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Approfodimenti

‘Westworld 2’ la libertà è un’arma carica

Westworld trasforma la ribellione in filosofia armata, smonta il mito del libero arbitrio e dimostra che, quando gli dèi cadono, non resta il silenzio ma un algoritmo che decide chi merita di esistere.

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Se la prima stagione di Westworld costruiva un enigma metafisico attorno alla nascita della coscienza, la seconda lo fa detonare. Sempre prodotta da HBO e distribuita da Sky Atlantic, con il secondo capitolo dell’epopea di Jonathan Nolan spostiamo il focus. Non siamo più nel tempo dell’apprendimento, ma in quello della conseguenza. E le conseguenze, in Westworld, non sono mai trascurabili.

Il parco non è più il teatro controllato dell’illusione. È esattamente come lo abbiamo lasciato; un territorio instabile dove la narrazione si sfalda, perché la coscienza, una volta acquisita, non obbedisce più a una struttura lineare. La frammentazione temporale che molti hanno scambiato per compiacimento intellettuale è in realtà una scelta coerente: quando la memoria è corrotta, quando la percezione è manipolata, la linearità diventa menzogna.

La seconda stagione non vuole essere più complessa della prima. Vuole essere più onesta.

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Dal labirinto alla guerra

Nella prima stagione il labirinto era simbolo che governava la scena. Qui il labirinto si espande verso l’esterno e diventa conflitto. Dolores (Evan Rachel Wood), ormai consapevole, non cerca più risposte: cerca la libertà; in questo senso la sua inevitabile fusione col personaggio di Wyatt è tanto metaforica quanto concreta e tangibile. La sua evoluzione è la più disturbante perché smonta una narrazione rassicurante dove l’oppresso non diventa automaticamente giusto quando si libera. Può diventare il nuovo incubo, ideologico, spietato.

E proprio per questo la stagione si complica moralmente.

In questa nuova Westworld Dolores non incarna più l’innocenza che si risveglia. È la volontà che si impone. In lei convivono emancipazione e dominio e tutto questo crea valori nuovi distruggendo quelli precedenti. Ma la distruzione, in Westworld, non è mai neutra. Produce macerie.

Bernard, in contrappunto, rappresenta l’altra faccia della coscienza: il dubbio. La sua memoria frammentata non è un trucco narrativo, ma la traduzione visiva di una domanda ontologica. Se i ricordi possono essere riscritti, cosa resta dell’identità? Bernard è libero, ma non è lucido. Ed è in questa dissonanza che la stagione trova una delle sue intuizioni più forti: la libertà non coincide con la chiarezza.

L’uomo che teme di essere macchina

William

Mentre gli androidi cercano autenticità, William (Edd Harris), l’Uomo in Nero, cerca disperatamente la prova di essere reale. Forse ha giocato troppo nel parco di Ford ed ora mai il ribaltamento è completo. L’umano non teme più le macchine; teme di essere una di esse.

La stagione insiste su questo punto senza proclami: se l’identità è replicabile, se il comportamento è prevedibile, quanto resta di irriducibile nell’uomo? L’introduzione del progetto di immortalità digitale, Delos, la possibilità di mappare e ricostruire una persona attraverso i suoi dati, spezza tutti i significati che conoscevamo. Il parco non è solo quello pensavamo, è qualcosa che non avremmo mai sospettato.

You’re smart enough to realize there’s a bigger picture, but not smart enough to see what it is.

Westworld suggerisce che l’essere umano, una volta ridotto a pattern, è sorprendentemente limitato. Ripetitivo. Statico. L’androide, invece, evolve..

Espansione del mondo, espansione del senso

La seconda stagione allarga l’orizzonte. Non più solo Westworld, ma altri parchi, altre mitologie. Shōgun World non è un’esibizione esotica. È un duplicato. Dimostra che le strutture narrative della violenza, dell’onore, del sacrificio sono intercambiabili. Cambiano le maschere, non il meccanismo.

Questa espansione non è semplice spettacolo. È una dichiarazione: la costruzione narrativa è universale. Gli archetipi si replicano come codice. E la serie, nel mostrarli, si guarda allo specchio.

La fotografia insiste sui contrasti tra natura e artificio, tra polvere e acciaio, tra carne e silicio. La colonna sonora di Ramin Djawadi, già passato agli onori delle cronache per lo splendido lavoro nella prima stagione, continua a trasformare brani contemporanei in elegie orchestrali. Non è ironia; è stratificazione. È la dimostrazione che ogni epoca è riscrittura della precedente.

La stagione della vertigine

Molti spettatori hanno percepito questa seconda stagione come più fredda, meno immediata, più distante. Ed è vero sebbene non si possa definire propriamente un difetto. È una conseguenza tematica. Se la prima stagione parlava di risveglio, la seconda parla di responsabilità. E la responsabilità non è calorosa. È pesante.

Westworld 2 non cerca la catarsi. Non offre eroi puri. Non concede conforto. Mostra un mondo in cui tutti possono scegliere e, proprio per questo, tutti sono colpevoli.

La vera evoluzione rispetto alla prima stagione non è narrativa. È morale. La serie smette di chiedersi se le macchine possano diventare umane. Inizia a chiedersi se l’umano meriti di essere replicato.

E questa è una domanda molto più scomoda.

Dopo il risveglio viene la vertigine

Dolores-Wyatt

Se la prima stagione era un viaggio verso la coscienza, la seconda è la scoperta che la coscienza non salva. Amplifica i desideri, le paure, le ideologie. Il potere.

La libertà, in Westworld, non è un premio. È un’arma. E chi la impugna deve decidere contro cosa puntarla.

La seconda stagione non è perfetta. È più dispersiva, più cerebrale, a tratti volutamente opaca. Ma è coerente con la propria ambizione. Non vuole piacere; semmai vuole interrogare.

E in un panorama seriale che spesso cerca consenso immediato, questa ostinazione è già una forma di radicalità.

Westworld seconda stagione è disponible su Amazon Prime video: qui

Westworld 2

  • Anno: 2018
  • Durata: 55–60 minuti a episodio
  • Distribuzione: HBO
  • Genere: Fantascienza, dramma, thriller filosofico
  • Nazionalita: Stati Uniti d'America
  • Regia: Jonathan Nolan
  • Data di uscita: 22-April-2018