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A proposito di James Van Der Beek

Come la perdita di Dawson Leery ha segnato il processo di fidelizzazione tra il pubblico televisivo e la sua rappresentazione

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James Van Der Beek

Con la morte di James Van Der Beek se ne va una delle ultime grandi pagine della televisione adolescenziale che a suo modo ha ridefinito canoni e strutture del genere. Il Dawson di Van Der Beek, protagonista del celebre teen-drama Dawson’s Creek, ha inquadrato qualcosa di più della classica rappresentazione liceale e post-liceale dei teenagers anni ’90, riuscendo a far riflettere sulla formazione ed evoluzione dell’innocenza e i suoi passaggi di crescita.

Dawson Leery, nel suo percorso televisivo, viene presentato come un adolescente emotivo, con una passione irrefrenabile per i monologhi esistenziali e per il cinema di Steven Spielberg. Coming of age e sogno cinematografico, due elementi potenti e connaturati alla sensibilità del prototipo adolescenziale, che si fondono ad un’immagine filmica filtrata mediante il piccolo schermo. Questa è una prima lettura con cui affrontare il ricordo di Van Der Beek. Dawson’s Creek, pur essendo inserita in pianta stabile nell’immaginario novanta, vive di una evidente cultura del decennio precedente, quello ottanta, dove il controllo della creatività e della realizzazione del sogno ne costituivano due dinamiche ambivalenti.

Addio a James Van Der Beek, il volto fragile dell’adolescenza anni ’90

Dawson immagina la sua vita come una storia perfetta, il finale da lieto fine con la sua Joey Potter (Katie Holmes) mentre nella sua cameretta sogna di diventare un regista affermato, sperimentando con la sua videocamera amatoriale mini cortometraggi. Nel suo approccio tra l’adolescente sensibile e l’aspirazione di diventare il nuovo Spielberg, James Van Der Beek attraverso il suo alterego si oppone alle rappresentazioni del teen classico, allontanando monotoni archetipi e stereotipi.

Dawson Leery non ha paura di provare emozioni anche rischiando molto spesso di sconfinare nel melodrammatico, evidenziando una tensione costante tra desiderio individuale e bisogno di dire qualcosa a se stesso più che al mondo che lo circonda. Leery non è come i personaggi di Beverly Hills 90210 che rimangono sempre al di fuori della propria interiorità pur parlandone, così schiacciati dall’azione esterna della fama e della ribellione. Il conflitto di Dawson, contrariamente a ciò che si è visto prima in televisione, non è romantico esteriormente ma esistenziale interiormente.

Il protagonista di Dawson’s Creek desidera capire la vita come si capisce un film, combattuto tra l’eterna dinamica sentimentale con Joey e idealizzando, proprio alla stregua di un regista con la sua musa, il rapporto con Jen (Michelle Williams). Tale idealismo di Dawson si scontra con le relazioni del suo bambino interiore che non vuole crescere, legato indissolubilmente alla storia perfetta del cinema anni ’80 dove per ogni ostacolo c’era una soluzione e per ogni stallo emotivo un lieto fine. Il percorso/scontro di James Van Der Beek tra la proiezione della vita e la sua realtà, spiega il lungo sentimento popolare che in queste ore e giorni sta accompagnando l’addio non solo all’attore ma in primis al suo personaggio. Fortuna e sfortuna della carriera di Van Der Beek.

Il pubblico è cresciuto con Dawson e ora?      

James Van Der Beek, come molti attori teen idol, si scontra con una dimensione televisiva confinata nel suo medium, incapace di realizzarsi nel suo massimo e non riuscendo a dare una prosecuzione all’identificazione con il pubblico adolescenziale istaurata tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio. Non è il solo, accompagnato da eroine femminili iconiche del calibro di Sarah Michelle Gellar in Buffy l’ammazzampiri e da quasi tutti i personaggi della sit-com Friends. Oggi, anche grazie alla vicinanza tra cinema e televisione, il mezzo seriale è un’opportunità, un transfert immediato tra i due medium. Prova di ciò lo sono le brillanti carriere di Zendaya (Euphoria) e Jeremy Allen White (The Bear).

