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Korea Film Festival

‘Project Y’, commento e intervista al regista Lee Hwan

Un noir-gangster al femminile che ha scosso le poltrone del Florence Korea Film Fest

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Project Y

Presentato al Florence Korea Film Fest 2026, Project Y è la riprova di come i sudcoreani siano tra i maggiori interpreti, e re-interpreti, del cinema di genere contemporaneo. Il terzo lungometraggio di Lee Hwan si inserisce a pieno titolo in una tendenza che rilegge generi storicamente maschili, come il gangster-action movie, proponendo opere che scardinano stilemi stilistici, attraverso anti-eroine forti, coraggiose e intraprendenti (si pensi a recenti film come Kill Boksoon o Ballerina).

Il regista si impegna nel rappresentare al meglio un mondo nascosto: il lato notturno di una città che, calato il sole, cambia completamente fisionomia e abitanti.

In Project Y, Seul, una giungla d’asfalto e neon governata da uomini spietati e maschilisti (alcuni non troppo intelligenti), viene attraversata e messa sottosopra da due sorellastre a suon di inganni e violenza, come solo il cinema orientale può immaginare. Il risultato sono centootto minuti palpitanti e senza un attimo di tregua, che non si limitano ad intrattenere, ma affondano i propri ticchettii nel profondo delle coscienze sociali di chi assiste.

Noi abbiamo avuto il piacere di parlarne attorno ad un tavolo proprio assieme al regista e co-sceneggiatore Lee Hwan.

Quale è stata la genesi di Project Y?

Project Y è il terzo film che ho realizzato. In realtà la sceneggiatura l’avevo scritta già prima del mio primissimo film, che era Park Hwa-young (2017). Inizialmente l’idea era di un film melodrammatico, che vedeva come protagonisti un uomo e una donna, ma in seguito la lasciai un attimo nel cassetto. Dopo aver finito di realizzare il mio secondo film, mi sono posto delle domande su come poter portare avanti filmicamente quella che al tempo era stata solo l’idea embrionale di Project Y. Nel frattempo il destino volle che quell’idea venisse selezionata all’interno dell’Asian Project Market del Busan International Film Festival. Lì incontrai il regista Yeon Sang-ho, con cui avevo già un’amicizia. Lui mi consigliò “perché non provi a farne un film di genere?”. Io accettai la sfida. Da lì decisi di lasciar perdere la parte melodrammatica e pensai che girare un film crime con protagoniste donne potesse essere una cosa molto interessante. Questo è il risultato.

L’ispirazione ti è venuta dal cinema, dalla realtà o da entrambi?

Sono una persona che osserva molto. Amo osservare le persone. Ho avuto molte ispirazioni cinematografiche, però, ecco, credo che le idee mi vengano soprattutto nel momento in cui mi guardo intorno e osservo gli altri. Piuttosto che persone comuni, a me piace andare a indagare gli individui più esclusi, più alienati, più isolati; le persone più socialmente deboli, se possiamo definirle così. E da questa volontà di osservare nascono i personaggi e dai personaggi, poi, nascono le storie.

Il cinema di genere molte volte è una delle espressioni della Settima Arte che consente più libertà.  Oltre che da una volontà artistica, sei stato anche mosso da un intento sociale e/o politico durante la realizzazione di Project Y?

Sì, credo che possano coesistere entrambe, sia la mia espressione artistica che la voce sociale. In Corea di film noir femminili non ce ne sono tanti, però ci sono, ma non per questo mi sono ispirato a loro. Quello che ho voluto fare io in questo film noir al femminile è semplicemente cercare di descrivere e rappresentare nel miglior modo possibile quelle che sono le ripercussioni scaturite da una scelta fatta. Questi personaggi si ritrovano in questa condizione a causa del loro desiderio e della loro ambizione. Si scoprono improvvisamente inghiottiti da una situazione con cui devono per forza confrontarsi per poter sopravvivere. In questo procedimento vanno a perdere qualcuno e grazie a tutto ciò riescono comunque ad avere una crescita personale. Quello su cui mi sono focalizzato è questo.

L’ambientazione gioca un ruolo fondamentale. Project Y è un film quasi totalmente notturno. C’è una motivazione particolare dietro questa scelta?

Il centro della mia attenzione sono le persone isolate, alienate e ignorate. Ho cercato di far vedere alla gente che anche le persone che cerchiamo di evitare alla fine hanno una vita. Proprio il tipo di vita che vediamo qui, in Project Y.  Sono persone con cui dobbiamo avere a che fare, dobbiamo coesistere insieme a loro perché esistono. Partendo da questa intenzione ho poi deciso come ambientare il mio film. Seguendo questo percorso, l’ambientazione è diventata per forza la notte, perché cosa meglio della notte può rendere quel senso dell’essere segreto, del nascosto, del nascondiglio. Inoltre, essendo il film di genere crime, farlo di giorno non avrebbe reso l’idea di colori con cui volevo dipingere io lo schermo.

Blackjack, l’antagonista principale, corre sul tapis roulant mentre osserva il video di un cane che affoga nella melma (elemento che tornerà in seguito). Una scena metaforica, forse centrale, per comprendere il vero significato del film. Concordi?

Sì. Io sono coreano, ma penso che possa valere per qualsiasi Paese. C’è l’evoluzione e lo sviluppo sotto ogni punto di vista sì, ma ci sono persone che riescono a stare al passo come chi non riesce. Vorrei mettere una lente di ingrandimento su queste persone che comunque fanno parte della nostra società. Project Y è solo un film in cui ho cercato di focalizzare l’attenzione su quegli individui, che rimangono indietro e troppo spesso “affogano” nelle spietate dinamiche dello sviluppo.

Project Y

  • Anno: 2025
  • Durata: 108 min
  • Genere: Drammatico, azione, crime
  • Nazionalita: Corea del Sud
  • Regia: Lee Hwan