Il ventunesimo secolo ha visto l’esplosivo successo del noir nordico. Romanzi, film e serie crime provenienti dai paesi scandinavi hanno viaggiato per il mondo raccogliendo fama e lodi. Synden, nuova serie di produzione svedese distribuita da Netflix, si inserisce perfettamente in questo filone. Scritta e diretta da Peter Grönlund, questa miniserie in cinque puntate ci porta nel cuore oscuro della torbida campagna svedese. Il cast è capeggiato dall’attrice finlandese Krista Kosonen, accompagnata da Mohammed Nour Oklah e da Peter Gantman.
Synden, nella terra del peccato
Dani (Krista Kosonen), una detective di Malmö, e il suo nuova collega Malik (Mohammed Nour Oklah) vengono incaricati di indagare sulla misteriosa scomparsa di un ragazzo. L’indagine risulterà molto difficile per Dani, la cui vita è legata a quella del ragazzo scomparso e alla sua piccola comunità rurale. Mentre cominciano a emergere torbidi segreti e drammi famigliari, Elis (Peter Gantman), lo zio del ragazzo, cerca di farsi giustizia a modo proprio.

Gli oscuri segreti della Svezia rurale
Quando si parla di crime e di horror, l’ambientazione rurale è senza dubbio tra quelle più suggestive possibili. Quell’apparente e superficiale calma e tranquillità della campagna può celare oscuri segreti e indicibili orrori.
D’altro canto parliamo di un mondo, quello contadino e rurale, che vive ancora di regole proprie, lontane da quelle del cosiddetto mondo civilizzato. Ed è proprio su questo distacco che molti prodotti narrativi hanno giocato e continuano a giocare. Per esempio, basti pensare alla prima leggendaria stagione di True Detective, forse il caso più iconico di questo tropo negli ultimi decenni. E Synden sembra voler seguire proprio questo modello.
L’atmosfera della serie creata da Peter Grönlund riesce ad afferrare lo sguardo dello spettatore. La campagna svedese si presenta cupa, tetra, opprimente, anche grazie a un buon lavoro di messa in scena e di fotografia. Ma soprattutto si presenta particolarmente poco ospitale, popolata da personaggi ostili e diffidenti nei confronti di ciò che è esterno al sistema chiuso della comunità rurale, e in particolare verso la polizia.
Ma questo senso di unione e di comunità si rivela ben presto illusorio, minato da faide territoriali, scontri famigliari e dispute ereditarie. La campagna non ha nulla di pacifico. La campagna è violenza, crudeltà e perdizione.

Muoversi in un panorama stagnante
È dunque questo il teatro delle indagini di Dani e di Malik: lei è una detective fredda e austera, lui è il suo nuovo collega stacanovista che si deve ambientare in questo nuovo contesto. Se masticasse abitualmente prodotti di genere crime e investigativo, lo spettatore “esperto” potrebbe già da qui aver intuito quello che probabilmente è il maggior problema di Synden, ovvero la quantità di cliché. Certe dinamiche relazionali tra i personaggi, i piccoli drammi adolescenziali, alcuni temi scabrosi, come abusi famigliari e tossicodipendenza, sono tutti elementi già ampiamente utilizzati ed esplorati in questo tipo di prodotti, soprattutto quelli del noir nordico.
Viene a crearsi un parallelismo molto curioso. Così come, all’interno di Synden, i personaggi si muovono dentro la stagnante campagna svedese, così anche la serie stessa si muove in un panorama “stagnante”, ovvero quello delle serie e dei prodotti thriller crime.
Nonostante alcuni luoghi comuni e stereotipi siano meglio amalgamati all’interno della struttura narrativa rispetto ad altri, la serie di Peter Grönlund offrirà difficilmente qualcosa di nuovo a un pubblico di appassionati di serie investigative.
Parliamo, però, anche di una miniserie comunque godibile, adatta per trascorrere un paio di serate, soprattutto per qualcuno che non mastica molto le serie noir scandinave o per qualche appassionato che cerca un prodotto apprezzabile nella sua semplicità.