Come ha deciso quindi di reagire Van Der Beek al pesante macigno del dopo Dawson’s Creek  ? Cercando di ritagliarsi uno spazio interpretando l’autocritica del suo personaggio più noto. In un altro celebre teen-drama, One Tree Hill, ha il volto del regista scorretto e pieno di eccessi, mentre nella sfortunata serie (chiusa anticipatamente) Non fidarti della str**** dell’interno 23 rappresenta una versione di se stesso nel tentativo di togliersi di dosso il peso dell’eredità dell’adolescente Leery. La parabola di Van Der Beek non è poi così diversa da star bambini del livello di Macaulay Culkin (Mamma ho perso l’aereo), per il quale la vicinanza tra target generazionale e interpretazione era così forte e stretta da impedirne una crescita creativa effettiva.

Meta-televisione e formazione, perché Dawson eravamo noi

Dawson, nelle 6 stagioni dell’iconico teen-drama, è un personaggio meta-televisivo e meta-riflessivo che attiva il dispositivo di riconoscimento con l’adolescente-spettatore. Nella prima stagione incarna l’idealismo romantico in continua formazione, esplicando un’identità chiusa che giudica la sessualità, propria e altrui, con parametri moralisti. Le stagioni successive, la seconda e la terza, con l’intensificazione del triangolo Dawson-Joey-Pacey, incarnano l’idealismo che scompare in favore del realismo delle relazioni , obbligando il protagonista a sperimentare la perdita e l’abbandono.

Ma è a metà serie che l’alterego di Van Der Beek è costretto, in linea con la maturazione dell’eroe generazionale, ad affrontare il lutto rappresentato dalla morte del padre, il vero turning point che impone Leery a confrontarsi con le proprie responsabilità. Nelle ultime stagioni Dawson sposta l’asse emotivo personale verso una completa autorealizzazione; si trasferisce a Los Angeles, e diventa autore di una serie ispirata alla sua adolescenza.

James Van Der Beek

L’illusione della cameretta, Van Der Beek e la chiusura del cerchio

Questa formazione meta-narrativa che abbraccia il teen-drama classico per poi isolarlo, produce una chiusura circolare: il personaggio di Dawson Leery diventa autore della propria memoria, direzionando e attuando la storia perfetta che sognava richiuso nella sua cameretta. A differenza di ciò che avviene nel cinema alla saga di Harry Potter, il pubblico non cresce con Dawson Leery. È davvero Dawson Leery. Una fidelizzazione che si articola su più livelli.

Sul piano della temporalità condivisa per 6 stagioni il pubblico percorre con Dawson un arco temporale reale, condividendo quindi tappe e fratture.

Segue il piano del distaccamento dalla finzione del teen-drama; gli errori del protagonista creano un dibattito interiore nel pubblico che investe su Dawson passando dall’antipatia alla comprensione.

L’ultimo piano è quello più centrale costituito dal bildungsroman televisivo: la serie si sviluppa in un romanzo formativo nel quale lo spettatore non si imbatte in una trasformazione improvvisa di Dawson, ma assiste ad una stratificazione progressiva della sua identità. Attaccandosi al suo personaggio anche oltre la fine seriale di Dawson’s Creek.

Cosa ci rimane del tempo finito della nostra adolescenza?

Ed è un pò quello che sta accadendo in queste ore. I ragazzi che tutte le estati erano incollati allo schermo per seguire le vicende di Dawson e imparare a come gestire le proprie interiorità nella vita reale, si trovano oggi, in un’età tra i metà trent’anni e i quarant’anni, a riflettere sul lascito di James Van Der Beek. Perché Dawson Leery è stato per sei stagioni uno dei massimi esponenti della figura adolescenziale fragile, discontinua, perplessa sul proprio futuro ma in cui aleggiava la speranza di poter passare indenne l’adolescenza. È questo universo di crescita, imperfetto, doloroso ma riconoscibile, che ha consentito alla serie di legarsi ed essere parte del pubblico teen.

 

Quello stesso spettatore che oggi è cresciuto, e che con Dawson ha perso l’ultimo riferimento di rimanere per sempre quell’adolescente in crisi emotiva perenne con se stesso. La morte di James Van Der Beek, nel massiccio ed embrionale processo di fidelizzazione, costringe l’adolescente anni novanta, che oggi è padre o madre, a dire addio anche a Dawson. Perché se anche il ragazzino di Capeside con alle spalle il poster di Schindler’s List può morire, allora anche il nostro modo con cui guardavamo e davamo alla nostra adolescenza un termine infinito deve essere riaggiornato e riformulato. Forse il tempo di crescere è davvero inesorabilmente arrivato.