Nel pantheon dei grandi registi del New Hollywood anni ’60 e ’70, il nome di George Roy Hill rimane spesso in ombra, definito “criminalmente sottovalutato” nonostante sia l’autore di classici intramontabili. Scomparso nel dicembre 2002, Hill ha lasciato un’eredità fatta di un cinema unico, capace di mescolare i generi con un’aura innovatrice e un ritmo nostalgico, un cinema che oggi non esiste più.
La sua poetica si distingueva per la capacità di fondere azione e commedia, portando alla ribalta stelle come Robert Redford e rivitalizzando la carriera di Paul Newman. Nato in una facoltosa famiglia del Midwest, Hill ha sempre dimostrato uno spirito indipendente, scegliendo di raccontare storie lontane dal suo pedigree privilegiato e sviluppando un approccio del tutto personale alla regia.
Da aviatore a pioniere di Hollywood
Prima di diventare regista, George Roy Hill fu molte cose: studente di musica a Yale, appassionato aviatore con brevetto a sedici anni e pilota dei Marine sia nella Seconda Guerra Mondiale che in Corea. Questa esperienza bellica ne forgiò un carattere decisamente anticonformista, che si rifletterà nel suo modo di fare cinema, spesso in conflitto con il sistema degli studios.
Dopo una gavetta tra teatro e televisione, esordì al cinema nel 1962. Il successo dirompente arrivò nel 1969 con Butch Cassidy, un film che investì il western con un tono allegro e provocatorio. Con una precisa volontà di rileggere la mitologia americana in chiave farsesca, l’opera anticipò di fatto lo spirito di rottura del ’68, diventando un manifesto generazionale.
La Stangata, un manifesto tra finzione e realtà
Se Butch Cassidy lo consacrò, La Stangata (1973) fu il suo trionfo definitivo. Riunendo la coppia d’oro Newman-Redford, il film sbancò gli Oscar con sette statuette, inclusa quella per la Miglior Regia. L’opera è un ingranaggio perfetto, un “ballo di ladri in grande stile” che ancora oggi è considerato il suo capolavoro indiscusso.
Il cuore pulsante del film è una truffa elaborata e geniale, ambientata durante la Grande Depressione. Tutto culmina nella creazione di una finta agenzia di scommesse, dove l’inganno diventa arte. Hill ricrea l’atmosfera di quegli anni con maestria, mettendo in scena il fascino eterno della truffa perfetta in una sala scommesse clandestina.
A quasi mezzo secolo di distanza, guardando il mondo del gioco d’azzardo, viene da pensare che in fondo non sia cambiato molto. Sebbene nell’epoca del gioco online l’ambientazione e gli strumenti siano diversi, certe dinamiche legate al guadagno illecito rimangono sorprendentemente attuali.
L’era digitale ha infatti portato alla nascita di piattaforme di gioco online legali e regolamentate, ma non ha cancellato il lato oscuro delle scommesse. Anzi, le cronache moderne riportano spesso notizie di bische clandestine, frodi informatiche e infiltrazioni criminali che sfruttano proprio il fascino del guadagno facile e veloce. E proprio come nella Stangata, la truffa si adatta ai tempi attraverso l’acquisizione di licenze e la gestione di attività di gaming online, a riprova di come la criminalità organizzata si evolva di epoca in epoca.
Gli ultimi anni di un genio del cinema
Dopo il successo degli anni ’70, Hill continuò a dirigere film importanti come il cult sull’hockey Colpo Secco (1977) e Il mondo secondo Garp (1982). Tuttavia, si dimostrò sempre più insofferente verso le logiche commerciali di Hollywood, fino a lasciare il cinema alla fine degli anni ’80 per insegnare a Yale, stanco del sistema hollywoodiano.
L’eredità di George Roy Hill non risiede nella fama o nell’auto-promozione, che ha sempre evitato, ma nell’integrità artistica dei suoi film. Opere come La Stangata non sono solo capolavori della loro epoca, ma specchi in cui il presente può ancora riflettersi, dimostrando che il suo cinema rimane attuale e capace di raccontare verità universali.