Ōbayashi Nobuhiko (Onomichi, 9 gennaio 1938 – Tokyo, 10 aprile 2020) occupa una posizione particolare nel panorama del cinema giapponese del Secondo Novecento. Si tratta, infatti, di un regista e sceneggiatore capace di muoversi abilmente tra pubblicità televisiva, sperimentazione d’avanguardia e cinema popolare. La sua carriera, estesa per quasi sessant’anni, testimonia una straordinaria tensione verso le forme ibride, senza mai rinunciare a una visione autoriale riconoscibile.
Il suo nome rimane indissolubilmente legato alla regia di l’eccentrica commedia horror Hausu (1997), divenuta nel tempo un autentico cult. Caratteristico della sua filmografia è uno stile surreale a cui si intreccia una sensibilità profondamente segnata da uno sguardo antibellico.
Una vita dedicata allo sperimentalismo visivo
Ōbayashi nasce il 9 gennaio 1938 nella cittadina portuale di Onomichi, in Giappone. Trascorre l’infanzia insieme ai nonni materni, poiché il padre, un medico, è impegnato al fronte durante la Seconda guerra mondiale. Proprio in questi anni matura una precoce inclinazione artistica: tra scrittura, studio del pianoforte e disegno, il giovane sviluppa un crescente interesse per l’animazione e il linguaggio cinematografico. Dunque non è sorprendente pensare che alla tenera età di 6 anni gira il suo primo film in 8mm, Popeye’s Treasure Island (1944). Si tratta un cortometraggio animato disegnato a mano, che anticipa la sua curiosità per le possibilità tecniche e immaginative dei mezzi di ripresa.
L’amore per l’arte e per la sperimentazione
Nonostante le aspettative paterne lo indirizzino verso una carriera medica, nel 1955 Ōbayashi decide di abbandonare tale prospettiva per seguire la sua vocazione artistica. L’anno successivo viene ammesso al dipartimento di arti liberali dell’Università di Seijo, dove inizia a lavorare con pellicole da 8 e 16 mm.
Durante gli anni universitari si dedica con crescente intensità alla realizzazione di cortometraggi sperimentali. Appartiene a questo periodo la fondazione di un club universitario (bukatsu) dedicato alla ricerca cinematografica, di cui sono membri Takahiko Iimura, Yoichi Takabayashi e Donald Richie. Il gruppo, noto con il nome di Japan Independent o Japan Film Andepandan, ottiene il primo importante riconoscimento nel 1964 al Knokke-Le-Zoute Experimental Film Festival.

Un autore sperimentale sin dalle sue prime opere
In quegli anni, affiancato dalle opere di altri registi come Shuji Terayama e Donald Richie, i film di Ōbayashi contribuiscono a definire il toni del cinema sperimentale giapponese degli anni Sessanta. Già in questi primi esperimenti emergono molte delle tecniche d’avanguardia successivamente rielaborate dal regista nei suoi lavori più mainstream. Seppur segnati da una forte impronta personale, le sue pellicole riescono a raggiungere un pubblico relativamente ampio, grazie alla distribuzione della Art Theatre Guild. Questo dimostra come la sperimentazione formale e tecnica fosse in grado di trovare spazio anche all’interno di circuiti di diffusione più ampi.
L’ATG (Art Theatre Guild) e la sua importanza negli anni Sessanta
Negli anni Sessanta la Art Theatre Guild, fondata nel 1961, diventa il punto di riferimento dei registi indipendenti giapponesi, i quali si volevano slegare dal giogo creativo che imponevano le grandi case di produzione. Con sede a Shinjuku, quartiere fulcro dei movimenti culturali e di protesta dell’epoca, la ATG nasce come casa di distribuzione di autori europei. Successivamente inizierà a distribuire anche film indipendenti giapponesi: primo tra i quali La trappola (1962) di Teshigahara Hiroshi, regista indipendente riconoscibile per una ricerca dell’identità allegorica e surreale.
Grazie all’uso di una strategia di marketing tipica del cinema d’autore, nel 1967 si avvia anche alla produzione di pellicole giapponesi, distaccandosi sin da subito dal metodo usato dalle altre case di distribuzione. Lasciando spazio alla creatività del singolo regista, rilevando dieci sale cinematografiche in Giappone, e permettendo la nascita di grandi collaborazioni, la ATG diventa uno dei più importanti distributori e produttori del cinema giapponese in un’epoca incentrata sulle lotte studentesche.
Tuttavia, le proteste trovano la propria fine in un fatto di cronaca che segna il tramonto anche del cinema politicamente impegnato: la Asama Sanso Jiken, nel febbraio del 1972. Questo fatto traumatico rimane indelebile nella memoria collettiva ed è il primo ad avere una copertura mediatica senza precedenti.
Successivamente la New Wave, la corrente di registi indipendenti e impegnati nella vita politica, entra in crisi, segnando quindi la fine di questa epoca. Lo scenario cinematografico cambia radicalmente, includendo al suo interno compagnie che precedentemente non avevano nulla a che fare con il cinema. È questo il caso della casa editrice Kadokawa, la quale, in seguito al cambio del suo presidente, entra nel mondo del cinema per stravolgerlo.
La Lost Decade, una nuova epoca per il cinema giapponese
Attraverso strategie nuove come il media-mix e la compartimentazione delle singole fasi della produzione di un film, il giovane Kadokawa Haruki, nuovo presidente dell’azienda, stravolge il mondo del cinema giapponese delle major.
Questo periodo di generale disinteresse politico viene etichettato con il nome di Lost Decade (1975-1985): un decennio in cui, grazie alla maggiore accessibilità delle tecnologie da ripresa, giovani cinefili possono sperimentare senza una formazione specializzata. Nascono così i jishu eiga, o per usare il termine completo, jishu seisaku eiga: non film indipendenti ma completamente autoprodotti. I maggiori esponenti di questa decade sono, tra gli altri, Somai Shinji, Ōbayashi Nobuhiko, Ishii Sogo, Morita Yoshimitsu e Hasegawa Kazuhiko.
La svolta pubblicitaria della carriera di Ōbayashi
Dopo aver lasciato l’università, Ōbayashi Nobuhiko prosegue il proprio percorso nel cinema sperimentale, fino a quando non gli arriva una proposta molto allettante e che cambierà, per un periodo, la sua carriera. La svolta professionale giunge quando l’agenzia pubblicitaria Dentsu, in cerca di nuovi talenti per la televisione, propone ai membri del collettivo Japanese Independents di dirigere spot pubblicitari.
Ōbayashi è l’unico ad accettare, inaugurando così una lunga e fortunata carriera nella pubblicità televisiva. Gli spot che realizza conservano il gusto visivo e le soluzioni innovative dei suoi primi lavori sperimentali, collaborando anche con star occidentali. Nel corso della sua carriera gira oltre tremila spot, dimostrando una straordinaria prolificità anche in questo ambito.

Hausu: il cult horror comico apre le porte dei lungometraggi
Il passaggio al lungometraggio avviene con Hausu nel 1977, una commedia horror dallo stile eccentrico nella quale si mescolano effetti fotografici ritoccati e tecniche d’avanguardia.
La pellicola segue Gorgeous, una liceale che decide di trascorrere l’esate nella casa di campagna della zia insieme a sei amiche. Una volta arrivate, la dimora si rivela un luogo animato da presenze ostili: teste mozzate che fluttuano, oggetti domestici che prendono vita e pianoforti infestati.
La trama diventa un pretesto per un’esplosione di trucchi ottici, animazioni, colori saturi che ricordano una pubblicità. Il tono ludico, tessuto sullo sfondo narrativo oscuro legato alla memoria della guerra, contribuisce volutamente a costruire un immaginario artificiale e surreale. Più che un racconto coerente, Hausu è un flusso di immagini deliranti che trasformano l’horror in un gioco pop. Tali caratteristiche rendono la pellicola un cult, assicurando al regista esordiente un premio ai Blue Ribbon Awards.
Gli anni Ottanta: Ōbayashi e la sua trilogia di Onomichi
Durante gli anni ’80, Ōbayashi continua a realizzare lungometraggi, ampliando il suo pubblico ma non rinunciando mai alla sua sensibilità autoriale. In questo periodo gira numerosi racconti di formazione ambientati nella sua città natale, Onomichi. Tra questi figurano i titoli di Io sono te, tu sono me (1982), La ragazza che saltava nel tempo (1983) e Cuore solitario’(1985), i quali formano insieme la sua “trilogia di Onomichi”, così come La sorella minore di Chizuko (1991).
Parallelamente continua a ottenere visibilità nei festival internazionali: I disincanti (1988) viene premiato al Moscow International Film Festival. Tra questi ricordiamo anche Sada, ispirato alla vita di Sada Abe, il quale vince il premio FIPRESCI Prize al Berlin International Film Festival.
Il significato della morte di Ōbayashi per il cinema giapponese
Nel 2016, nonostante la diagnosi di un tumore terminale, il regista riesce a portare a termine la sua opera Hanagatami (2017), progetto parte di una trilogia contemporanea contro la guerra e premiato ai Mainichi Film Awards. Durante le cure completa anche la sua ultima oper, Labyrinth of Cinema, la quale, presentata e premiata al Tokyo International Film Festival nel 2019, si pone come suo testamento cinematografico.
Con la morte di Ōbayashi Nobuhiko, avvenuta a ottantadue anni e causata da un tumore ai polmoni, il cinema giapponese non perde solo un autore visionario, ma anche un brillante sperimentatore capace di muoversi attraverso linguaggi e formati diversi. La sua morte segna simbolicamente anche la fine di una stagione profondamente anticonvenzionale e anarchica.

Switching: Goodbye me: la comicità sperimentale di Ōbayashi
Nel remake di Tenkosei: Sayonara anata (Switching: Goodbye Me), Ōbayashi Nobuhiko ritorna a uno dei suoi soggetti più amati, dimostrando quanto il tema dello scambio di corpi resti un terreno fertile per la commedia giapponese.
La storia segue ancora una volta Kazuo (Naoyuki Morita) e Kazumi (Misako Renbutsu): due giovani che si ritrovano improvvisamente l’uno nel corpo dell’altra, generando una serie di vicende tanto esilaranti quanto imbarazzanti. Tra famiglie confuse, nuove abitudini e la difficoltà quotidiana di vivere in un corpo non proprio e di indossare i panni di qualcun altro, il film gioca tra comicità e disagio adolescenziale.
L’effetto comico del linguaggio: girls’ talk e boys’ talk
Interessante è l’uso del linguaggio all’interno della vicenda: lo scambio di corpi porta a una comica confusione dei registri femminile e maschile usati nella lingua giapponese. Infatti spesso, Kazumi, nel corpo di Kazuo, usa pronomi personali prettamente femminili (come anata) e viceversa, aggravando il disagio provato dai protagonisti nel vivere in corpi diversi dai propri.
Per accentuare l’entità della situazione, Ōbayashi Nobuhiko adopera quasi sempre i cosiddetti dutch angles, ovvero un’inquadratura inclinata rispetto all’orizzontale. L’espediente potrebbe sembrare naturale in seguito allo scambio dei corpi, quando il mondo diventa improvvisamente fuori asse. Questo viene invece introdotto sin dalla prima scena ottenendo come risultato un effetto straniante, quasi irritante, che con il tempo si trasforma in una cifra stilistica curiosa.
Si può dire quindi che questa pellicola, ambientata principalmente a Nagano e non a Onomichi come nell’originale, rappresenti perfettamente la continua ricerca stilistica di Ōbayashi. Un percorso creativo teso non solo alla variazione dei temi, ma che si estende soprattutto sul piano formale: nuove angolazioni, soluzioni visive e sperimentazioni linguistiche che rinnovano costantemente il modo di guardare al cinema.