‘Avvocato di Difesa 4’: il processo più difficile è quello contro se stessi
Tra crisi identitaria, perdita di controllo e una Los Angeles sempre più ostile, la quarta stagione di The Lincoln Lawyer abbandona la comfort zone del legal drama per raccontare il lato più fragile del suo protagonista
La quarta stagione di Avvocato di Difesa – The Lincoln Lawyer si apre con una sensazione insolita: Mickey Haller non controlla più la stanza. Non domina l’aula, non anticipa le mosse, non guida il racconto. È presente, ma marginale. Osservato, giudicato, sospettato. Non c’è più spazio per il carisma e per le battute brillanti. Non c’è più la leggerezza da legal drama patinato che aveva caratterizzato le stagioni precedenti. Al suo posto, c’è un uomo sotto assedio, un protagonista costretto a guardare il sistema che ha imparato a dominare trasformarsi in una macchina pronta a schiacciarlo. È da questa frattura che nasce una stagione più cupa, più trattenuta, e anche più ambiziosa. Mickey Haller entra in aula non per vincere un caso, ma per salvare la propria identità. La serie smette così di essere un legal drama rassicurante e diventa qualcosa di più adulto: un racconto sulla fragilità del potere e sulla solitudine di chi lo perde. Ed è qui che trova, forse per la prima volta, la sua vera voce.
Tratta dai romanzi di Michael Connelly e sviluppata per Netflix da David E. Kelley e Ted Humphrey, Avvocato di Difesa – The Lincoln Lawyernasce come adattamento di crime letterario e si trasforma, stagione dopo stagione, in un racconto sempre più introspettivo sulla fragilità del potere.
Dove eravamo rimasti: dalla sicurezza al sospetto
Per capire il cambio di tono, bisogna tornare alla terza stagione, che aveva progressivamente incrinato l’immagine dell’avvocato invincibile. Il caso legato all’omicidio di Gloria Dayton aveva trascinato Mickey in una spirale di corruzione e ambiguità morale, mettendo in crisi la sua fiducia nelle istituzioni e nel proprio ruolo. Mentre risolveva un puzzle sempre più oscuro, Haller iniziava a perdere il controllo della propria immagine pubblica. Fino al colpo di scena finale: un cadavere nel bagagliaio e un’accusa di omicidio che ribaltava i ruoli. Da difensore a imputato, da regista del processo a corpo estraneo nel meccanismo giudiziario.
La quarta stagione riparte da lì, da una caduta che non è solyìtanto narrativa, ma identitaria, e che sviluppa con maggiore consapevolezza il suo tema centrale: il rapporto tra verità, reputazione e potere. Il protagonista scopre che la giustizia non si gioca soltanto nei tribunali, ma nello spazio pubblico delle percezioni, dei sospetti, delle narrazioni mediatiche. Essere innocenti non basta, se non si riesce a sembrarlo. Ed è in questa riflessione sul carattere spettacolare del sistema giudiziario che la serie diventa davvero interessante, mostrando come le stesse regole che Haller ha imparato a usare possano facilmente rivoltarsi contro di lui, ritrovandosi così vittima dello stesso meccanismo.
Il vero volto di Haller
In questa quarta stagione, Manuel Garcia-Rulfo abbandona definitivamente il carisma leggero delle prime serie per costruire un Mickey più chiuso, introverso, fragile, spesso esitante. Il suo corpo racconta prima ancora delle battute: le spalle incurvate, lo sguardo sfuggente, la postura di chi non si sente più padrone dello spazio che occupa. Ha perso tutta la sua sicurezza. È una recitazione fatta di silenzi e pause, che restituisce al personaggio una complessità nuova. Non domina più la scena: la subisce. Haller non è più l’eroe brillante, ma un uomo che deve imparare a convivere con il dubbio e con la possibilità del fallimento.
Attorno a lui, anche il cast secondario cambia funzione. Lorna, Cisco e Izzy smettono di essere semplici ingranaggi narrativi e diventano figure emotive chiamate a reagire alla crisi del loro punto di riferimento. La stabilità è messa in discussione, le relazioni si fanno più tese, l’affetto diventa una scelta e non un automatismo. In questi momenti, spesso silenziosi, la stagione trova alcune delle sue scene più riuscite.
Spazi e ombre
Anche la regia accompagna questa trasformazione con un’estetica più sobria. La Los Angeles solare delle prime stagioni lascia spazio a una città più anonima, quasi ostile. La fotografia rinuncia ai toni luminosi, privilegiando interni chiusi, corridoi, uffici e aule che sembrano sempre troppo piccoli. La macchina da presa si muove meno, insiste sui volti e sulle attese. Anche la scrittura rallenta il passo: rinuncia in parte alla formula “caso della settimana” per privilegiare un arco narrativo continuo, avvicinando la serie a un thriller giudiziario più compatto e meno rassicurante. Il ritmo rallenta, ma guadagna densità.
La quarta stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer è di sicuro la più emotiva e consapevole. Non cerca l’applauso facile né la rassicurazione dello schema già collaudato. Preferisce muoversi in una zona più scomoda, dove il protagonista non è più un personaggio sicuro e spavaldo ma un uomo da osservare mentre cerca, faticosamente, di restare in piedi. È una scelta che rende la serie meno brillante ma più onesta. E in un panorama televisivo sempre più addomesticato, una serie che accetta di perdere brillantezza per guadagnare profondità merita almeno di essere presa sul serio.
Il trailer della quarta stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer