True American Horror (2023) di Giorgio Clementelli è un documentario che mette in scena una trentina di casi e leggende di cronaca nera e folklore americano, muovendosi tra decine di location reali che sono state in grado di segnare l’immaginario collettivo dell’orrore. Il percorso è articolato da Edgar Allan Poe ad Alfred Hitchcock, passando per Lo squalo di Steven Spielberg fino ad arrivare al cinema contemporaneo di Ti West. L’intento è chiaro: mostrare il lato oscuro degli Stati Uniti, lontano da immagini rassicuranti e turistiche, rintracciando nel true crime e nel mito popolare la matrice dell’horror americano.
Un viaggio tra mito, sangue e memoria
Il film segue un narratore solitario che si muove tra le mura di un’abbazia, sospeso tra silenzi antichi e dipinti che diventano portali narrativi. Ogni quadro introduce una nuova storia, un frammento di paura sedimentato nella cultura: la scelta di concentrarsi sui stati della East Coast sposta il baricentro del discorso verso un’ America più arcaica, segnata dalle superstizioni europee e sedimentate dal tempo.
Dal punto di vista formale, True American Horror ha una struttura a capitoli, montaggio serrato, voce narrante costante a guidare l’attenzione, sovrabbondanza grafica a riempire ogni spazio. Il commento vocale funziona: ha presenza, tiene il ritmo, fa da filo rosso in mezzo al caos di immagini. Le storie sono spesso affascinanti e inquietanti, e si percepisce la volontà di mostrare come la cronaca nera americana sia il serbatoio segreto dell’horror popolare. Tuttavia, la rapidità con cui si susseguono i casi lascia poco spazio alla riflessione. Ne risulta un lavoro affascinante ma sovraccarico, che ambisce ad abbracciare tutto a costo di sacrificare una profondità analitica.
AI, fiducia e ambiguità percettiva
Il film fa un uso massiccio dell’Intelligenza Artificiale, che nel biennio 2022-2023, presentava ancora una estetica acerba e molto riconoscibile: fotorealismo imperfetto, visi e corpi deformi che contribuiscono un uncanny valley (qualcosa di quasi umano che, proprio perché non è del tutto realistico, provoca disagio o inquietudine, ndr) costante che svela la finzione.
L’aspetto tecnico non sarebbe, di per sé, necessariamente un limite, se non fosse che la linea di demarcazione tra documento storico e rappresentazione, non viene tematizzata. Il problema non è solo che molte immagini generate dall’AI risultino goffe o presentino artefatti dovuti ad upscaling, quanto al fatto che il documentario usa questi materiali in una forma ibrida e ambigua. In un’ opera che si presenta come documentaria, l’assenza di una chiara separazione tra materiale d’archivio e immagini generate rischia di incrinare il rapporto di fiducia tra film e spettatore.
Interessante, anche se problematico, è infine l’escamotage adottato per eludere questioni legate al copyright, soprattutto quando si citano opere derivate dalle vicende raccontate. In alcuni passaggi compaiono figure ‘simili ma non identiche’ ad attori riconoscibili, come Johnny Depp o Christian Bale, soluzione che accentua quella zona grigia tra evocazione e rappresentazione.
In conclusione
Nel complesso, True American Horror è un progetto ambizioso che cerca di costruire un mosaico suggestivo intorno all’immaginario perturbante americano. L’interesse per il macabro va oltre il genere, diventando una chiave di lettura della memoria storica e del codice narrativo con cui il Paese interpreta le proprie contraddizioni.
Puoi vedere True American Horror su Prime Video qui.