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“Reality” di Matteo Garrone: sono visto, ergo esisto

Rubrica a cura di Francesco Di Benedetto

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il

Breve ricognizione e rilettura della letteratura critica su Reality (2012) di Matteo Garrone.

 

Da quando è uscito al cinema, Reality mi è parso sempre il film meno intellegibile di Matteo Garrone.

Quello più anomalo nell’economia dell’universo poetico dell’autore, il suo lavoro estetico più concettuale.

Pressoché tutta la critica, nazionale ed estera, lo riconduce alla tradizione e all’età dell’oro del cinema italiano degli ultimi 65 anni.

Si fa riferimento alla disillusione della Magnani in Bellissima, personaggio calato senza difese nel contesto dei prodromi di una nuova società dello spettacolo. Ma soprattutto si cita il carnevale di Fellini, della commedia all’italiana, dell’Italia del boom e dei suoi sogni infranti.

Solo una manciata di commentatori, e secondo me i più accorti (Menarini e Moliterni in primis), segnalano una totale rottura con quelle nostre tradizioni cinematografiche grottesche. E con la società italiana che, intorno agli anni del miracolo economico, alimentava quegli universi estetici e simbolici*.

Perché, secondo questi pochi critici, Reality parlerebbe in sostanza di paranoia e del “controllo” che più o meno inconsciamente avvertiamo esercitare sui nostri comportamenti e sulla nostra identità sociale da parte degli “sguardi degli altri”; sguardi oramai innumerevoli e dislocati virtualmente ovunque: che siano quelli restituitici dalla TV generalista e dai suoi modelli estetico-performativi, che siano quelli dei social network con i quali ci interfacciamo sempre di più, che siano quelli restituitici quotidianamente e dal vivo dai nostri conoscenti o quelli di altri soggetti sociali e dispositivi mediali.

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La carne obesa di alcuni personaggi del film, il travestitismo colorito degli ambienti e delle situazioni della diegesi e il motivo ossessivo della “messa in scena” carnevalesca della realtà vengono qui presentati riflessivamente non più come ribalta performativa dell’inconscio collettivo (e individuale), non più come spazio seducente di proiezione per il soggetto delle proprie fantasie, consumistiche e non.

Ma è un carnevale, quello codificato ed esibito dalla società di Reality nei suoi riti pagani (dal matrimonio kitsch dell’incipit del film all’acquapark, al centro commerciale, alla discoteca, fino alla trasmissione televisiva del Grande Fratello), che si insinua come un virus nella nostra vita comunitaria e nei nostri universi simbolici, fomentando quella dimensione panottica e totalitaria, di controllo e di dominio, che caratterizzerebbe secondo certi filosofi il “regime contemporaneo dello sguardo”; con annessa repressione delle istanze e delle pulsioni più vitali delle varie soggettività.

In fondo, il protagonista di quest’ultimo film di Garrone non è Fabrizio Corona, come invece prevedeva il progetto iniziale di un’opera sul mondo dello spettacolo italiano. E’ un personaggio che si spoglia di ogni “materialità”, di ogni possibilità (anche simulacrale) di contatto soggettivo con il mondo, aspirando a diventare solamente pura rappresentazione (pan)ottica e mediatica, puro oggetto di sguardo esposto alla mercé di tutti.

Francesco Di Benedetto

*Cfr. in particolare: Flavio De BernardinisLa frontiera del cinema civile, in “MicroMega” n. 6/2012, pp. 11-23; Roy Menarini, recensione a Reality, in “Segnocinema” n. 178, nov.-dic. 2012, pp. 32-33; Ivan MoliterniTutti vedono, nessuno è, in “Duellanti” n. 79, dic. 2012, pp. 92-93.