Il mito della mummia torna al cinema, ma stavolta non ha alcuna intenzione di intrattenere con Tom Cruise vari che si improvvisano Indiana Jones della domenica. Il nuovo The Mummy, diretto da Lee Cronin, regista di Evil Dead Rise, si presenta con un trailer che chiarisce immediatamente le coordinate: niente spirito pulp anni Novanta, niente sorrisoni e ironia. Qui si parla di orrore puro psicologico.
Il film, prodotto da Blumhouse e Atomic Monster e distribuito da Warner Bros., arriverà nelle sale nel 2026 e punta a riscrivere il destino cinematografico di una delle icone più sfruttate dell’horror classico previsto in uscita per il 14 aprile 2026.
Nessuna avventura
Il trailer suggerisce una premessa inquietante: una bambina scompare nel deserto e viene ritrovata anni dopo. Apparentemente viva. Apparentemente la stessa. È in quel “apparentemente” che Cronin costruisce la sua visione. Perché la mummia non è più soltanto un corpo antico che si rialza dalla sabbia, ma diventa un’ombra che si infiltra nella famiglia, nella memoria.
Lontano sia dalla classicità Universal degli anni Trenta sia dalla versione action con Brendan Fraser, Cronin sceglie la via del perturbante. L’inquadratura insiste sui silenzi, sui corridoi, sugli sguardi che non riconoscono più ciò che dovrebbero amare. La maledizione diventa quasi un incipit per tornare nella dimensione dell’iconico L’Esorcista di Friedkin. È disintegrazione.
Il cast, guidato da Jack Reynor, Laia Costa e May Calamawy, sembra muoversi dentro una dimensione claustrofobica, quasi teatrale, dove il deserto si pone in una dimensione parasemantica che inghiotte ogni identità.
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Cronin e il nuovo horror industriale
Lee Cronin non è un nome casuale. Dopo il successo brutale e viscerale di Evil Dead Rise, il regista irlandese è diventato uno dei punti di riferimento del nuovo horror mainstream che unisce controllo autoriale e macchina produttiva. E questa nuova Mummy sembra muoversi esattamente in quell’equilibrio fragile tra cinema industriale e ossessione personale.
Blumhouse e Atomic Monster non producono solo film dell’orrore. Producono dispositivi di tensione calibrata. E qui l’operazione appare chiara: recuperare un brand storico e svuotarlo delle sovrastrutture spettacolari per riportarlo all’essenza. Paura. Perdita. Identità corrotta.
Il trailer, asciutto e disturbante, non mostra troppo. E fa bene. Perché l’horror che funziona non è quello che espone il mostro, ma quello che lo suggerisce. E Cronin sembra averlo capito.
Dopo anni di tentativi falliti di costruire universi condivisi attorno ai mostri classici, questa The Mummy potrebbe rappresentare una svolta: meno franchise, più cinema. Meno mitologia espansa, più incubo privato.
La mummia non torna per intrattenere. Torna per reclamare qualcosa.
E non sarà la sabbia del Cairo.