sunnita vissuto nel XVIII secolo in India. Il testo recitato dagli attori conserva il tono cadenzato della preghiera, come negli altri capitoli dei Sermoni. Questa volta, però, si altera totalmente l’intento “narrativo”, che qui appare assolutamente al di fuori di ogni logica ed interpretazione.

Il fine, quindi, non è più raccontare, ma usare le parole come strumento ecfrastico che accompagna lo spettatore senza indirizzarlo in una direzione precisa, solo portandolo avanti insieme al flusso delle immagini. I riferimenti al mondo orientale, come la ricerca dell’Acqua della Vita, simbolo di rigenerazione e di vita eterna, si intrecciano a momenti in cui viene invece evocato l’Occidente, con rimandi a Zarathustra di Nietzsche. Nonostante ciò i dialoghi, nel loro complesso, proseguono senza la vera necessità di connettersi tra loro, come monologhi paralleli, privi di un reale scambio.

L’escatologia dei colori: cosa succede quando non si vede più niente?

Frame estratto dai Sermoni

Estratto da ‘Sermon to the Void’.

Nel frattempo c’è il deserto, sempre presente, ma mai davvero visibile, che viene letteralmente distrutto dal colore. L’effetto è potente e apparentemente incontrollato, ma è proprio questa tensione a renderlo così affascinante. La sensazione è di muoversi senza vincoli e confini, liberandoci da ogni schema formale per spingersi oltre. È un viaggio, quello che compiono i personaggi, e al tempo stesso lo spettatore, attraverso lande deserte immerse in campiture sature di giallo e di rosso. Un viaggio che non appare più reale, ma interiore, come se quei paesaggi irriconoscibili non fossero più luoghi concreti, ma luoghi dell’anima.

Nasce così un’opera che trova la sua forza proprio nell’instabilità e nella continua apertura. Il cinema moderno, invece, è dotato di uno storytelling sempre coerente. Godibile dal punto di vista intrattenitivo, ma abbastanza limitato nel dare una determinata visione del mondo. Quello che Sermon to the Void cerca di fare è rivelare qualcosa di impossibile da esprimere con una storia, e quindi solo esperibile attraverso le sensazioni. Le immagini, al limite tra la video-installazione, il dipinto e l’arte visiva, sono lo sfondo di un’esperienza che fa del colore il suo vero protagonista, il suo vero punto d’arrivo. Il colore distrugge invece di costruire, ma è una distruzione necessaria per vedere davvero.

Lo sguardo si spegne nel vuoto della libertà

Sermon to the Void

Estratto da ‘Sermon to the Void’

Lo sguardo che richiede questo film è uno sguardo coraggioso, in cerca di qualcosa che va oltre il visibile. “Se non puoi vedermi è colpa tua” recita un personaggio del film, e sembra che in qualche modo stia parlando a noi. Pare chiamarci in causa, costringendoci a interrogarci sul nostro modo di guardare, sui limiti della percezione e sulla responsabilità del nostro sguardo. Ma è proprio quando pensiamo di esserci completamente persi e di non capire quello che abbiamo davanti, che le parole, cariche di una sacralità quasi tangibile, ci trascinano altrove: “Ho visto di tutto. La vergogna della sconfitta, la paura di non esistere, il fasciano per l’infinito, la sublime bellezza, la fuga dal male e il desiderio del bene. Ho liberato me stesso da tutto… nel cuore del deserto, esausto e caduto, uno spirito stanco vede il cielo, libertà!”

In lontananza, in un campo ingiallito, un uomo cammina. Una scena che sembra ripetersi come un leitmotiv nei film di Hilal Baydarov e che pare dirci qualcosa di diverso ogni volta che la vediamo. Ad un certo punto, l’uomo cade a terra, il suo corpo sparisce completamente tra l’erba del campo. Una volta che non vediamo più niente e che tutte le cose sono diventate uguali, possiamo riposare, finalmente liberi.

 

 

Un ringraziamento speciale al team Ultrapress di Ultracinema Art Festival.

Scritto da Nicole Tangerini

Curato da Eleonora Zanardi